IL NAZIONALISMO ITALIANO E’ FUORI DALLA STORIA

di GIORGIO GARBOLINO

L’Italia ha un pregio: anche quando si esalta nel suo nazionalismo non spaventa i vicini. Preoccupa i sudditi, ma si sono abituati: è talmente grande la distanza che separa il sentire della gente dai riti patriottici, che sfilate militari e inni hanno effetti controproducenti. La gente li accoglie, nella migliore delle ipotesi, con la condiscendenza che si riserva alle manifestazioni folcloristiche paesane. Ma è un errore sottovalutare il nazionalismo. Oltre che profondamente immorale, ha portato sempre e solo a terrificanti tragedie: guerre feroci e regimi dispotici.
Quando uno stato si dichiara “nazione”, la degenerazione autoritaria e bellicosa è inevitabile. Il nazionalismo (o il patriottismo, che è solo un suo sinonimo) è molto peggio che “l’ultimo rifugio di un farabutto”: è la giustificazione ideologica dello stato totalitario. Finita la sacralità del re, lo stato ha inventato la sacralità della “nazione”, con cui pretende di identificarsi. Non potrebbe giustificare in altro modo il suo potere sui cittadini-sudditi, fino a convincerli che le tasse sono belle (come è stato detto) o che “chi per la patria muor vissuto è assai”, come si canta ancora nei teatri lirici. La consapevolezza di questi aspetti è però scarsa: nessun cristiano si accorge di quanto blasfemo sia uno stato che celebra la “nazione” con simbologia e liturgia religiosa: eleva “altari” alla patria, parla di “sacri confini” e “sacri doveri”, esalta il “sacrificio” di “martiri” morti in suo nome. La nazione è un dio che pretende un lealismo totale: ha cancellato ogni altra appartenenza, territoriale (l’Italia una e indivisibile), religiosa (la res publica christiana medievale) o ideologica (l’originario universalismo di liberali, democratici o socialisti). Non è un caso che il termine “nazione” sia nato con la rivoluzione francese e la sua identificazione con lo stato sia nata in Italia teorizzata da Mazzini. In precedenza indicava qualunque gruppo sociale e qualunque forma di comunità politica.
Lo stato italiano, come altri, ha provato a giustificare la sua esistenza inventando un legame “naturale” di tipo razziale fra i sudditi, ma era una pretesa concettualmente insostenibile. Meglio presupporre un’identità collettiva astratta come la nazione, che unisce chi condivide lingua, costumi, religione, territorio, ecc., dimenticando che la lingua proclamata nazionale non è originaria ma frutto di una decisione politica, i costumi sono i più vari, la religione è universale, e il territorio di una presunta nazionalità italiana non coincide affatto con i confini dello stato. Fosse anche solo per la lingua, ne sono fuori i ticinesi e ne sono dentro i tirolesi del sud.
La definizione di Ernest Renan per cui la “nazione” è la “volontà di vivere insieme” in un “plebiscito di tutti i giorni”, è meno ideologica ma non fa che spostare il problema: come si esprime la consapevolezza di essere un popolo?
In realtà le comunità nazionali autentiche e riconoscibili esistono, anche in Italia: sono quelle che non sono frutto del potere politico ma da tempo immemorabile condividono spontaneamente in un territorio limitato lingua, cultura, esperienze anche quotidiane. Sono le piccole patrie (le “terre dei padri”) della nostra gente. Il resto, la nazionalità italiana o francese o tedesca sono creazioni ideologiche: ci inducono a identificarci non solo con lo stato ma con entità fittizie come “Italia” o “Francia” o “Germania”, che senza stato non esistono. E queste entità fittizie noi le arricchiamo di caratteri peculiari inesistenti: definiamo “paesaggio italiano” quella che è una varietà estrema di paesaggi, “arte italiana” gli aspetti lombardi o veneti o toscani dell’arte europea, ecc.
Quanto sia falsa la pretesa dello stato di rappresentare la nazione lo provano le diverse interpretazioni che ne dà secondo i suoi interessi: per l’Italia Trento e Trieste dovevano essere italiane perché vi si parlava italiano, il Tirolo del Sud doveva viceversa esserlo perché compreso nei “confini naturali”.
Lo stato nazionale è frutto della storia: nasce nell’800 quando gli stati tendono a rafforzarsi ed espandersi – ognuno a spese dei vicini – per competere nei mercati più ampi. Chiedono lealtà in nome della nazione, i re si dicono essere tali “per volontà della nazione”. Le comunità locali finiscono col trasferire il lealismo verso la loro piccola patria a una patria artificiale più ampia, che è diventata per loro il nuovo riferimento obbligato per molti aspetti economici, politici, amministrativi, giuridici. Ma non tutti gli stati diventano “nazionali”: i cittadini britannici sono leali verso la corona, ma la loro patria continua ad essere la Scozia o l’Inghilterra o il Galles. Là le primitive nazioni spontanee sono sopravvissute, non per caso, in uno stato senza leva obbligatoria, senza scuola di stato, senza centralizzazione amministrativa. Senza quegli strumenti cioè di cui si servono gli stati per inculcare il nazionalismo.
Oggi anche nell’Europa continentale, in un mercato di dimensioni europee se non mondiali, con un’economia integrata che impedisce gravi tensioni, nemmeno in una crisi come quella che viviamo gli stati hanno motivi per mantenere strutture statali rigide e irreggimentare i sudditi identificandosi in nazioni fittizie. E’ tra l’altro sintomatico che, a una domanda sul web (yahoo answers) su quale fosse la nazione preferita, pochi abbiano indicato uno stato: le risposte prevalenti riguardavano la Catalogna piuttosto che la Provenza, la Scozia, l’Andalusia, persino l’isola d’Elba (indicata come “la mia patria”).
L’Italia, in controtendenza col resto d’Europa e col comune sentire, accentua il suo centralismo e spinge all’eccesso il suo nazionalismo, con celebrazioni patriottiche, parate armate e indottrinamento con l’inno di Mameli. L’inno sarà obbligatorio a scuola per condizionare le nuove generazioni: sono più indifese, non hanno vissuto i drammi della politica di potenza degli stati europei, e sono sottratte allo strumento principe di condizionamento che era la leva obbligatoria. Significa che ormai i rappresentanti della “nazione” sanno di non poter contare su sentimenti spontanei di “amor patrio” se non da chi sull’amor patrio ci campa, e sono alla disperazione. Perché bisogna essere in ritardo di un paio di secoli, se si pensa di educare i giovani ad “esser pronti alla morte” per fare grande e forte l’Italia, inneggiando a stragi subite da tedeschi, francesi, austriaci, e provando a convincerli che le guerre “rivelano ai popoli le vie del Signore”.

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