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Il Movimento del 9 dicembre ha senso solo se è anti-italiano

di ALESSANDRO MORANDINI

Mentre ancora non sono stato chiariti ed ufficializzati gli obiettivi politici del movimento del 9 dicembre, i coordinatori, giustamente, si stanno preoccupando dell’organizzazione. Si stanno preoccupando, cioè, di come ordinare un aggregato di persone che era stato mosso, fino ad oggi, da un generico risentimento verso lo stato, da protezionismi corporativi e da una malcelata superbia espressa, quest’ultima, dallo sventolare delle bandiere italiane; bandiere dietro le quali ogni autentico indipendentista riconosce la presenza di convinti sostenitori della superiorità italiana e dell’indissolubilità dello stato (il perché di questa convinzione deve essere cercato, a mio parere, nella storia dello stato italiano; anche se, in una certa misura, tutti gli stati-nazione devono patire un’immagine di sé stessi adeguata ad attribuire alla sovranità dello stato un valore massimo tra le preferenze che gli individui maturano nell’ambito della sfera politica).

In questo articolo voglio esaminare in modo più approfondito il problema del tricolore, perché penso che dalla sua soluzione dipenda il futuro del movimento. Lo faccio pensando al beneficio che si può trarre da una analisi; non lo faccio, ovviamente, per avanzare polemiche inutili.

Il problema del tricolore non è una questione sulla quale si possa stendere un velo pietoso. Soprattutto in Lombardia ed in Piemonte, ma anche in Friuli Venezia Giulia, il tricolore è ancora il simbolo più visibile esposto in tutti i presidi stradali o virtuali. I simboli non sono una variabile ininfluente rispetto al progresso di un movimento politico. L’adesione alla “rivoluzione popolare” che ha avuto inizio il 9 dicembre (termine piuttosto infelice per indicare un fatto sociale che immagino non abbia quale effetto quello di sovvertire, con l’uso della violenza, le istituzioni dello stato italiano) passa infatti da un riconoscimento diffuso dei suoi propositi. Le icone definiscono sinteticamente e con estrema chiarezza i propositi principali di un movimento. E sono importanti perché l’adesione ad un movimento politico non è fatta solamente di militanti che animano attivamente i presidi, occupano posti all’interno della gerarchia e discutendo quotidianamente rinforzano, indipendentemente dai contenuti delle discussioni, le motivazioni della loro partecipazione. Tutti i protagonisti ed i decisori, i primi attori sociali, sono un elemento indispensabile ma non sufficiente, almeno se tra gli scopi dell’organizzazione c’è la crescita dei consensi e non c’è il sovvertimento delle istituzioni democratiche. I simboli sono decisivi perché se i primi attori dei movimenti (e dei partiti) sono quasi sempre animati da una efficace miscela di narcisismo, gregarismo, coraggio, calcolo razionale, creatività, sentimenti altruistici ed egoistici, ed altre abilità diplomatiche, la partecipazione popolare (che si manifesta in tantissimi modi e con diverse intensità) passa quasi esclusivamente dalla condivisione dei principali obiettivi. L’adeguamento a norme sociali quali, per esempio, “chi è Veneto deve amare il Veneto”, è poi il frutto successivo della centralizzazione degli istituti politici e culturali (ma bisogna ricordare che nessuna norma sociale è resa efficace dal sentimento dell’amore, ma dai sentimenti della vergogna e del disprezzo). Rischiando di rendere la lettura più noiosa, voglio ancora una volta precisare che non sto affrontando il tema con l’intenzione di definire la complessità psicologica dei capi popolo, non minore della complessità psicologica di ogni individuo. Lo scopo della prospettiva analitica della sociologia è pur sempre la spiegazione di fenomeni sociali, con la differenza che, fondando i macro fenomeni nella sfera micro, si rendono necessari modelli semplificati dell’azione individuale per poter comprendere quella sociale. Fatto ciò possiamo avanzare spiegazioni senza dover ricorrere a teorie generali sulla società, quasi sempre inapplicabili proprio in virtù della complessità dell’oggetto di studio.

Il movimento del 9 dicembre, sulla cui organizzazione democratica dobbiamo attendere fiduciosi pregiudicando positivamente intorno alle abilità dei coordinatori, è stato caratterizzato fin dai suoi esordi da una insanabile contraddizione interna: nella pur ammirabile confusione dei primi giorni, determinata dall’urgenza dell’emozione, si è delineata una vera e propria opposizione tra simboli (non ancora manifesta in virtù del clima di festa che ha accompagnato la riuscita dei presidi): da una parte il tricolore, che evoca l’unità dell’Italia, dall’altre le bandiere locali, che sintetizzano l’aspirazione all’indipendenza dall’Italia.

Se, nel corso dei dibattiti, si dovesse tentare di raggiungere un compromesso tra queste due aspirazioni, il movimento si disperderebbe. Non perché sia impossibile trovare un punto di equilibrio tra Italia e Veneto, o tra tasse pagate all’Italia e tasse pagate al Veneto o tra tasse e stato, ma perché la ricerca di quel punto di equilibrio costituisce lo sforzo quotidiano di più o meno tutti i partiti politici attualmente sul mercato, in primo luogo della Lega Nord. Ed il consenso che gli italiani manifestano verso questi partiti, per esempio per il partito di Beppe Grillo, è anche il risultato di questa operazione.

Il Movimento del 9 dicembre ha senso solo se è anti-italiano, se si propone pubblicamente di dividere l’Italia, di costruire una nuova Europa con meno tasse e meno stato. Solo se si pone nelle posizioni più di avanguardia, solo se sostiene la battaglia dell’indipendenza del Veneto, solo se lascia a Grillo gli italiani, il movimento non avrà neanche bisogno di presentarsi alle elezioni per contribuire veramente in quella pacifica evoluzione dell’architettura politica europea. Solo in questo caso preoccuparsi dell’efficienza dell’organizzazione non sarà, rispetto all’influenza del movimento sulla società, tempo sprecato.

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