Il ministro Terzi, i marò e la mania di sparare all’uomo morto

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Sarebbe facile adesso sparare su un uomo morto, come fanno certe canaglie codarde nei film dopo che l’avversario ha sbattuto con l’auto su di un tir ed è lì disteso moribondo e agonizzante col busto riverso sull’asfalto che sporge dalla portiera aperta. Almeno questo ridicolo personaggio, perché questo è sempre stato fin dall’inizio, ha avuto un sussulto di dignità: si è sparato in tesa (metaforicamente parlando e non come fanno per davvero i politici in Giappone) dimettendosi dall’incarico ministeriale.

Le dimissioni, in verità, assomigliano più a un gettare la spugna per tirarsi fuori dalla responsabilità di una decisione non condivisa che a una reazione di dignità dopo il compimento di un atto poco onorevole. Non sono state, infatti, immediate, ma neppure, com’è costume, solo annunciate e rapidamente ritirate o troppo tardive e accompagnate da ponderate e approfondite riflessioni, tentennamenti, retromarce, concertazioni e suggerimenti da parte delle istituzioni, doverosamente e ripetutamente consultate. Niente di tutto ciò.

Fatto irrituale, ha commentato Napolitano (avendo il ministro Terzi porto le dimissioni al Parlamento senza consultarsi con lui) ma il termine andrebbe esteso oltre la consueta ritualità istituzionale per definire queste dimissioni, per l’ambito in cui avvengono, come un fatto strano, inedito, rivoluzionario ed eversivo, una breccia che si è aperta nella casta politica in subbuglio, tremante ed esterrefatta. Terzi, col suo gesto, ha commesso un’infrazione impensabile, un’imperdonabile stupidata che crea un pericoloso precedente per la casta, tradita e inviperita da questo scomodo e irriverente rappresentante: si è dimesso senza possibilità di recedere e senza consultarci! Oddio, nulla sarà più come prima.

Di Paola, ministro della difesa e ammiraglio sembra il più irritato e sorpreso per questa defezione e anche se la poltrona gli scotta sul sedere, da buon napoletano non ha la benché minima intenzione di staccarsene e dichiara (ovviamente) che «La scelta di fare tornare in India i marò è stata collegiale» e se potesse, considerato il suo excursus militaresco, non esiterebbe ad accusare il Terzi di vera e propria diserzione. Come se aver fatto una cazzata collegialmente lo esonerasse dal dimettersi dignitosamente anche lui (con tutti gli altri responsabili di questo sconsiderato governo tecnico) invece di piangere lacrime di coccodrillo per la sorte dei marò. Ah, perché mi vengono in mente i giapponesi e il mitico Ammiraglio Yamamoto?

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