Il manifesto di Tremonti, che si scopre professore di politica

di GIANLUCA MARCHI

Premettiamo una cosa: non ho mai avuto particolare simpatia “politica” per il prof. Giulio Tremonti e penso che spesso e volentieri sia stato sopravvalutato negli importanti ruoli che ha ricoperto nel governo di questo Paese. Spesso e volentieri ha predicato in un modo e razzolato in un altro. E poi diciamocela tutta, non ha avuto poche responsabilità nel’aver portato l’Italia sul ciglio del bnaratro: se non altro perché assecondava, magari tacendo polemicamente, alcuni comportamenti del suo premier. Entrambi, tanto per essere chiari, hanno tradito brutalmente la “rivoluzione liberale” per la quale in molti li avevano votati.

Ma questo è il passato, che pure non va mai dimenticato per analizzare i comportamenti politici. Oggi il  fiscalista docente a Pavia (il termine quasi spregiativo con cui l’hanno sempre apostrofato i colleghi  universitari di altre materie economiche) si presenta ora come il motore di un movimento politico  –  3L – che si ripropone di spiegare ai giovani come gira il mondo, soprattutto quello economico, e di avviarli alla politica: insomma, una sorta di allenatore. Avrà spazio nell’elettorato? Difficile prevederlo, anche se il professore mezzo valtellinese e mezzo trentino, seppure coi suoi modi spicci e l’eloquio essenziale, un certo fascino su una parte dei cittadini, soprattutto al Nord, lo esercita di sicuro.

Scorrendo il “manifesto” che ha predisposto per lanciate il movimento (www.listalavorolibertà.it), si leggono alcuni punti che contrastano con quanto fatto da Tremonti quando era al governo (per esempio parla di depotenziare Equitalia, di non rendere pignorabile la casa e il lavoro, inteso come fabbrica o officina, ma molte delle armi a Befera le ha date proprio lui), ed altri sicuramente condivisibili, come ad esempio l’introduzione del referendum propositivo e consultivo, per dare voce effettiva ai cittadini.

Ai fini di innescare una riflessione eun dibattito fra i nostri lettori, riporto qui di seguito due spezzoni del manifesto: il primo riguarda alcune indicazioni programmatiche di natura economica e il secondo la posizione sull’Europa:

ECONOMIA

N.1
Bisogna fare subito come la Germania. Va subito costituita una banca di tipo nuovo, una banca nazionale che faccia “Credito per l’Economia” (CpE).

Il modello da adottare è quello tedesco della “KFW” (“Kredit für Wirtschaft”= credito per l’economia);

In Germania la “KFW” è uno dei principali pilastri, spesso il fondamentale pilastro dell’economia (sociale di mercato). E’ una banca pubblica, ma non incompatibile con il mercato. Una banca potentissima che, da decenni, fa credito alle imprese, al lavoro ed alle comunità, alla produzione ed all’export.

Da noi non c’è ancora qualcosa di simile, se non in termini sperimentali.

L’economia italiana si basa su due pilastri fondamentali: la manifattura ed il risparmio.

In questa fase della crisi le piccole e medie imprese italiane sono in crisi (anche) perché non hanno credito.

Per contro, il risparmio è ancora un pilastro (l’altro pilastro) della nostra economia. Serve dunque un forte raccordo tra risparmio ed imprese.

Se la “KFW” va bene in Germania, perché non replicarla subito anche in Italia?

Lo si può fare riorganizzando e, fermi il ruolo e la missione delle fondazioni, triplicando in tempo reale le strutture che già abbiamo: Cassa Depositi e Prestiti + Sace + Export Banca + i due Fondi strategici.

La “CpE”, come la “KFW”, dovrà avere garanzia statale totale, sostenere decisamente l’export, emettere speciali titoli di finanziamento alle piccole e medie imprese ed ai distretti e/o reti.

Non solo: la “CpE”, come la “KFW”, deve essere sottratta ai vincoli di bilancio europei e deve avere gli stessi aiuti di Stato finora concessi dall’Europa alla “KFW”.

In caso di ostacoli “europei”, rispetto a questa legittima richiesta di “par condicio”, l’Italia va in Europa “batte i pugni”, per davvero e non per finta (come ora fa). Su cosa fare, al proposito, cfr. qui di seguito il n. 1 del blocco Europa).

N.2
Separazione tra credito produttivo ed attività speculativa.

Le banche che raccolgono il risparmio dei risparmiatori lo possono impiegare solo facendo credito alle imprese ed ai lavoratori, alle comunità ed alle famiglie.   Ed a loro rischio.

Non possono usare la raccolta del risparmio privato per entrare nel casinò o nella bisca della finanza, continuando un sistema, come quello che c’è ora, per cui se ci sono profitti, questi vengono incamerati e privatizzati; se invece ci sono perdite, queste vengono trasferite nei bilanci pubblici e dunque messe a carico dei cittadini, dei risparmiatori, etc.

Si deve dunque tornare allo spirito della legge Glass-Steagall del 1933, che, dopo la crisi del 1929, fu la base di partenza del “New Deal” di Roosevelt. E’ su questo modello che in Italia fu fatta la legge bancaria del 1936. Entrambe queste due leggi (quella americana del 1933, quella italiana del 1936) furono poi abrogate, negli anni ’90, nello spirito della globalizzazione finanziaria. E’ un errore che stiamo pagando e che dobbiamo correggere; (per maggiori informazioni su questo si veda la SCHEDA N.9 sul sito www.listalavoroliberta.it).

N.3
Immissione immediata nelle buste paga mensili del TFR (trattamento di fine rapporto).

Più soldi ai lavoratori, per contrastare subito il calo della domanda sul mercato interno. Il beneficio è immediato. Non ci sarà costo finanziario per le imprese, perchè queste, senza alcun danno, avranno diritto all’equivalente automatico finanziamento, direttamente da parte della loro banca, a sua volta servita a questo fine dall’INPS e dalla Cassa Depositi e Prestiti.

N.4
Contratto di lavoro per la piccola impresa.

Lo schema dei contratti di lavoro è finora organizzato verticalmente, per grandi settori di attività: metalmeccanico, chimico, tessile, edile, etc.

Settori nei quali sono indifferentemente posizionate, e tutte insieme, le grandi, le medie, le piccole imprese.

Considerando che il prodotto interno lordo italiano è fatto per oltre il 90% da imprese piccole e medie, queste livello, se lo vogliono, le imprese ed i lavoratori, possono applicare uno schema contrattuale alternativo e nuovo, una nuova forma di contrattazione, più vicina alle aziende e ai territori.

Un tipo di contratto che, superando la vecchia divisione verticale per settori di attività, prescinde dal tipo di settore di attività, per considerare principalmente la dimensione aziendale (e solo marginalmente il settore di attività). E’ questa, dimensionale e non verticale, la logica del nuovo contratto di lavoro della piccola e media impresa.

N.5
“Un giovane con un anziano”.

In ogni azienda, per ogni giovane assunto, si prevede la detassazione-defiscalizzazione di un lavoratore “anziano”.

N.6
Protezione della nostra produzione.

La concorrenza, per essere tale, deve essere leale. Gli USA, non certo sospettabili per essere anti-mercato, praticano già dal 1933 e poi ancora in altre forme sempre più forti negli ultimi 30 anni, politiche di protezione, di “Buy American”, etc.

In specie politiche che selezionano gli aiuti pubblici, le commesse pubbliche, etc. riservandoli alla produzione americana, in funzione dell’interesse economico nazionale.

Lo deve fare anche l’Europa. Lo deve e può fare, se no, unilateralmente l’Italia! Non si dica che ciò è impossibile, che è contro le regole del mercato e dell’Europa: una idea analoga, per la Francia,  si trova infatti specificamente in uno dei due programmi presidenziali francesi (“La France forte”) del 2012. Se no, l’Italia “batte i pugni” per davvero in Europa ( su questo si veda ancora il blocco Europa, n.1).

EUROPA

Oggi il problema dell’Europa non si chiama “Unione bancaria”, ESM, EFM, “fiscal compact”, “six pact”, OMT, questo l’ultimo degli acronimi inventati dalla burocrazia europea.

Acronimi che scaldano solo il cuore degli zombies.

Il nostro vero problema è invece, in Europa, una nuova epoca che si apre.

Oggi l’Europa rischia infatti, e rischia molto di andare indietro.

Il processo di unione politica può essere rinviato. Il processo di unione economica può disgregarsi. Per due semplici ragioni.

Perché la gestione dei portafogli finanziari, pubblici e privati, sta diventando sempre più nazionale, particolaristica e protezionistica.

Perché l’economia reale si sta troppo differenziando, da area ad area, a partire dai troppo ampi differenziali di credito offerti.

Non si può più affidare il nostro futuro, il futuro dei popoli di un intero continente, ad oracoli “monetari” oscuri od incerti più o meno come era l’oracolo di Delfo!

La voce deve tornare al popolo ed è saggio quanto appena detto dal Ministro tedesco Wolfgang Schaeuble, a proposito di referendum sull’Europa: “Nutro grande fiducia nei miei concittadini. La maggioranza dei tedeschi è fatta da persone molto ragionevoli”.

Lo è anche la maggioranza degli italiani.

In specie, non un referendum sull’Europa che c’è: potrebbe essere bocciato.

Ma un referendum sull’Europa futura, sull’Europa che si vorrebbe. Sarebbe votato.

Davvero un referendum?

La sovranità senza popoli non esiste, se non come usurpazione. Nel cuore dell’Europa sta crescendo un vuoto che non può essere colmato solo con la democrazia.

Si dice che l’euro è irreversibile. Bene. Ma deve essere chiaro che irreversibile è anche la democrazia.

Se è vero che l’Europa non è una rivoluzione, ma piuttosto una continua evoluzione, ed è vero, allora è anche vero che l’Europa non può fermarsi.

Se la posta in gioco è alta, il gioco non può essere tecnico, deve essere politico.
Come disse il Cancelliere Adenauer: “prima europei e poi tedeschi, prima un’Europa federale e poi lo Stato nazionale”. Questo spirito può e deve rivivere dappertutto.

N.1
Per questo si deve fare, anche in Italia, un referendum sull’Europa:
per una Europa che torni alle origini federali unitarie, comprendendo le tradizioni ed i territori storici, riducendo all’opposto l’egoismo miope tipico di certi nazionalismi statali. E’ l’unica via per evitare che, in una globalizzazione fatta da enormi blocchi continentali, le singole “potenze” nazionali europee diventino davvero, a loro volta, marginali;

per evitare di continuare a trattare i paesi, ed i popoli europei come capri espiatori, seguitando invece a trattare come salvatori i veri colpevoli (i banchieri, la finanza, gli hedge-fund, etc.).Certo, alcuni paesi sono caduti nella trappola del debito, hanno usato il debito come fanno i tossicodipendenti con la droga, ma come è stato scritto, lo hanno fatto consigliati dai migliori indirizzi di Londra, di Francoforte, etc.!

per salvare la democrazia, costruendo su questa base l’architettura della nuova Europa. Questa dovrà essere disegnata in linea con il decisum del Consiglio Europeo del maggio 2010:-       serietà dei pubblici bilanci: finita davvero l’età coloniale, non possiamo più continuare a fare più deficit pubblico che prodotto interno lordo;

–       devoluzione verso l’alto delle competenze nazionali sui pubblici bilanci, attraverso una gestione europea che (ogni primavera) anticipi e guidi  la discussione parlamentare autunnale che si fa sui bilanci nazionali. L’Europa è un continente geografico, ha un unico mercato economico, ha una moneta comune, non può continuare con 27 politiche nazionali diverse!

ma anche crescente riconoscimento del ruolo dei territori e solidarietà europea verso il basso: un vero Fondo europeo, con capacità di emettere “eurobond”.

Infine “Battere i pugni per davvero in Europa”. Avvertire che l’Italia intende certo continuare a finanziare i piani di aiuto europei destinati ai paesi in crisi, ma non più calcolandoli sul parametro della quota italiana di partecipazione alla BCE (17%), ma in base alla oggettiva esposizione al rischio del suo sistema finanziario.

Un esempio: sulla Grecia, l’esposizione italiana era pari a 20 miliardi di euro; quella franco tedesca era pari a 200. Per non parlare dell’Irlanda, su cui altri avevano una esposizione di 500 miliardi. In base al calcolo fatto in base alla partecipazione al capitale BCE, ignorando l’effettiva esposizione a rischio del sistema finanziario italiano, è purtroppo evidente che l’Italia ha finanziato soprattutto le banche tedesche e francesi!

L’idea di calcolare diversamente e più equamente l’onere a carico dell’Italia fu avanzata in Europa dal Ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, ma bloccata da Palazzo Chigi (“Trichet – ha confidato il premier a più di un ministro – si è indispettito quando Tremonti è andato a dirgli che l’Italia voleva ricalcolare…. Una ipotesi che l’ha fatto andare fuori dai gangheri”. Repubblica, 10 agosto 2011. ). Un ricalcolo simile, in modo da riequilibrare i benefici, viene ora giustamente ipotizzato anche da Strauss-Kahn. Si deve tornare a trattare in Europa: o l’Italia non spende per gli aiuti o porta a casa qualcosa d’altro!

 

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