Il lockdown mascherato. E appena 2 miliardi di aiuti per chi deve chiudere

Non è un vero e proprio lockdown, ma un lockdown mascherato. Del resto, era abbastanza prevedibile che l’ultima ‘stretta’, in realtà una ‘strettinaa, non sarebbe stata sufficiente per arginare la seconda ondata di covid e limitare l’indice Rt.

Il terzo Dpcm nel giro di due settimane certifica che il virus non è sconfitto (ma si sapeva) e che si sono sprecati i mesi estivi per prepararsi alla recrudescenza dell’autunno (lo si è capito da un pezzo). Oggi gli ospedali sono di nuovo sotto pressione, le terapie intensive si stanno poco alla volta riempiendo, la paura torna a correre sul filo, le Regioni sono insofferenti. Oggi si pagano gli errori commessi ieri, le discussioni paranormali sui banchi a rotelle e sui bonus per i monopattini, le spaccature in seno al Governo, l’atteggiamento disgregativo delle opposizioni, le baruffe tra virologi, epidemiologici, negazionisti. Quei tre mesi trascorsi sotto il solleone tra spritz e assembramenti in spiaggia dovevano essere usati meglio, invece sono stati sprecati.

Il nuovo Dpcm ci riporta indietro (quasi) a primavera, senza palestre, piscine, bar e ristoranti (perché chi va a cena alle 5 di pomeriggio?), con il coprifuoco in alcune regioni alle 11 della sera o al massimo a mezzanotte per soffocare la movida e rimettere in riga quei giovani così belli, spensierati e superficiali da non capire il rischio che corrono e fanno correre. Ma è solo colpa loro? Fino al 24 novembre sarà in questo modo, poi si vedrà. Il Natale, adesso, è ancora lontano. E, aggiungiamo, fortunatamente. Le misure adottate dal Governo sono state al centro di un aspro dibattito interno e della spigolosa resistenza delle Regioni che avrebbero voluto provvedimenti diversi. Per le aziende più colpite, per i titolari di bar e ristoranti, palestre e piscine, sono previsti ristori per un totale di due miliardi, che potrebbero aumentare. Non sono pochi ma nemmeno tanti tenuto conto della sofferenza precedente.

Un carezza in un pugno. Di diverso, rispetto a marzo, c’è un altro indice: quello di sopportazione della gente. E qui la situazione diventa pericolosissima. Le proteste di Napoli e poi di Roma, fino a quando non sono diventate ostaggio delle forze di estrema destra, della camorra e dei centri sociali, sono esemplificative di un disagio allargato e rischiano di diventare una minaccia per la tenuta del Paese. Altre ne sono previste per domani, una ribellione ‘economica’ che monta come la panna e non ha il colore della politica ma il calore dei soldi.

Il presidente campano De Luca ha dovuto compiere una mezza marcia indietro, il governo di Giuseppe Conte dovrà confrontarsi con qualcosa che non c’è stato a primavera ma che non può trascurare. Alla fine, immaginiamo, toccherà come sempre è accaduto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fare in maniera che il Paese stia unito. Ma neanche per il Capo dello Stato, questa volta, sarà semplice entrare nella testa e nel cuore degli italiani.

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