Il lato B del Covid? Rizzi: Lo Stato italiano, trasporti insufficienti. Tutti ammassati ma col green pass

di Monica Rizzi – In piena prima ondata Covid ad Agorà su la7, era Lucia Annunziata a dire: “Ma avete idea delle conseguenze di fermare l’alta velocità, sulla Roma-Milano, per disinfettare la stazione di Casalpusterlengo? Avete fermato l’economia del Paese”.
Ecco, è la plastica rappresentazione del lato B del coronavirus. L’ecatombe economica, lo stato di guerra della porzione del Paese che produce da sola più del 30% del Pil nazionale. Eh sì. Che fosse necessario sterilizzare la stazione del paese lodigiano il cui nome risultava sconosciuto e impronunciabile a molti commentatori tv, dopo l’allerta sulla salute del capostazione, sarà stato pur indispensabile, ma perché non avevano comunque pensato di sanificare prima quel centro di snodo così importante per la movimentazione del lavoro, degli affari? Ce lo siamo già dimenticato questo episodio?

Improvvisamente i politici si erano accorti che il sistema dei trasporti è quello che fa andare avanti il prodotto interno nazionale, e che se si mettono in quarantena le fabbriche, i supermercati, i negozi, se gli artigiani vengono blindati a casa loro, la Borsa perde il 5-6% al giorno. Ora il nodo arriva al green pass, al blocco dei porti, ad un sistema in generale dei trasporti pubblici, e scolastici, che fa acqua da tutte le parti. O vogliamo dire che i lavoratori, gli studenti sono oggi nelle condizioni di viaggiare in sicurezza? Ammassati ma col green pass!

Ad essere sotto pressione è poi quel sistema massacrato dalle tasse. Non sono gli sbarchi a rovinare il tessuto economico del Nord. E’ la politica improvvida, l’eccesso di troppe tasse. La bulimia di regole che ingarbugliano il lavoro.

Il tutti giù per terra decretato per isolare il virus fa capire cosa traini davvero il Paese. Non è il turismo, perché si è incapaci di renderlo primo volano mondiale nel paese con la più alta concentrazione di arte e bellezze naturali. Non è la grande industria, perché appena sente cambiare il vento, si delocalizza fiscalmente. E paga le tasse dove si spende meno. Non è la rete dei social, che non versano un euro di imposte pur traendo profitti dal commercio online, dalla pubblicità online, dai profili online che vendono alle società che profilano la nostra vita.

Sono quelle fabbriche che vediamo quando attraversiamo l’autostrada, sono i negozi che aprono la mattina e chiudono la sera, nonostante il 60% di tasse che servono a mantenere una pletora di burocrati buoni a nulla.

Ma si governa come se il Nord non ci fosse. Peccato che neanche la quarantena, i morti, i blocchi stradali, ferroviari, riescano a far capire l’importanza della globalizzazione dell’economia in un territorio macroregionale che produce, esporta, garantisce lavoro e paga le tasse. Chiudere dentro le mura il Nord è un conto. Se l’epidemia esplodesse nel Sud, quel poco che c’è sparirebbe, ma non verrebbe giù il Pil. Sarebbe l’ennesimo stato di calamità naturale. Specialmente con la sanità corrotta e commissariata che ha fatto danni per decenni.

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