Il gioco truccato del voto: vantaggi alla squadra vincente, non agli elettori

di GIORGIO GARBOLINO

Che in Italia i valori democratici e liberali siano drammaticamente minoritari è noto, ma non è altrettanto evidente quanto poco siano significative e ipocrite le prossime elezioni, che dovrebbero essere l’espressione massima della democrazia e della libertà. Non che le forze politiche abbiano mai dato origine, negli ultimi 150 anni, a organi elettivi eccellenti, ma il degrado in cui è scivolato – non a caso – questo stato sbagliato, rende più appariscente quanto sia inutile aspettarsi dalle elezioni la benché minima spinta a un miglioramento della situazione comatosa dell’Italia.

Il clima da stadio della campagna elettorale potrà anche suscitare l’entusiasmo delle curve e ridurre l’astensione, ma non riesce a nascondere il fatto che l’esito della competizione servirà – come allo stadio – a portare grandi benefici alla squadra vincente, senza influire per nulla sulla situazione dei tifosi.

Il sistema elettorale mai come ora è così poco rappresentativo dei votanti e così a favore dei politicanti di professione. Si sanno già in anticipo, almeno al 90%, i nomi degli eletti: sono i padroni dei partiti a decidere, di fatto, chi sarà eletto, chi no, chi è escluso a priori dalla competizione: le liste le fanno loro (le primarie italiane sono solo una foglia di fico) e quali saranno i futuri “rappresentanti del popolo”dipende dalla graduatoria dei posti in lista. Le indagini demoscopiche già ci dicono con grande approssimazione quanti posti in parlamento saranno assegnati a questo e a quel partito e di conseguenza chi sarà eletto. Senza contare che i più rappresentativi sono candidati in più circoscrizioni solo per poter scegliere, dopo, in quale circoscrizione proclamarsi eventualmente vincenti, lasciando spazio, altrove, ai candidati primi esclusi. I vari “premi di maggioranza” (che tali non sono)  snaturano poi del tutto la rappresentatività del parlamento.

Si va a votare per dozzine di candidati premier, ma la composizione del governo, il suo orientamento politico economico sociale, le alleanze fra partiti, saranno decise dai leader stessi, e solo dopo le votazioni, dopo lunghe trattative mirate a spartirsi le poltrone. Che sono un migliaio solo nel parlamento, il più alto numero in proporzione agli abitanti di tutto l’occidente. E divise in due camere praticamente identiche e politicamente allineate: nel Senato, quel poco in cui differiva  dalla camera in origine – per rappresentare in qualche modo le regioni –  è stato del tutto annacquata, rendendolo utile solo ai suoi componenti (ma costoso per tutti noi …). Nel mondo, consideriamo “popoli”gli Scozzesi e i Baschi, i Palestinesi e i Tuareg, i Tutzi e i Curdi, i Ceceni e i Tibetani, ecc. Me non i popoli dell’Italia. Le regioni non contano niente, pilotate strettamente dai partiti “nazionali”.

Oltre tutto, il “potere legislativo” di camera e senato è una finzione: non fa più leggi, approva quasi solo decreti del governo o norme dell’Unione Europea, normalmente modificandole – quando lo fa – in peggio, per favorire le lobby più “generose” verso i partiti. Di fatto, legiferano di più magistrati e alti burocrati, fra cui è lecito metterci anche le burocrazie sindacali. Il governo, “potere esecutivo”, non “esegue” niente (cioè non rispetta e non fa rispettare tutte le norme emanate dal parlamento), si limita a sfornare miriadi di decreti e regolamenti, farraginosi e incomprensibili perché possano essere interpretati come più conviene. Governa per decreti, ma solo col benestare del presidente della repubblica, da decenni ormai parte attiva in politica, benché scelto solo in un’ottica di spartizione delle poltrone fra i capi partiti:“il governo a me, il Quirinale a te, la presidenza del senato a lui, ecc…”, senza nessun’altra legittimazione.

I costi della politica (in realtà “dei politicanti”, la politica ha costi minimi) suscitano sempre meno indignazione: la politica è ormai accettata dagli italiani come un mestiere facile per arricchirsi, che premia i peggiori, quelli più servili, incapaci di svolgere altri mestieri (e quindi più ricattabili dai boss), la “peggiocrazia”, come qualcuno l’ha definita.

Il potere “nazionale” d’altronde, il mondo globalizzato lo ha totalmente svuotato, a favore di burocrazie sempre più ottuse (come l’Unione Europea) o di gruppi economici ingovernabili. La democrazia non abita dove si annida il vero potere e non riesce più a sopravvivere in organismi impotenti come gli stati attuali, soprattutto se sono malati come gli stati artificiali. L’Italia, malata grave dalla nascita, sta sprofondando. Senza potere, in un sistema corrotto, cos’altro potrebbe fare a Roma un “onorevole”se non impegnarsi solo per arricchirsi e difendere i suoi privilegi di casta?

Alle elezioni “nazionali” o locali, poche cose restano da fare a un suddito insofferente, che non riesce ad accettare questo stato di cose. Può astenersi, perché, in un sistema marcio, pensa che scegliere una “cosca” piuttosto che un’altra significa solo fare il gioco di una “casta” corrotta. Oppure può dare il voto agli audaci indipendentisti, dove presenti – pur sapendo che la loro è una ammirevole scelta di testimonianza ma con nessuna possibilità di scalfire il regime. Oppure scegliere Grillo, per premiare la sua indignazione, anche se il suo movimento è drammaticamente carente di cultura politica. O Giannino, consapevole però che se qualcosa si può (forse) ancora “fare per fermare il declino”, lo si può fare solo per le nostre regioni padane e alpine: l’Italia è ormai condannata comunque, non al baratro (l’Europa e l’euro sono ancora dei paracaduti), ma un’ inarrestabile lenta decadenza, da paese delle banane. E questo non solo per il malgoverno degli ultimi anni, ma per i suoi secolari difetti strutturali, che nessuna “locomotiva” lombarda o veneta può superare.

In Italia, purtroppo, non si può “importare” né la democrazia liberale né, con questa, il benessere.

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