Il Giappone scommette sul debito: Abe come Keynes

di MATTEO CORSINI

E’ il governo che deve prendere per primo l’iniziativa al fine di creare domanda e dare una spinta all’intera economia: dobbiamo dire addio a una economia in contrazione e puntare a promuovere la forza con l’innovazione e una nuova domanda che porti a spingere occupazione e reddito“. (S. Abe)

Tornato al governo dopo le recenti elezioni in Giappone, Shinzo Abe ha iniziato subito a dare seguito alle promesse fatte in campagna elettorale: politica fiscale espansiva (sic!) e pressione sulla banca centrale per rendere più accomodante (sic!) la politica monetaria. E pazienza se il debito pubblico supererà il già enorme livello del 240 per cento del Pil. Abe crede che una (ulteriore) dose massiccia di politiche keynesiane di sostegno alla domanda aggregata riusciranno a tirare il Giappone fuori dalla palude in cui si trova ormai da vent’anni, periodo nel quale le uniche due cose che sono sempre aumentate sono l’età media dei giapponesi e il debito pubblico.

Ben venga l’allungamento della vita media delle persone, ma una popolazione che invecchia mal si concilia con un debito pubblico che assume proporzioni simili a quelle raggiunte in Giappone, perché potrebbe compromettere la capacità del Paese di restare creditore nei confronti del resto del mondo, circostanza determinante sin qui per evitare che il bubbone diventasse incontrollabile. Sono vent’anni che il Giappone attua una ricetta simile a quella che (ri)propone adesso Abe, magari non sempre con lo stesso vigore. L’effetto è sotto gli occhi di tutti: solo i keynesiani non lo vedono, o preferiscono non vederlo, parlando a vanvera di conseguenze di politiche espansive troppo “timide” o addirittura, perdendo ogni senso del ridicolo, di austerità.

Dopo uno shock come quello dovuto allo scoppio della bolla formatasi negli anni Ottanta, è normale che il settore privato, all’epoca affogato nei debiti, sia restio nell’indebitarsi nuovamente. Un grave errore dei keynesiani, però, consiste a mio avviso nel non prendere assolutamente in considerazione l’aumento dell’incertezza che genera nei cittadini e nelle imprese una politica fiscale che porti a un aumento consistente del debito pubblico in sostituzione di quello privato. Nella situazione in cui si trova il Giappone, presto o tardi sarà necessario aumentare fortemente la pressione fiscale, oltre a continuare a stampare yen a profusione per tentare di affogare il debito nella liquidità. E’ del tutto comprensibile che ciò non spinga cittadini e imprese a indebitarsi e a spendere quanto vorrebbe il governo.

D’altra parte, come accennavo, ben difficilmente il Giappone potrà continuare a restare creditore nei confronti del resto del mondo come lo è stato negli ultimi decenni, anche se cercherà di indebolire progressivamente lo yen per mantenere un saldo attivo di bilancia commerciale. Quando la bilancia commerciale inizierà ad avere strutturalmente segno negativo, i nodi verranno al pettine. A quel punto sarà interessante sentire cosa diranno i Krugman di questo mondo, che (non poteva essere altrimenti) apprezzano le politiche economiche prospettate da Abe.

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