Il futuro dell’Euro dipenderà dallo scontro finale Usa-Germania

di FABRIZIO DAL COL


Ieri Il premier italiano Monti, dopo il vertice bilaterale tenutosi a Helsinki con l’omologo Finlandese Jyrki Katainen, ha dichiarato che “sarebbe una cosa terribile per l’integrazione europea se l’Euro, che doveva essere l’ultimo e perfetto passo verso l’integrazione, a causa di questi problemi che ci sono nel mondo reale dovesse diventare fattore di divisione e disintegrazione anche della psicologia delle visioni politiche tra gli Stati membri”. Ha poi aggiunto che “l’Italia non ha bisogno di aiuti speciali soprattutto quelli per salvare la propria economia”. A onor del vero, il giorno prima Monti aveva sottolineato che i mercati non stavano capendo gli sforzi fin qui conseguiti dall’Italia e ammesso quanto fosse frustrante il fatto che le riforme del suo governo non si riflettessero nell’andamento degli spread.

Le preoccupazioni manifestate da presidente del Consiglio sulla tenuta dell’Euro stanno divenendo, in questi ultimi giorni che separano dal prossimo vertice del Consiglio europeo, sempre più acute e condivise anche dagli Stati Uniti al punto  da costringere il presidente Obama ad un stretto contatto con il premier italiano al quale fare riferimento per essere rigorosamente informato circa i progressi ottenuti. Una situazione di crisi, quella europea, che fino a ieri pareva solo finanziaria, mentre oggi si sta manifestando come qualcosa di più profondo, rendendo visibile ciò che fino a un momento primai nessuno era in grado di vedere. La crisi finanziaria partita dagli USA nel 2007 è arrivata carica dei suoi derivati finanziari in Europa nel 2008, anno in cui si scoprì che gli Stati europei più deboli avevano nel frattempo utilizzato i rovinosi prodotti finanziari americani per finanziarsi a basso costo. Oggi accade che la Germania, unico paese  a fungere da locomotiva europea per aver goduto negli anni il vantaggio di competitività economica dovuto al cambio del marco con la moneta unica, forte della sua crescita economica, ha potuto evitare di finire, se non in modo marginale, nella bolla speculativa finanziaria di cui sopra, rendendo però evidente a tutti il “doppio gioco” politico fin qui tenuto ovvero che la sua crescita economica è avvenuta a scapito della mancata competitività dei paesi oggi in difficoltà, competitività sacrificata in buona parte senza volerlo o saperlo per favorire se stessa. La leadership esercitata in Europa dalla Merkel fino ad ora da una parte ha condizionato le politiche degli stati membri e dall’altra ha imposto un rigore finanziario intransigente volto a mettere in difficoltà economica i cosi detti Piigs. Gli Stati Uniti, prossimi a rieleggere il loro presidente, hanno sempre guardato con un certo sospetto all’intransigenza del rigore fiscale imposto dalla Germania in Europa e hanno sempre sostenuto che il rigore senza crescita economica, oltre a danneggiare il Vecchio Continente, avrebbe danneggiato anche il rilancio economico americano. L’America, a cui necessita la spinta di una crescita economica europea che in questa fase è venuta a mancare, non intende più attendere la “melina artificiosa” voluta dal governo tedesco e tanto meno compromettere i propri interessi nel bacino del mediterraneo.

Alla Merkel non basta più rifugiarsi nella scusa di dover attendere le “sette settimane” necessarie per la sentenza della corte costituzionale tedesca indipensabile a istruire gli strumenti necessari alla difesa della moneta unica, questo perché gli stati in difficoltà ora sono a rischio e un loro avvitamento comprometterebbe la stessa sopravvivenza dell’Euro. Ecco allora che la telefonata di Obama a Monti dell’altro giorno assume un rilievo strategico per l’evolversi della situazione attualmente in stallo e, indirettamente, fa intendere alla Merkel che il tempo del “doppio gioco” è finito e che le mire espansionistiche tedesche nel bacino del Mediterraneo non potranno avere successo.

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