Il dramma dei leghisti: ma la Lega è ormai da rottamare?

di GIANLUCA MARCHI

Roberto Maroni riunisce in conclave gli eletti leghisti – in parlamento e nei consigli regionali – a Milano (Novotel di zona Niguarda) per fare il punto sullo stato di salute della Lega Nord dopo il recente voto amministrativo, che ha sancito la crisi profonda, quantomeno elettorale, in cui è precipitato il movimento. Qualcuno prevede sue dimissioni immediate per consentire addirittura lo svolgimento del congresso entro luglio (lo statuto prevede che si possa svolgere anche entro venti giorni). Più verosimilmente l’uscita di Maroni da via Bellerio (per dedicarsi solo alla Regione Lombardia) potrebbe avvenire in autunno, con il congresso convocato fra ottobre e novembre. Che si possa prolungare questa fase preagonica fino alla primavera del 2014 appare invece improbabile, nonostante alcuni alti dirigenti, fra i quali il vicesegretario e sindaco di di Verona, Flavio Tosi, lo invitino a restare in carica, difficile che Maroni intenda restare ancora a lungo alla guida del movimento. Che Tosi punti a questa soluzione è comprensibile, in quanto i deludenti risultati elettorali soprattutto in Veneto, a cominciare dalla perdita di Treviso, hanno parecchio indebolito la sua posizione politica e oggi come oggi appare fuori dalla corsa a segretario. Corsa che in questo momento vede invece coinvolti il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini e il suo predecessore Giancarlo Giorgetti. Sarebbe un forte candidato, forse addirittura il più forte di tutti, Luca Zaia, ma appare alquanto improbabile che il segretario attuale se ne vada perché eletto governatore e venga sostituito da un altro governatore. In molti, di questi tempi, stanno bussando alla porta di Giorgetti il quale, come suo costume, si mostra titubante ad assumere una tale gatta da pelare, pur essendo considerato un possibile segretario di ricucitura fra le anime oggi lacerate del Carroccio. Non bisogna infine escludere del tutto che possa anche emergere una candidato outsider, magari di rottura con il passato.

Ma al di là di queste schermaglie, pur significative per l’immediato futuro del movimento, quel che emerge da dietro le quinte della gara per sostituire Maroni, è una crisi ben più porfonda che rischia di minare fino dalle fondamenta l’esistenza stessa della Lega. Il fatto che si stia pensando di “rottamare” il simbolo storico del Carroccio, l’Alberto da Giussano, la dice lunga su come il partito sia ormai sull’orlo di una crisi di nervi (per usare una frase fatta). La realtà è che in molti fra militanti e dirigenti si sta diffondendo una chiara sfiducia sul fatto stesso che la Lega Nord sia ancora un marchio spendibile. Troppo pesanti le conseguenze causate dagli scandali del 2012 per una formazione politica che, fin dal suo esordio, aveva fatto della propria assoluta diversità una caratteristica primaria. E assolutamente inesistenti i risultati concreti portati a casa per l’area geografica di riferimento, la Padania: un bilancio fallimentare che non può essere mitigato dalla convinzione che senza Bossi e senza la Lega la “questione settentrionale” manco sarebbe esistita. Sintomatico il fatto che l’alleato forte della Lega nelle tre Regioni del Nord, il Pdl, dopo il disastro elettorale delle amministrative si sia affrettato a ribadire che la “questione del Nord non è più prioritaria”. Cioè, stiamo a zero e persino la pallida Macroregione si è già persa per strada.

E poi diciamola tutta, l’impronta che Maroni e Tosi stanno dando a quel che resta del partito è di una specie di democrazia cristiana che si chiama ancora Lega ma che con la Lega non c’entra proprio nulla.

Sto forse sostenendo che la Lega si scioglierà, come auspicato su queste colonne proprio di recente da Michele Corti? Peronalmente non escluderei un’ipotesi che solo fino a pochi  mesi fa sembrava una visione d’altri mondi, cioè la nascita di qualcosa di nuovo destinato a rottamare la Lega. Ma non solo…

 

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