Il delirio di Monti: non si candida ma impone la sua agenda

di FABRIZIO DAL COL
Mario Monti ovvero l’uomo che non deve chiedere mai. Parla dell’Italia come di un paese che si è riconquistato la credibilità internazionale grazie solo al suo governo, ben sapendo però che nessuno al mondo copierebbe mai il modello italiano e quindi, per logica deduzione, non si riesce a capire di quale credibilità parli, anche se appare evidente che l’unica credibilità possibile sia riferita a quella dei mercati finanziari. Con le dichiarazioni di ieri, il premier ha reso finalmente evidente ciò che invece  in tanti avevano già capito, ovvero ha confermato il suo passo indietro affermando che non si candida. Ma con chi avrebbe dovuto candidarsi se non, com’è ovvio, con coloro che avrebbero credibilmente sostenuto la sua agenda? E, arrivati a questo punto, chi sceglierà di far sua l’agenda  Monti senza se e senza ma? Il Pdl, che lo ritiene responsabile dello sfascio ? oppure il Pd, che invece lo vedrebbe  bene solo nel ruolo di ministro e magari all’economia?

Non accadrà niente di tutto questo, Monti aspetterà il dopo elezioni quando, in assenza di una maggioranza al Senato, potrà giocare la sua partita e rendersi così disponibile a ricoprire il ruolo di premier di un governo di unità nazionale. Monti ha depistato fin dall’inizio le sue vere intenzioni, in quanto ha sempre saputo che con chiunque si sarebbe candidato non avrebbe poi  potuto vincere, ragion per cui, dal punto di vista politico, ha sempre preferito tenere invece  il profilo basso per meglio  attuare la strategia a lui più congeniale dell’”Io sono io e dopo di me c’è solo il diluvio”.

Sembra una fuga in avanti,  la decisione presa  dal premier uscente, per costringere le forze politiche a subire “le sue condizioni” e così facendo, consapevole altresì di aver spinto il Paese verso una direzione che solo lui ritiene di poter percorrere, alza la posta per garantirsi il mandato politico ritenuto necessario  dai mercati finanziari e dall’Europa, senza però nessun ticket  e per i prossimi cinque anni. E per fortuna che è un tecnico, chissà cosa ci si saremmo dovuti aspettare se invece fosse stato un politico.  E visto che la strada  Monti l’ha  già tracciata, le forze politiche, a nostra insaputa, col fine di garantirsi i 5 anni di presenza in Parlamento,  potrebbero anche aver già deciso di accettare le sue condizioni che da un lato si renderebbero necessarie per spegnere i riflettori sulle loro malefatte e dall’altro conseguirebbero la certezza di relegare gli elettori al semplice ruolo di “comparsa”.

In sostanza, da qualunque parte la si voglia guardare, Monti vuole da un lato la garanzia certa  di poter proseguire per altri 5 anni il suo incarico e per farlo, ha deciso di sfilarsi dalla competizione elettorale per non correre così  il rischio di non essere eletto e dall’altro lasciare che le forze politiche rimangano  in balia del fatto e che chiunque vinca  non avrà poi una maggioranza,  per conseguire poi  quell’incarico a premier di un governo di unità nazionale.  Questa soluzione, se si avverasse, non potrà però essere considerata una novità – visto che proprio su questo giornale avevo già avuto più volte scritto  dell’ipotesi del governo di unità nazionale – ma metterà invece  in evidenza l’esatto contrario di un paese che crede di aver conseguito quella credibilità internazionale di cui oggi si fa vanto.

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