Il Cie di Lampedusa mi ha ricordato i miei due giorni di naia

di GIANFRANCESCO RUGGERI

In questi giorni ha fatto grande scalpore un filmato che proviene dal CIE di Lampedusa dove si vedono alcuni extracomunitari sottoposti ad un trattamento di disinfestazione. Per quello che ho capito si contestano le modalità con le quali è stata effettuata la disinfestazione e il clamore è stato tale e tanto che anche l’Unione Europea ha minacciato di aprire una procedura di infrazione e di sospendere gli aiuti se l‘Italia non dimostrerà di sapere accogliere adeguatamente gli extracomunitari.

Se fossi io Letta coglierei subito la palla al balzo, rinuncerei spontaneamente agli aiuti dichiarando che l’Italia non è in grado di accogliere adeguatamente gli extracomunitari e li trasferirei subito tutti a Ventimiglia e al Brennero affinchè i più civili stati europei possano prendersene cura nel modo migliore.

L’argomento che però voglio affrontare non è la gestione del fenomeno migratorio in sé, ma lo scalpore che ha suscitato il filmato, dove si vedono alcuni extracomunitari nudi sottoposti a disinfestazione in un luogo non idoneo, mi pare fosse un cortile, in ogni caso non si trattava di un’infermeria. Non voglio commentare l’accaduto, lascio che siano i lettori, ognuno con la propria personale sensibilità, ad esprimere un’opinione sull’accaduto, non prima però di aver letto un’esperienza che personalmente vissuto perché è stata imposta a me e a tanti altri ragazzi: parlo della “due giorni” di naia. I lettori che hanno 30 anni e più si ritroveranno in larga parte in quanto sto per raccontare, anticipatamente mi scuso invece con le lettrici perché dovrò affrontare nel proseguo dell’articolo argomenti scabrosi e mi vedrò costretto anche ad utilizzare toni grevi.

Quando ancora la leva era obbligatoria durante i cosiddetti “due giorni di naia” i ragazzi appena diciottenni venivano sottoposti a test psichici e ad esami medici per valutare la loro idoneità a prestare servizio. I ragazzi di Bergamo alla mia epoca dovevano presentarsi al distretto militare di Brescia, alle 8.00 in punto, ciò significava prendere il treno delle 6 e qualcosa, alzarsi alle 5 per chi come me abita in città, figuriamoci chi arrivava da lontano. Una levataccia assurda per affrontare esami accurati come quelli dell’udito: ci senti? Si. Finito l’esame.

Il primo giorno era destinato ai test psichici, domande con risposte a crocetta, la più famosa delle quali era quella del fioraio, ovvero potevi dire che non ti piacciono i fiori, ma che li avresti regalati alla mamma, perché alla mamma possono comunque piacere, ma guai a dire che i fiori non ti piacciono e poi dichiarare qualche domanda dopo che volevi fare il fiorista: finivi dallo psichiatra! Ovviamente io dove sono finito? Ma naturalmente dallo psichiatra, non solo, quanti non avevano superato il test psichico venivano divisi in due gruppi che tra di noi avevamo così ribattezzato: matti e matti col botto. Ovviamente io sono finito tra i matti col botto.

Mezza mattina a chiedermi perché mi ritenessero matto col botto, poi un quarto d’ora buono di colloquio con la psichiatra che ha voluto sapere tutto di me, della mia famiglia, madre, padre, già deceduto allora, amici, scuola, religione, amore, sesso, ecc. e io che non capivo dove volesse andare a parare. Alla fine mi chiede perché non ho risposto ad una domanda, guardo il test e mi accorgo che manca un pallino: mi son dimenticato, mi è sfuggito. Bene, risponda ora. Se non ho capito male non rispondere ad una domanda dopo che è stato impartito l’ordine di farlo è per loro un possibile atto di insubordinazione. Consolato dal fatto di non essere matto col botto, ma solo distratto mi avvio a fare gli esami medici.

Ricordo come fosse oggi una lunga fila di ragazzi in mutande che aspettano nel corridoio il loro turno, solo mutande, vietati anche i calzini: visita dell’udito, visita oculistica, polmoni, cuore, arti inferiori e superiore, prelievo urine, ecc finchè si giungeva a quella stanzetta. Giunti a quella stanzetta era necessario abbassare le mutande e lasciar fare ad un giovane milite di leva, che, benchè avesse un camice bianco, non sembrava per nulla un’infermiere. È toccato anche a me, ho abbassato le mutante e il milite, seduto su di una seggiolina, mi ha tastato i testicoli, uno a uno, ha verificato che io avessi i coglioni nel senso letterale della parola. Ancora oggi non ho capito perché io sia stato costretto ad una prova così umiliante, evidentemente l’italica Patria voleva esser certa di arruolare solo uomini con le palle!

L’umiliazione non finiva li, infatti dopo essere stati ben tastati a dovere, il milite ordinava di tirare indietro la pelle del pene e a quel punto un suo commilitone che se ne stava in piedi li vicino e che si era preso la briga di annotare che avevo due palle due, si degnava di avvicinarsi e di dare un occhio alla punta del mio pene, altra annotazione e poi via, tirar su le mutande e andarsene il più alla svelta possibile cercando di dimenticare. Poteva anche andar peggio, infatti a quanti non capivano con rapidità il senso dell’espressione “tira indietro la pelle del pene” veniva gridato in faccia “scappellalo”!

Sono passati tanti anni, più di 15, eppure mi ricordo ancora perfettamente l’accaduto e mentre oggi vedo tutto questo clamore per il modo in cui sono stati disinfettati alcuni extracomunitari a Lampedusa, mi chiedo perché nessuno abbia mai avuto da ridire per quello che io e altre migliaia di ragazzi abbiamo vissuto durante la due giorni di naia e faccio presente che non si trattava di atti di nonnismo, ma di una regolare procedura. Vorrei anche far notare come disinfettare gli extracomunitari sia un bene per la loro salute, le modalità saranno discutibili, ma comunque l’azione è stata svolta a fin di bene, al contrario mi chiedo come tastarmi i testicoli e analizzarmi la punta del pene possa essere stato un bene per me: che vantaggio ne ho avuto? Eppure l’Unione Europea non ha mosso un dito, il capo di governo non è intervenuto, i giornali non ne hanno parlato, insomma guai a disinfettare in modo brusco un extracomunitario, ma ravanare nelle mutande di un cittadino italiano, affinchè l’italica Patria ne verifichi la dotazione è sacrosanto, ovvio, scontato, quasi che la guerra si facesse a colpi di pisello!

In definitiva valutate come volete gli episodi di Lampedusa, valutateli con la vostra sensibilità, ma abbiate almeno un minimo di uniformità di giudizio e pretendetela anche dagli altri, da giornalisti e da politici: se non è corretto quanto succede a Lampedusa, era corretto quanto è stato fatto a migliaia e migliaia di ragazzi?

Pensatela un po’ come volete, ma io per conto mio gradirei le scuse del presidente del governo: caro Letta, indignati e scusati anche con me e con tutti i ragazzi che come me si son visti tastare là sotto senza capirne e saperne il perché, già che ci sei scusati anche con tutti noi e magari anche con quella specie di infermiere, più probabilmente un milite di leva, cui era stato ordinato di tastar ogni mattina gli attributi di qualche centinaio di ragazzi: che coioni poveretto!!!

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