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Il caso Wirecard e lo strafalcione di Giorgia Meloni

di Luigi Basso – La battaglia a favore del mantenimento del contante come forma di pagamento è una sacrosanta lotta a favore della libertà e contro la distopia rappresentata dal controllo totalitario su ogni forma di transazione economica umana che si traduce in una forma di controllo della persona tout court.
Tuttavia, questa battaglia esige, tra le altre cose, grande preparazione scientifica.
Purtroppo l’altro giorno Giorgia Meloni ha reso un pessimo servizio alla battaglia in difesa del contante.

A proposito della vicenda dell’insolvenza dichiarata dalla Wirecard tedesca, leader dei pagamenti elettronici, che ha visto bloccare, come conseguenza, centinaia di migliaia di carte Sisalpay, la Meloni ha twittato garrula che questo episodio dimostra come sarebbe pericoloso un futuro senza contanti.

Ora, che la Meloni dica queste cavolate non stupisce, poiché l’apprendimento della materie economiche e finanziarie esula dalla sua formazione culturale (liceo linguistico), ma ciò che meraviglia è che una persona che si vorrebbe candidare a diventare Premier non abbia uno staff che le impedisca di scrivere simili sciocchezze.

L’affare Wirecard non ha alcuna attinenza, infatti, col sistema di pagamento utilizzato, se moneta contante o elettronica: si tratta di un’insolvenza generata da un ammanco contabile di circa 2 miliardi di euro.
Soldi spariti.

Il blocco dei saldi di conto corrente delle società collegate a Wirecard è dovuto, quindi, all’insolvenza e non al tipo di moneta usato: i clienti Sisal non avrebbero potuto ritirare dagli sportelli il mitico contante, neppure se Sisal fosse stata una banca normale.

Il caso Wirecard dovrebbe, semmai, far ragionare sul sistema dei controlli contabili e delle revisioni legali dei bilanci delle società, che sembrano sempre più bisognosi di una severa riforma, a tutela delle società stesse, che oggi hanno sempre più un problema reputazionale di credibilità dei loro prospetti contabili .

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