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  Il carattere degli italiani (e dei padani) che non promette niente di buono…

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di SERGIO BIANCHINI –  Giacomo Leopardi nato nel 1798 a Recanati, allora stato pontificio, dove risiedeva la sua nobile famiglia,  morì nel 1837 a Napoli senza vedere la nascita dello stato italiano. Era un “suddito” dello stato pontificio ma si sentiva italiano. Nella stessa epoca visse Vincenzo Gioberti 1801-1852. Era Piemontese  ed ebbe anche un ruolo eminente nel governo dei Savoia da cui fu prima innalzato, poi respinto ed esiliato e infine richiamato.

Entrambi hanno esaminato e descritto la condizione degli Italiani e dell’Italia  del loro tempo con sottolineature molto diverse ma forse complementari. Pur non essendo ancora realizzata l’unità dello stato gli ambienti colti e le elites politiche dei vari principati si percepivano come qualcosa di unitario rispetto al resto dell’Europa.

Anche in Europa l’Italia era concepita come un qualcosa di variegato ma in qualche modo unitario. Nel 1786, il tedesco  Goethe (la Germania non esisteva ancora) aveva iniziato  un lungo viaggio durato circa due anni da Karlstadt fino alla Sicilia passando per il Brennero. Da questa esperienza e dal diario tenuto durante il viaggio ebbe origine lo scritto”Viaggio in Italia”.

 

Nel 1807 Madame de Stael figlia di un famoso ministro del re di Francia  pubblicò il romanzo “Corinna e l’Italia” frutto anch’esso di un diario tenuto durante  un lungo viaggio in Italia. Corinna è ritenuto il primo romanzo della letteratura femminile dell’Ottocento: fu vero e proprio best seller europeo, con una forte influenza sugli sviluppi del Romanticismo in contrapposizione agli schemi letterari e artistici tradizionali allora dominati dal classicismo cioè dal culto dell’antichità greco-romana..

Tra il XVIII e il XIX secolo un viaggio nel “bel paese” diventò una tappa quasi obbligatoria nell’educazione dei giovani delle ricche famiglie inglesi, francesi e tedesche, per completare l’istruzione tradizionale da parte degli insegnanti privati.

Quindi l’Italia, pur suddivisa territorialmente tra 5 poteri sovrani distinti, costituiva una entità pensata (dai pensatori) sia di qua che di là delle alpi, come qualcosa di unitario che aspirava anche ad una unificazione politica. Unificazione non chiaramente definita, con ipotesi  di natura anche molto diversa, dalla repubblica alla monarchia, alla federazione di principati.

Nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani ” scritto a 25 anni nel 1823 Leopardi, forrtemente immerso nel clima del suo tempo, dipinge una situazione molto problematica delle abitudini degli italiani che non promette niente di buono.

Secondo lui c’è in Italia, generalmente, una modernità teorica e culturale determinata dalla vicende rivoluzionare francesi ” i costumi e lo stato d’Italia sono incredibilmente cangiati dal suo tempo, cioè da prima della rivoluzione, al tempo presente. Allora, massime l’Italia meridionale, era quasi in quello stato di opinioni e di costumi in cui si è trovata fino agli ultimi anni ed ancora in grandissima parte si trova la Spagna. Ora per l’uso e il dominio degli stranieri, massime de’ francesi, l’Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari .”

Ma questa modernità culturale  è inoperosa e perfino disgregatrice a causa di alcune particolarità italiane. In primo luogo l’assenza e la disistima dell’opinione pubblica così invece considerata negli altri paesi.”Questa stima della opinione pubblica, così piccola cosa come ella è, è pur da tanto che quasi basta nelle dette nazioni (ciascuna delle quali ne partecipa a proporzione delle sue circostanze sociali) a rimpiazzare i principii morali ugualmente perduti appresso di loro, massime nelle classi non laboriose, e gli altri vincoli della società, gli altri freni del male e stimoli del bene, in luogo de’ quali resta si può dire esso solo, ed è pur sufficiente a servire alla società di legame.

In Italia le vecchie “credenze” su cui poggiava la morale sono cadute, come nel resto d’Europa, ma non c’è un comune sentire, “un buon tuono” a cui tutti si sottomettano che tenga unita la società.

Questo rispetto e timore dell’opinione pubblica vigente all’estero è, secondo Leopardi, una cosa futile” Piccolissima e freddissima cosa ella è, come ho detto, non v’ha dubbio. Gli uomini politici di quelle nazioni si vergognano di fare il male come di comparire in una conversazione con una macchia sul vestito o con un panno logoro o lacero; si muovono a fare il bene per la stessa causa e con niente maggiore impulso e sentimento che a studiar esattamente ed eseguir le mode, a cercar di brillare cogli abbigliamenti, cogli equipaggi, coi mobili, cogli apparati: il lusso e la virtù o la giustizia hanno tra loro lo stesso principio..”

ma è pur sempre utile visto che non rimane altro per mantenere un ordine sociale.” Ma bisogna pur confessare (che giova il parlar sempre dissimulatamente, e col linguaggio antico nelle cose affatto nuove?) che effettivamente lo stato delle opinioni e delle nazioni quanto alla morale è ridotto in questa precisa miseria che il buon tuono è, non solo il più forte, ma l’unico fondamento che resti a’ buoni costumi, e che i buoni costumi non sono esercitati per altro, generalmente parlando e delle classi civili, che per le ragioni per cui si esercita il buon tuono, e che dove il buon tuono della società non v’è o non si cura, quivi la morale manca d’ogni fondamento e la società d’ogni vincolo, fuor della forza, la quale non potrà mai né produrre i buoni costumi né bandire o tener lontani i cattivi.”

Negli altri paesi europei il “buon tuono” esiste perchè è generato dalla” stretta società” cioè dall’abitudine, specie nelle classi benestanti, di realizzare- “un commercio più intimo degli individui tra loro” cioè un forte associazionismo con strette e continue frequentazioni nella vita quotidiana-“Per mezzo di quella società più stretta, le città e le nazioni intiere, e in questi ultimi tempi massimamente, l’aggregato eziandio di più nazioni civili, divengono quasi una famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, una occupazione, un pascolo, un trattenimento alla vita di quelli, che senza ciò menerebbero il tempo affatto vuoto, e tali sono, rigorosamente parlando, tutti gli uomini, salvo gli agricoltori e quelli che ci procurano il vestito di prima necessità. Coll’uso scambievole gli uomini naturalmente e immancabilmente prendono stima gli uni degli altri: cioè non già buona opinione, anzi questa è tanto minore in ciascuno verso gli altri generalmente, quanto il detto uso e quindi la cognizione degli uomini è maggiore; ma la stretta società fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene stimare (questa è propriamente la stima che si concepisce di loro) e li considera per necessarii alla propria felicità, sì quanto ad altri rispetti, sì quanto a questa soddisfazione del suo amor proprio che ciascuno in particolare attende desidera e cerca da essi, da’ quali dipende, e non si può ricever d’altronde. Questo desiderio è quello che si chiama ambizione, vincolo e sostegno potentissimo della società che non d’altronde nasce che da essa società ridotta a forma stretta, poiché fuor di essa l’ambizione non ha luogo alcuno nell’uomo, e l’amor proprio naturale non prenderebbe mai questo aspetto, che pur sembra totalmente suo proprio ed essenziale e sommamente immediato.”

In mancanza di questa stretta socializzazione che, pur futile, è indispensabile, gli italiani vivono ciascuno a modo proprio, incuranti del giudizio altrui e di qualunque vera norma morale-gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di essere o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso. Lascio stare che la nazione non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna, la quale presso l’altre nazioni, massime in questi ultimi tempi è un grandissimo mezzo e fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere, caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra più nazioni eziandio rispettivamente. Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e restringendoci alla sola mancanza di società, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, o egli è cosa così vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa.

E poi -la vita non ha in Italia non solo sostanza e verità alcuna, che questa non l’ha neppure altrove, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante-.

di più –  Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente-.

Ma proprio mentre illustra lo stato deprimente degli italiani Leopardi li onora grandissimamente sostenedo che sul piano mentale ed emotivo, distinto sottilmente da quello filosofico, sono i più vicini alla verità e cioè alla vanità di tutte le cose-“gl’italiani di mondo, privi come sono di società, sentono più o meno ciascuno, ma tutti generalmente parlando, più degli stranieri, la vanità reale delle cose umane e della vita, e ne sono pienamente, più efficacemente e più praticamente persuasi, benché per ragione la conoscano, in generale, molto meno. Ed ecco che gl’italiani sono dunque nella pratica, e in parte eziandio nell’intelletto, molto più filosofi di qualunque filosofo straniero, poiché essi sono tanto più addomesticati, e per dir così convivono e sono immedesimati con quella opinione e cognizione che è la somma di tutta la filosofia, cioè la cognizione della vanità d’ogni cosa-.

Proprio questa vicinanza alla verità ultima è grandemente dannosa per una nazione- Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale-.

Il contrasto tra la verità ultima e l’interesse collettivo prosegue inesorabile ed insolubile-Non si può negare; la disposizione più ragionevole e più naturale che possa contrarre un uomo disingannato e ben istruito della realtà delle cose e degli uomini, senza però esser disperato né inclinato alle risoluzioni feroci, ma quieto e pacifico nel suo disinganno e nella sua cognizione, come son la più parte degli uomini ridotti in queste due ultime condizioni; la disposizione, dico, la più ragionevole e quella d’un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni. Conosciuta ben a fondo e continuamente sentendo la vanità e la miseria della vita e la mala natura degli uomini, non volendo o non sapendo o non avendo coraggio, o anche col coraggio, non avendo forza di disperarsene, e di venire agli estremi contro la necessità e contro se stesso, e contro gli altri che sarebbero sempre ugualmente incorreggibili; volendo o dovendo pur vivere e rassegnarsi e cedere alla natura delle cose; – continuare in una vita che si disprezza, convivere e conversar con uomini che si conoscono per tristi e da nulla – il più savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno, incominciando da se medesimo.

Per fortuna il dilemma descritto magistralmente non è vero. In fondo il Leopardi scrivente è ancora giovanissimo. Gli sfugge un elemento macroscropico relativo proprio alle condizioni sociali degli italiani del suo tempo ma anche di oggi. Un elemento grandissimo e decisivo proprio per il clima e le dinamiche sociali italiane. Il ruolo ed il peso della chiesa cattolica romana che in Italia, col suo peso dottrinale, economico, organizzativo, numerico, crea, assorbe e modella ingentissime energie, risorse e relazioni al punrto tale da condizionare, nel bene e nel male, tutta la società.

Leopardi non sembra comprendere che il tipo umano da lui descritto – un uomo disingannato e ben istruito della realtà delle cose e degli uomini, senza però esser disperato né inclinato alle risoluzioni feroci, ma quieto e pacifico nel suo disinganno e nella sua cognizione” è proprio il prodotto delle millenarie vicende tipiche della società cristiana italiana.

 

Questo elemento dimenticato o non visto da Leopardi  è invece presentissimo nel suo contemporaneo  Gioberti.

(1- continua)

 

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