Ideal Standard. Scusate se nessuno dice che in Veneto e Lombardia ci sono 500 posti di lavoro a rischio

Nel tardo pomeriggio di ieri, mercoledì 27 ottobre, nell’incontro al Mise per la vertenza Ideal Standard il management del Gruppo ha comunicato alle organizzazioni sindacali, alla Regione Veneto e allo stesso Ministero la decisione irrevocabile di procedere alla chiusura dell’ultimo sito produttivo della multinazionale presente in Italia .

”L’azione speculativa della proprietà di Ideal Standard, un fondo finanziario, ha già prodotto nel nostro paese la chiusura di altri 4 siti, con il drammatico licenziamento di centinaia di lavoratori e a questo scempio vuole aggiungere anche 500 lavoratori del sito produttivo di Trichiana (BL), una vera e propria mattanza che rischia coinvolgere anche il polo logistico di Brescia e il commerciale di Milano”, spiegano le segreterie nazionali di Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil presenti all’incontro.

”Il management -proseguono i sindacati – ha motivato la decisione sostenendo che il costo per la produzione dei sanitari non è competitivo rispetto ai loro pari concorrenti che, peraltro, producono anche in Italia. Questa scelta è stata assunta per aumentare il margine di profitto spostando la produzione italiana verso i siti che Ideal Standard ha in Repubblica Ceca, in Bulgaria e con l’importazione di prodotti dalla Cina. È la spiegazione più plausibile dal momento che la ripresa dell’edilizia, sostenuta dagli incentivi dello stato, ha prodotto un significativo incremento degli ordinativi per le aziende del settore della ceramica sanitaria”.

“E proprio in questa fase di ripresa -continuano -, in cui il sito di Trichiana poteva continuare nel suo processo di ottimizzazione produttiva, si decide di chiudere. Una fabbrica che, contrariamente alle affermazioni della Dirigenza aziendale, non produce in perdita, anche grazie ai sacrifici che in questi anni i lavoratori hanno fatto rinunciando ad una parte del proprio salario, che vale svariati milioni di euro, grazie al quale è stato possibile un primo importante rinnovamento delle linee di produzione”, sottolineano i sindacati. Secondo i sindacati “per questo non possiamo e non vogliamo essere sopraffatti da una scelta imprenditoriale dettata dalla mera e bieca bramosia speculativa della proprietà che in questi anni si è dimostrata incurante della tanto dibattuta responsabilità sociale delle multinazionali a cui la politica non riesce a porre limiti. In sede ministeriale abbiamo invitato l’azienda a ripensare la propria decisione, in alternativa abbiamo proposto di attivare la procedura per la cessione del sito produttivo e del marchio, da programmare in tempi congrui per la ricerca di potenziali aziende del settore o imprenditori in grado di garantire l’asset industriale e gli attuali livelli occupazionali”.

“Un percorso -continuano le organizzazioni sindacali- che dovrà avvenire senza soluzione della continuità produttiva. L’azienda si mostrata possibilista e per questo sono stati fissati nuovi incontri il 5 novembre in Regione Veneto e il 17 novembre al Mise. Data la gravità della situazione, in attesa dell’esito degli incontri in programma, sono state decise le prime 16 ore di sciopero che si effettueranno (ieri 28 e 29 ottobre, ndr). Nel caso di mancato accordo saranno attuate tutte le più idonee iniziative sindacali per una forte mobilitazione ad impatto internazionale”, concludono le segreterie nazionali di Filctem, Femca, Uiltec.

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