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Immigrati, i vescovi hanno perso la testa? O è la rivincita dei gesuiti sullo Stato?

di SERGIO BIANCHINIcividalechiesapietrobiagio

Il paragone con cui Galantino, segretario della CEI , condanna  la “scarsa bontà”  degli italiani è fulminante.

Dice Galantino, sul Corriere dell’11 agosto: “Capisco, lo so che è difficile aprire le proprie case, aprire il proprio cuore, aprire le proprie realtà all’accoglienza… Ma la Gisordania ha una popolazione di circa 6 milioni e mezzo , ma sapete che li ci sono 2 milioni e mezzo di profughi che vengono accolti? Allora penso che quello che distingue la Giordania, il Kurdistan irakeno e le altre zone che stanno accogliendo i profughi, dall’Italia, è questo: non perché loro abbiano più mezzi, probabilmente hanno solo un cuore un po’ più grande”.

Incredibile ma chiarissimo. Non c’è limite per i vescovi  ITALIANI all’invasione dell’Italia.

Il paragone  tra una zona di guerra e la nostra realtà, tra il cuore dei giordani ed il nostro lascia interdetti e annichiliti. Mostra a mio parere la totale irresponsabilità del capo di quella che è la conferenza dei vescovi Italiani cioè dei pastori del gregge italico.

Anche l’accusa agli oppositori dell’invasione di fare opposizione per fini elettorali svela una mentalità assolutamente antidemocratica. Agire per andare incontro ai desideri del proprio popolo in Italia diventa demagogia e populismo, calcolo elettorale. Con ciò si ammette che l’opinione pubblica italiana sia contraria a questa folle accoglienza (importazione dalle coste libiche) ed allo stesso tempo si svela il cinismo di chi se ne frega altamente dell’opinione pubblica che è l’essenza della democrazia.

Nel paragone con la Giordania si ignora completamente la storia di quell’area dove dal dopoguerra è in corso una brutale ed infinita contesa tra Israele e mondo arabo, dove non esiste lo stato moderno che in Europa abbiamo da più di 250 anni.

E così siamo costretti a ricordare che lo stato moderno in Europa è nato lottando contro l’imperialismo ecclesiastico romano, a partire dalle rivoluzioni protestanti fino alla guerra civile del ‘500 in Francia ed alla rivoluzione Francese.

L’Italia stessa è nata con lo scontro frontale col potere temporale del papato e con l’assalto a porta Pia.

Lo scontro tra stati”modernizzanti”e Gesuiti è stato poi totale.

Stiamo marciando sulla stessa strada?

 

 

Dall’archivio storico del Corriere….

STORIA DELLA COMPAGNIA NEL SETTECENTO

Gesuiti: espulsi per lesa maesta’

Francesco Renda: ” l’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie ” , Editore sellerio

Uno dei fatti piu’ clamorosi nel Settecento europeo fu l’ espulsione dei Gesuiti dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia, dal ducato di Parma e dal Regno delle Due Sicilie, prima ancora che il papa Clemente XIII fosse costretto a decretare la soppressione della Compagnia nel 1773. La bufera ebbe inizio in Portogallo a causa delle colonie semicomunistiche, abitate dagli indios, che i Gesuiti avevano stabilito e guidavano nei possedimenti portoghesi dell’ America meridionale. Il tentativo di estirpare quelle colonie, che insidiavano tanti interessi, ne provoco’ la rivolta: da cio’ la decisione, nel 1759, di espellere i Gesuiti dal Portogallo e dai suoi possedimenti coloniali.

La Spagna fece altrettanto nel 1764, la Francia nel 1767. In tutti e tre i casi i motivi del provvedimento furono di lamentata violazione della regalia in politica interna, ossia di lesa maesta’ . Non si tratto’ dunque di un problema religioso, ma di una questione giurisdizionale, di sovranita’ dello Stato, di inclinazione a “far delle cose ecclesiastiche un affare politico”, come ebbe ad esprimersi Bernardo Tanucci, il ministro riformatore di Napoli. Tanto che ad attaccare la Compagnia di Gesu’ non furono le potenze protestanti, che anzi, dopo la soppressione dell’ Ordine, ne assunsero la difesa, ma quegli Stati che formavano il nucleo piu’ solido e compatto del mondo cattolico.

Ne’ i piu’ accaniti avversari dei Gesuiti furono gli illuministi, bensi’ un gruppo di cattolici, sparsi un po’ dovunque, anche nelle alte gerarchie vaticane. Aver ben chiarito questo punto e’ uno dei meriti di Francesco Renda, che pur dedicando il suo lavoro a L’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie, ha collocato tale vicenda nel quadro generale europeo, ideologico e politico. La singolarita’ del caso delle Due Sicilie sta nel fatto che in quel regno non vi era un motivo specifico, come in Portogallo, in Spagna, in Francia, e poi a Parma, per giustificare l’ espulsione. Tanucci, pressato dal re di Spagna Carlo III, che da Madrid continuava ad esercitare il potere anche su Napoli, di cui era stato re fino al 1759, e dove regnava il figlio Ferdinando, dovette ricorrere a un escamotage, prima di tutto aggirando le resistenze del Consiglio di Stato, cui era demandata la decisione, poi trovando un sofisma per la motivazione del provvedimento, consistente nel sostenere che la Compagnia si era insediata nell’ Italia meridionale, due secoli prima, senza chiedere la prescritta autorizzazione regale: cosicche’ nel 1767 i Gesuiti furono scacciati da Napoli e da Palermo come ospiti abusivi.

Negli ultimi capitoli del suo libro, tutto basato su una documentazione ineccepibile, Renda quantifica con precisione l’ ingente patrimonio della Compagnia e l’ uso che ne venne fatto dopo l’ espulsione (nella prosecuzione dell’ assistenza ai poveri, nel rinnovamento delle scuole e nell’ assegnazione dei territori gesuitici ai braccianti agricoli), il modo in cui nacque la nuova scuola di Stato, la divisione dei fondi rustici con il proposito, non sempre realizzato, di dividerli in piccole quote ai contadini e non ai grandi possidenti, come suggeriva Antonio Genovesi. Una operazione difficile, in cui rifulse l’ abilita’ del Tanucci, che fu certo uno dei maggiori rappresentanti del giurisdizionalismo europeo.

FRANCESCO RENDA L’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie Editore Sellerio Pagine 154, lire 25.000

Alatri Paolo

Pagina 32
(10 giugno 1993) – Corriere della Sera

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