I lombardi: mai oppressori, quasi sempre oppressi. Basta!

di ANDREA PAGANELLA

Negli ultimi anni ho avuto modo di viaggiare parecchio in diversi Paesi europei, da quelli meno sviluppati a quelli più ricchi e avanzati. Percorrendoli in auto, in treno o in pullman mai ho trovato territorio che presentasse uno scenario urbanistico caratterizzato dal grado, elevatissimo, di cementificazione proprio delle nostre regioni, in particolare della Lombardia.
Chiunque di voi avrà avuto modo di percorrere le autostrade lombarde, venete o emiliane e non potrà che prendere atto di un paesaggio dove si alternano innumerevoli capannoni e prefabbricati. Ampie lastre di cemento che hanno gradualmente mangiato vaste porzioni di territorio. Terreni coltivati e verde pubblico ormai imprigionati, senza soluzione di continuità, da una quantità infinita di strade, svincoli, cavalcavia, sottopassi, rondò, centri commerciali, capannoni industriali e aree residenziali. La Padania vista dal satellite, un’unica ininterrotta colata di cemento che non ha risparmiato le pianure, ma nemmeno le valli e le zone pedemontane, le grandi come le piccole città. Uno scempio completo dell’ambiente e del paesaggio.

Ribadisco: difficile trovare in Europa un’area così vasta afflitta da un tale livello di massacro del territorio, plasmato al servizio della produzione, dello sfruttamento commerciale ed economico senza distinzione tra privati ed enti locali bisognosi di introitare oneri urbanistici.

Imbarazzante dirlo ma negli ultimi cinquant’anni la Cina d’Europa siamo stati noi, tutti uniti da un unico motto: laurà, laurà & laurà!

Certo molti ribatteranno che questo spirito, questa straordinaria voglia di fare, hanno rappresentato la chiave dello sviluppo economico che ci ha consentito di posizionarci tra i primi al mondo in termini di prodotto interno lordo, produttività e occupazione (naturalmente parlo di noi lombardi, veneti, emiliani, le regioni del Sud hanno altri primati, molto meno invidiabili).

Primi in base a tutti i principali indicatori economici. Che bravi!

Ma PRIMI, anzi PRIMISSIMI, purtroppo, anche secondo l’indicatore che misura il grado di “coglionaggine” di un popolo.

Chiedo: dopo tutto questo “sgobbare” cosa ci rimane? Forse una diffusa ricchezza? Un apparato pubblico snello ed efficiente al servizio del cittadino? Un sistema industriale prospero e in crescita? Un presente roseo e un futuro promettente per le prossime generazioni? Niente di tutto ciò, anzi!
Ci rimane uno stato elefantiaco, inefficiente e “borbonico” che ci opprime con la tassazione più alta del mondo, una montagna di debito pubblico, una moneta – l’Euro -, che ha assestato il colpo di grazia al nostro sistema produttivo e, visto che proprio non vogliamo farci mancare niente, il perdurante obbligo al mantenimento di una decina di regioni italiane dedite al fancazzismo e allo sperpero di quanto da noi prodotto. Amen.

Purtroppo, la situazione non è nuova per noi. Senza alcuna pretesa di approfondimento storico, basta volgere una rapida occhiata alla nostra storia, prendiamo, e non a caso, Milano e la Lombardia: a parte alcune rare parentesi, dalla fine del XV secolo la Lombardia fu quasi sempre terra di conquista. Prima i francesi, poi gli spagnoli, a seguire gli austriaci, la dominazione napoleonica e la successiva restaurazione asburgica, per arrivare, dulcis in fundo, ai giorni nostri, passando per l’unificazione italiana, prima in forma di Regno e poi in forma di Repubblica. Dalla padella alla brace.

Una storia caratterizzata da un unico filo rosso: MAI oppressori, QUASI SEMPRE oppressi.

E ancora oggi la maggior parte dei lombardi, di fronte a questo catastrofico e desolante scenario, oltre a mugugnare, a piangersi addosso e a maledire il mondo, che cosa fa per mettere la parola “FINE” a una simile, degenerata situazione? Semplicemente: NULLA.
I cittadini perseverano in un atteggiamento passivo, fanno la fila per pagare le tasse, più per paura che per senso civico, quasi che quanto subiscono quotidianamente sia frutto di una divina maledizione e non conseguenza, invece, di un grave deficit di senso comune, di spirito di appartenenza, e, non da ultimo, di “spina dorsale”.

Possibile che i nostri popoli non siano in grado di maturare un moto di orgoglio, di ribellione, di dignità, per dire, una volte per tutte, BASTA a questa condizione di sfruttamento?
La nostra gente deve capire che la libertà non piove dal cielo, va conquistata e difesa giorno per giorno. La colpa di tutta questa situazione è solo nostra, gli sfruttatori esistono e prosperano perché c’è chi si lascia sfruttare. Punto.

Tagliamo quel filo rosso, voltiamo pagina e apriamo un nuovo capitolo della nostra storia: MAI oppressori, MAI più oppressi.

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