I giovani industriali: via ladri e ignoranti dalla politica. E chi resta?

di FABRIZIO DAL COL

A Capri si è aperto il convegno dei giovani imprenditori intitolato «Europe under pressure, integrazione, sviluppo, lavoro, unire l’Europa, rafforzare l’Italia». Nel suo intervento alla kermesse di Capri, il presidente dei giovani imprenditori Jacopo Morelli, stanco dei tira e molla della politica, ha esordito con la sua relazione citando i dati economici negativi, la  burocrazia asfissiante e,  usando un lessico piuttosto duro e insolito, ha rifilato anche delle bordate contro la politica che, a suo dire, deve essere più credibile: «Una classe politica che non mantiene le promesse mentre chiede sacrifici continui ai cittadini è indegna», ha detto tra gli applausi. «Via i ladri, gli ignoranti e gli incapaci» ha detto Morelli  e, continuando, ha evidenziato come sia necessaria la riduzione delle tasse soprattutto per quelle aziende che le pagano regolarmente e che nonostante la crisi continuano ad investire. In un crescendo rossiniano ha fatto presente che il  «il peso della pressione fiscale per chi le paga onestamente è cresciuto cosi tanto da diventare una confisca». Poi se la prende con il Governo: con il solo rigore non si crea la crescita. I colpi della recessione, sottolinea, hanno ridotto la base industriale del 20 per cento. E avverte: «Il tempo della pazienza è finito».

Morelli, per l’aperura del convegno ha usato i temi più caldi e lo ha fatto senza risparmiare le responsabilità del Governo e della politica. Infatti , sollecitando la lotta agli sprechi e una legge elettorale, insieme alle regole interne ai partiti, come elementi per recuperare il «deficit democratico» del Paese, ha voluto indirizzare alla politica un messaggio  sulla sua responsabilità.  Per Morelli senza azioni su investimenti, produttività e competitività, la sola lotta al deficit segnerà la fine dell’euro e con queste parole ha voluto evidenziare quelle che invece sono le responsabilità  del Governo, sottolineando come sia necessario avere la volontà del cambiamento su un’idea: «La crisi va sconfitta, sarà sconfitta».

E’ a dir poco sconsolante vedere che il Governo Monti, nonostante da più parti gli stiano piovendo addosso critiche circa il suo operato, critiche per altro circonstanziate e dettagliate, continui invece ad atteggiarsi con arroganza utilizzando l’intransigenza e facendo intendere che le sue ricette sono l’ unica soluzione possibile. Ormai anche i sassi sanno che il premier Monti ha legato il futuro destino dell’Italia all’Europa, ma da tecnico come egli sempre si professa, non può ora pensare che siano sufficienti il suo blasone e il suo aplomb anglosassone  per trascinare il paese in una Europa politica di cui ancora oggi non se né conosce la fattibilità concreta. Proprio in questi giorni alcuni economisti che prima vedevano la politica del rigore come il rimedio principale per la crisi, ora invece vedono il contrario e nutrono forti dubbi sulla bontà della ricetta. In estate avevo fatto notare, con un articolo pubblicato dall’Indipendenza, come si stesse procedendo speditamente a costituire una Europa politica obbligando i PIIGS alle rinunce delle rispettive sovranità popolari. Tra non molto diverrà evidente che la fine degli Stati Nazionali è funzionale a costituire la futura Europa  politica e che, affinché questo immondo progetto si realizzi, le difficoltà economiche diventano lo strumento ideale per costringere gli Stati a cedere.

 

 

 

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