I BLUFF DELLA LEGA ANNEGANO NEL… LATTE

di GIANLUCA MARCHI

Arriverà il giorno che qualche leghista convinto e fideista si presenterà davanti a Bossi e a qualche altro capataz, magari il Calderoli di Bergamo ma non solo, e griderà loro in faccia: “Ma smettetela di prenderci per il culo”. Di motivi per compiere questo gesto ce ne sono millanta che tutta notte canta, per dirla con un’espressione al grandissimo giuanbrerafucarlo (per la cronaca, e per coloro che ignorano, Gianni Brera è stato una delle penne più elevate mai espresse da questo Paese, uno che parlò per la prima volta di Padania negli anni Settanta, quando il Senatur forse studiava ancora per corrispondenza).

Limitiamoci agli ultimi episodi. Cominciamo dalla comica vicenda dei ministeri al Nord, una roba da far ridere il mondo intero, se non fosse che la stampa lecchina ( a cominciare dalla Tv di Stato), quando ancora imperversava il governo del centrodestra, non poteva poteva proprio fare a meno di sfornare servizi e articoli che, letti ora, dovrebbero far vergognare chi li ha firmati. Lo hanno sempre saputo tutti, e sottolineo tutti, che quella era una gran presa in giro, semplicemente un’operazione a uso e consumo dei “militonti”, cioè quella ristretta categoria di militanti leghisti, che invece in maggioranza avevano mangiato la foglia e si erano pure un po’ schifati, i militonti dicevo, quelli che in buona fede sono pronti a credere a tutto ciò che gli propina il Capo. Nel corso degli anni, complice le tante panzane bossiane, tale categoria è andata assottigliandosi, ma ancora resiste e magari viene corroborata da qualche nuovo adepto che leghista non è mai stato, ma è nauseato da tutti gli altri partiti. Col tempo la resistenza di questo zoccolo duro deve aver convinto certi capi leghisti che a loro è concesso di dire tutte le castronerie del mondo, tanto ci sarà sempre un manipolo di fedeli pronti a crederci. E così si sono superati a sparare una cazzata via l’altra, tanto mai nessuno è andato a chiedere loro conto, visto che almeno sono stati abili a scaricare su altri la responsabilità dei matematici fallimenti.

Ora, la ridicola vicenda dei ministeri al Nord, miseramente fallita come meritava che fosse, non può essere scaricata su nessuno e men che meno su Mario Monti, che ha fatto la cosa più razionale di questo mondo: così come ha detto di no alle Olimpiadi di Roma, il giorno dopo del suo insediamento ha fatto sbaraccare quel triste teatrino dei ministeri insediati nella Villa Reale di Monza (a proposito, sindaco Mariani, lei s’è prestato a quella farsa con pure la consegna delle chiavi, e solo per quello meriterebbe di essere mandato a casa e non più candidato). Il prode Calderoli, dopo l’ufficializzazione della chiusura dei ministeri in salsa panzana, ha minacciato che la Lega scatenerà una guerra senza quartiere. Ma senatore, ci faccia il piacere! La sua è una presa per il culo della presa per il culo: almeno abbia il pudore di stare zitto, una volta tanto! Voi stessi, ministri con sede a Monza, siete stati i primi a ridere sotto i baffi di quella commedia, tanto che alla Villa Reale non vi hanno mai visto o quasi. Meritereste, lei, Bossi, Tremonti e la Brambilla, di essere chiamati a rapporto dalla Corte dei Conti per pagare di tasca vostra le spese sostenute, con soldi dei contribuenti, per dar corpo al parto delle vostre menti obnubilate. Amen.

E veniamo a qualcosa di più serio, quantomeno per le implicazioni e le conseguenze a vari livelli. Qualche giorno fa Bossi e il governatore del Veneto Luca Zaia sono andati in pellegrinaggio a Palazzo Chigi per incontrare il presidente Monti. Detto che il premier avrà tanti difetti, ma sicuramente è una persona educata e paziente, altri si sarebbero rifiutati di incontrare il leader di un partito che solo una settimana prima l’aveva definito “sporco massone” e gli aveva gridato di andare “fuori dai coglioni”. Ma transeat. Nell’occasione la coppia verde-leghista andava a perorare due cause: la non opposizione del governo al nuovo Statuto della Regione Veneto e l’infinita vicenda delle quote latte. Al di là degli strombazzati risultati positivi dell’incontro, abbiamo già scritto che per salvare lo Statuto Zaia ha calato le braghe promettendo di modificare la norma contestata, relativa all’autonomia finanziaria della Regione. Sulle quote latte, invece, Bossi e Zaia si sono limitati a dire di aver avviato la discussione e che presto sarebbero tornati a Palazzo Chigi per concludere la missione. Conoscendo un po’ i personaggi quella formula utilizzata per informare il volgo mi puzzava di “fallimento”. Nei giorni successivi alcuni giornali hanno avanzato l’ipotesi di una sanatoria per il gruppo dei cosiddetti splafonatori duri e puri, cioè coloro che non hanno mai voluto pagare le multe per la sovrapproduzione di latte e da anni si sono rifugiati fra le braccia di Bossi per venirne a capo (qualcuno di loro, va detto, è pure diventato parlamentare sull’onda di questa battaglia).  Stai attento, mi son detto, che magari stavolta Bossi e Zaia hanno strappato qualcosa! Rimanendo però scettico, ho fatto qualche verifica (per un anno e mezzo circa mi sono occupato professionalmente della materia e ho accumulato qualche rudimento e pure alcuni contatti). Risultato? Bossi e Zaia non hanno portato a casa proprio nulla e neanche hanno speranze per il futuro. Semplicemente il premier Monti e il ministro dell’Agricoltura Catania si sono limitati a ribadire che la legge è legge e non ci sono ragioni per cui non venga rispettata (per la cronaca l’ultima legge in questione, la 33 del 2009, che offriva agli splafonatori la possibilità di mettersi in regola rateizzando le loro multe in 30 anni senza interessi, porta il nome proprio di Zaia, essendone stato l’artefice come ministro dell’Agricoltura). Proprio Zaia ha cercato di buttare sul tavolo la storia della relazione del nucleo Carabinieri presso il Mipaf datata aprile 2010 che metteva in dubbio il numero effettivo delle vacche presenti in Italia e quindi il dato totale della produzione latteriera nazionale. Ha cercato di rimarcare, il governatore del  Veneto, che oltre 60 procure italiane hanno aperto fascicoli sulla base di quella fatidica relazione. Peccato che da tempo taccia invece su altri aspetti, a cominciare dal fatto che circa 30 di quelle procure, fra cui Roma e Milano, hanno già archiviato senza rilevare ipotesi di reato, e che dalle altre dove le indagini sono teoricamente ancora aperte da circa due anni, non sia mai pervenuta notizia di un solo provvedimento assunto a carico di coloro che presumibilmente avrebbero alterato i dati delle vacche in produzione.

Dunque, che potevano rispondere Monti e Catania? Nulla, se non ribadire la necessità pieno rispetto della legge 33 e semmai l’eventualità di riaprirne i termini, per consentire l’adesione in extremis solo in alcuni casi particolari. Ma aderire significa accettare di pagare le multe e invece, per chi resta fuori, sapere di vedere arrivare in azienda gli ispettori di Equitalia. E non ci saranno  Bossi e Zaia che tengano. Qualunque cosa i due andranno a raccontare in giro per salvare la faccia. E a proposito del governatore veneto, magari sarebbe interessante che un giorno o l’altro qualcuno gli chiedesse se esiste una qualche attinenza tra che  i due ufficiali dei Carabinieri firmatari della relazione (per altro tutt’altro che ben fatta secondo molti esperti del settore) con cui si è tentato di far saltare l’impalcatura delle multe, il generale Alonzi e il colonnello Mantile, siano poi entrambi passati al suo servizio, di Zaia intendo, il primo al Commissariato per l’alluvione in Veneto nel 2010 e il secondo come responsabile della delegazione romana della Regione Veneto. Ma non erano esperti di frodi alimentari e di quote latte?

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

L'EUROPA SI SALVA SOLO CON L'UNIONE POLITICA

Articolo successivo

KOSOVO, QUATTRO ANNI DI INDIPENDENZA