I BARBARI SOGNANTI CONQUISTANO LA LEGA. MA NON BASTA

di GIANLUCA MARCHI

Con l’elezione di Matteo Salvini a segretario della Lega Lombarda e quella di Flavio Tosi a segretario della Liga Veneta si rafforza la linea dei Barbari sognanti di Roberto Maroni, che ora ha  la strada abbastanza spianata per essere eletto segretario federale, al posto di Umberto Bossi, al congresso di fine giugno. Gli andamenti dei congressi nazionali sono stati in linea con le previsioni: netto il successo di Salvini in Lombardia, meno evidente nei numeri quello di Tosi in Veneto. E se lo sconfitto nella corsa alla Liga, Massimo Bitonci, lamenta di aver avuto solo una settimana per fare la propria campagna elettorale, i bossiani o lealisti come oggi amano chiamarsi devono prendersela prima di tutto con se stessi per aver nicchiato troppo a lungo nello scegliere il cavallo con cui correre.

Il congresso federale sarà chiamato ad approvare anche il nuovo statuto del partito del quale si parlerà nei prossimi consigli federali, a cominciare da oggi. Proprio Maroni, in tutti i commenti che ha postato su Facebook da ieri, ha accomunato Salvini al suo «gemello veneto» Tosi, spiegando che con loro «la Lega riparte con un gruppo dirigente giovane e capace». E tuttavia si è anche affrettato a rilanciare l’appello all’unità. «Adesso basta divisioni e polemiche – ha scritto dopo la vittoria del sindaco di Verona – giriamo la brutta pagina degli ultimi mesi e cominciamo a scriverne una nuova: tutti uniti, schiena dritta, lanciamo ancora una volta la nostra sfida alle stelle. Lega per sempre». In sintesi: «avanti tutta». L’appello maroniano non è secondario perché da questi congressi il Carroccio ha mostrato di avere due anime conflittuali fra loro, e in Veneto nemmeno troppo distanti nei numeri. Per cui se il movimento ha una chanche di uscire vivo dalla stagione in cui è piombato dopo il caso Tanzania, tale chanche passa anche dalla capacità di dare un’immagine di unità. Immagine che è condizione necessaria e tuttavia non sufficiente, perché  la Lega 2.0 o quel che sarà dovrà fare anche chiarezza sul proprio progetto politico e su come intende perseguirlo. Continuare a ripetere che si torna alla Lega delle origini, senza passare  attraverso una seria autocritica degli errori compiuti e delle scelte sbagliate assunte da molti anni a questa parte, finirebbe per rendere sterile se non inutile il rinnovamento della classe dirigente, che è solo un primo tassello della non facile attraversata del deserto che attende Roberto Maroni. Senza dimenticare che chiarezza totale andrebbe fatta anche sulle responsabilità di chi ha gestito la Lega come “cosa sua”, insultando e prendendo per i fondelli le migliaia di militanti che negli anni hanno lavorato disinteressatamente. E infine andrebbe anche affrontata e rimossa la cattiva etichetta che vuole la Lega essersi trasformata in un postificio per caregari.

Per dimostrare che le cose in Lombardia sono cambiate, Salvini  ha scelto come vicesegretari due under 40: Cristian Invernizzi e Stefano Borghesi. Ed è soprattutto la nomina di Borghesi ad avere anche qualcosa di simbolico. Classe 1977, laureato in Economia e Commercio per anni segretario del partito a Brescia era in predicato per essere candidato al consiglio regionale come capolista. Invece ad essere candidato è stato Renzo Bossi, con tutto quello che è seguito. La nomina non è un risarcimento, ma il segno della nuova linea, fatta di tanto lavoro sul territorio. Anche per questo, Salvini nella sua prima giornata da segretario – dopo una apparizione all’Arena di Giletti – ha scelto di andare alle feste della Lega di Calcinate (Bergamo) e Castrezzato, in provincia di Brescia.

Certo dentro il Carroccio, soprattutto nell’area uscita sconfitta dai congressi nazionali del fine settimana, serpeggia la preoccupazione che i maroniani  possano creare un centro di potere unico, che in sostanza sta già sostituendo quanto si era creato intorno al cerchio magico/malefico.  Ma per la maggioranza dei militanti leghisti questa viene vista come l’unica strada percorribile per far sopravvivere il partito.  Che sia anche sufficiente, come già ribadito, non è affatto detto. Per esempio in Lombardia Salvini e la sua nuova Lega Lombarda sono chiamati a dare una risposta alle sollecitazioni del Pd, che ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti di Roberto Formigoni, e il neo segretario dovrebbe esprimere un giudizio politico un po’ più articolato e credibile intorno alla Giunta regionale: è troppo sveglio per credere di cavarsela con la battuta con cui ha invitato il Celeste Governatore a fare più vacanze lombarde che caraibiche.

Last but not least, Roberto Maroni dovrà al più presto ufficializzare la propria candidatura a segretario federale: i militanti ormai hanno scelto questa strada e sarebbe obiettivamente una farsa se al congresso si dovessero trovare ancora fra i piedi la candidatura di Bossi. E all’appuntamento l’ex ministro dell’Interno dovrà arrivare anche con un “pacchetto politico” chiaro e non tentennante e con una struttura organizzativa del movimento dove non siano ammessi padri-padroni di alcun genere, né al centro né alla periferia. Diversamente rischierà di essere il commissario liquidatore di un’esperienza trentennale. I “barbari sognanti” non pensino di aver vinto la partita per la vita: quella interna forse, per l’altra devono arrampicare la montagna.

PS. Siccome prevedo che una parte dei lettori de L’Indipendenza vivrà con fastidio questo articolo, in quanto preferirebbero leggere una sentenza del tipo “la Lega Nord deve sparire”, è il caso di fare una precisazione. Siccome chi scrive continua, finché sarà possibile, a fare il giornalista, svolgerebbe un cattivo servizio se non cercasse di leggere, anche criticamente, le evoluzioni di un movimento politico a cui dedichiamo particolare interesse per ovvi motivi. Poi posso anche sbagliare la lettura e l’interpretazione di quanto sta accadendo nella Lega, ma ciò fa parte dei rischi del mestiere.

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