Evasione fiscale, se anche la Gruber si mette a fare la maestrina

di CLAUDIO ROMITI

Dietlinde Gruber, detta Lilli, rappresenta uno dei più fulgidi esempi di pensiero politicamente corretto, ovviamente completamente intriso di sinistre pozioni ideologiche. Sotto questo profilo mi ha molto colpito la sua determinazione, nel corso di una recente puntata del suo programma di approfondimento su La7, di affrontare per l’ennesima volta il tema dell’evasione, utilizzandolo come la madre di tutti i problemi italiani. E lo ha fatto, dimostrando in questo di essere ancor più realista del re, in un momento in cui l’intera sinistra italiana, letteralmente massacrata dall’avanzata grillina, sembra aver scelto di mettere la sordina a questo suo classico cavallo  di battaglia. Ma la popolare donna appartenente da molti anni al circo mediatico è apparsa scevra da ogni tatticismo politico.

Sentendosi evidentemente investita dal nobile scopo di ripulire il mondo dal male attraverso lo strumento delle chiacchiere da salotto, costei ha voluto ribadire la necessità di non abbassare la guardia nei confronti di quegli impresentabili egoisti sociali che non vogliono pagare le tasse cosiddette. Allo scopo ha prima mandato in onda un ampio servizio sul sommerso, realizzato da un suo fido collaboratore, per poi lasciarsi andare ad una lunga invettiva da studio contro i cattivi pagatori delle imposte. Nel complesso l’operazione, assolutamente in linea con tante altre pseudo inchieste del genere, ha raggiunto vertici piuttosto alti di vera e propria demenzialità, soprattutto in relazione al dogmatismo con cui è stato affrontato il controverso argomento. In primis, prendendo spunto da alcune stime dell’Istat, con le quali si valuta il citato sommerso intorno al 21% del Pil, si sono elevati al livello di verità rivelate i classici conti della serva. Calcolato, infatti, in circa 350 miliardi l’ammontare della presenta evasione, se ne è ricavato una metà di tasse non pagate, ben oltre il 10% del reddito nazionale.

Ora, questo semplice e apparentemente logico calcolo, già ad una prima analisi, risulta di una stupidità incommensurabile, del tutto degno di chi è vissuto nella bambagetta di uno Stato ipertrofico e placentare. Intanto occorre dire che le somme calcolate nel sommerso non vengono evase e portate in blocco in uno dei tanti paradisi fiscali. Esse in realtà, restando in gran parte all’interno di un sistema tributario estremamente capillare, il quale colpisce praticamente ogni piccolo movimento economico e finanziario, creano a cascata altre occasioni per l’erario di utilizzare la sua spietata mannaia. Pertanto, osservando le cose su un piano macro, si potrebbe anche sostenere che se il fisco colpisse a monte l’evasione fiscale, ritenuta da molti economisti una mera valvola di sfogo per un sistema strangolato dalle tasse, si otterrebbe esattamente l’effetto contrario: ulteriore rallentamento del ciclo con conseguente perdita di gettito tributario allargato. Tuttavia chi, come la Gruber & company, ha una visione statica dell’economia, immaginandola come una torta da redistribuire di grandezza già stabilita, è ovviamente portato a credere che l’evasione sottrae risorse ed opportunità al benessere di tutti. A questa gente non passa neppure per l’anticamera del cervello che la ricchezza delle nazioni viene letteralmente distrutta man mano che lo Stato accresce la quantità di risorse prelevate e redistribuite.

Ma la Gruber, in chiusura, ha ribadito con forza il più classico assioma fiscale del nostro strisciante collettivismo all’amatriciana: “in fondo se pagassero tutti, le tasse sarebbero più basse. Questa è una cosa assolutamente logica.”  Logica un corno, mi permetto di aggiungere. I fatti dimostrano esattamente il contrario. La pressione fiscale reale, che andrebbe calcolata sulla base della spesa pubblica complessiva, è inesorabilmente cresciuta anno dopo anno. E se nei primi anni sessanta essa era ampiamente sotto il 30% del Pil, oggi – all’interno di un Paese complessivamente più ricco di quello che usciva dalla lunga ricostruzione post-bellica – è praticamente raddioppiata. In pratica lo Stato si pappa il 55% della ricchezza prodotta. E’ semplicemente accaduto che le tasse, sebbene inasprite senza sosta per mezzo secolo, hanno sempre rincorso vanamente una spesa pubblica impazzita, utilizzata sia nella prima che nella seconda Repubblica come un puro e semplice strumento di consenso. Eppure la Gruber, di fronte al disastro di un vecchio sistema consociativo sfociato negli anni novanta in una sorta di bipolarismo del nulla, continua a ritenere che la politica possa utilizzare i proventi di una ancor più dura lotta all’evasione in una intelligente redistribuzione del carico fiscale a vantaggio dei ceti più tartassati, anzichè -come ahinoi è sempre accaduto- aumentare ulteriormente i confini di un parassitismo pubblico che ci vede tra i primi al mondo.  Ma la rossa conduttrice, più tenace di un granatiere della vecchia guardia, continua a ripetere il più imbecille degli slogan della sinistra: pagare tutti per pagare meno. A questo punto dobbiamo aspettarci sua una presa di posizione in favore dell’esistenza di Babbo Natale.

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