BEPPE GRILLO NON E’ ANTIPOLITICO: E’ TROPPO STATALISTA

di STEFANO MAGNI

L’antipolitica è una cosa seria, non può essere lasciata nelle mani dei politicanti. E’ assolutamente comprensibile che gli italiani si siano stancati della classe dirigente. I politici di professione ci hanno spremuto di tasse, ci hanno lasciato in eredità un debito pubblico insostenibile (che pagheremo per generazioni) e ci costringono a comprare servizi che mai e poi mai vorremmo acquistare da una qualsiasi azienda privata. Solo un masochista o una persona accecata dall’ideologia può amare un sistema come quello in cui viviamo. Ma la risposta deve essere necessariamente Beppe Grillo?

Ammettiamo che la gente che vota il comico-politico lo faccia per un gran desiderio di libertà. Essi non sanno quello che fanno, perché Grillo darebbe molto più potere ai politici di professione per entrare nelle nostre vite, spremerci ancor di più per restituirci debiti e servizi scadenti. Esagero? Nemmeno per sogno. E’ il programma del Movimento Cinque Stelle a darmi conferma di questa paura. Vediamo di analizzarlo, capitolo per capitolo, senza pregiudizi.

Gli elettori di Grillo sono mossi da un gran desiderio di far piazza pulita dei politici. Per lo meno desiderano mettere i politicanti sotto controllo. E’ dunque più comprensibile che, nel primo capitolo, si trovi l’abrogazione del Lodo Alfano (obiettivo già raggiunto), l’abolizione delle Authority (e l’introduzione della class action), la trasparenza delle istituzioni, una riduzione dello stipendio dei parlamentari, l’approvazione di ogni legge subordinata alla copertura finanziaria, l’eliminazione dei privilegi particolari, specie sulle pensioni. Ma a questo punto risulta incomprensibile e contraddittoria la proposta di vietare ai politici di svolgere un’altra professione. Se vogliamo veramente ridurre i costi della politica dobbiamo giungere a un totale autofinanziamento dei partiti e di chi ci lavora dentro: ognuno si mantenga con le proprie risorse. E’ comprensibile la volontà di far piazza pulita delle burocrazie provinciali, costose e pressoché inutili. Ma perché passare attraverso l’abolizione delle province? Questa riforma, caldeggiata anche da molti sedicenti “liberisti”, ha sempre un piglio autoritario. Un vero amante della libertà dovrebbe, semmai, mirare alla piena autonomia delle province, anche sul piano finanziario. Anche l’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti è un provvedimento che sta a cuore di tutti coloro che vogliono risparmiare la spesa pubblica. Ma anche qui è un metodo autoritario di risoluzione del problema: meglio, molto meglio, lasciare che i comuni raccolgano e amministrino le loro risorse. Coloro che sopravvivono con bilanci all’attivo, anche se hanno meno di 5000 abitanti, non meritano di essere fusi con altri comuni, anche contro la volontà della loro popolazione. Infine, ma non da ultimo, non si capisce come possa cambiare la testa dei politici “l’insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico”. Se siamo nella situazione meschina in cui ci troviamo lo dobbiamo anche, in gran parte, proprio a questa vecchia Costituzione. E’ una carta che, lungi dal proteggere i cittadini dal potere arbitrario dello Stato (come avveniva con le costituzioni classiche della tradizione liberale) ha regalato pieni poteri alla classe politica, permettendole di devastare il nostro Paese.

Nel suo capitolo sull’Energia, il Movimento Cinque Stelle contraddice in pieno la volontà di limitare i danni dei politici, introducendo una miriade di nuovi controlli. In sintesi: si chiede di obbligare i cittadini a risparmiare energia. E si concedono incentivi fiscali solo alle energie “rinnovabili”, considerate più pulite. Si dà ciecamente fiducia al Protocollo di Kyoto (per la limitazione delle emissioni di Co2) e alle sue premesse “scientifiche”. La comunità scientifica, in realtà, non ha ancora raggiunto un accordo sul fatto che sia l’uomo a produrre il riscaldamento globale. E nemmeno sul fatto che il riscaldamento globale, in quanto tale, sia un danno o non piuttosto un vantaggio. Grillo lo dà per certo, evidentemente, l’una e l’altra cosa: che il riscaldamento globale sia prodotto dall’uomo e risulti in un danno per l’umanità. Così facendo, si accoda alla vulgata politica di coloro che vogliono imporre maggiori controlli (acquisendo maggiori poteri) sul comportamento dei cittadini.

Sull’informazione si tocca con mano quanto il Movimento Cinque Stelle sia contraddittorio. Perché da un lato è ben visibile l’anelito di libertà dell’informazione: si vuole abolire l’Ordine dei Giornalisti (retaggio del fascismo), abrogare il finanziamento pubblico ai giornali, privatizzare almeno 2 dei 3 canali Rai, abolizione delle leggi più liberticide sul copyright. Ma dall’altro lato si introducono concetti assurdi, come la “cittadinanza digitale per nascita” (accesso per tutti a Internet… a spese di chi?) che sanno di utopia. Lo Stato, che si vorrebbe far arretrare dall’informazione, torna protagonista quando si chiede la “Statalizzazione della dorsale telefonica”, o un suo intervento a gamba tesa quando si prescrive: “Nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%”. E anche: “Nessun quotidiano con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato diffuso con proprietà massima del 10%. Che senso ha creare un mercato dell’informazione e impedire ai soggetti privati di conquistare quote maggioritarie? Qualcuno vuole fare impresa senza aspirare ad aumentare i suoi profitti?

La volontà dirigista e l’illusione utopista di questo programma saltano fuori maggiormente nei suoi capitoli che riguardano l’economia, la sanità e l’istruzione. Cosa dobbiamo pensare quando leggiamo la proposta di “abolire la Legge Biagi”? Tornare ai contratti collettivi nazionali con assunzione a tempo indeterminato per tutti? E chi è quell’imprenditore che se lo può permettere, oggi come oggi? “Vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale”. E come impedirlo? Mettendo un guardiano politico alle calcagna di ogni azionista? “Abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate”. Anche qui: ficcando il naso dei politici negli affari privati dei cittadini che fanno impresa. “Introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato”. Sono o non sono affari degli azionisti? “Abolizione dei monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset, Ferrovie dello Stato”. Solo abolendo il monopolio di Stato possiamo combattere i monopoli. Perché Grillo non nomina la ricetta giusta contro i monopoli: privatizzazione e deregulation? E perché nomina aziende puramente private, come Mediaset, al fianco di altre puramente statali, come Eni? Perché, evidentemente, non comprende che l’unico vero monopolista (di fronte al quale tutti gli altri si sgretolano) è lo Stato. Che lui vorrebbe addirittura espandere. E’ solo lo Stato che detiene il monopolio della violenza: l’unico in grado di imporre il suo potere a soggetti non consenzienti.

L’utopia rispunta nel capitolo sui trasporti: no alla Tav, no al Ponte (e potremmo anche andar d’accordo), ma perché prescrivere, in un programma di un partito nazionale cose puramente locali, che dovrebbero essere lasciate alla volontà di comuni e privati, come le piste ciclabili, l’incentivo a usare mezzi puliti, o il disincentivo a usare l’auto, il divieto a costruire nuovi parcheggi, o “collegamenti efficienti tra diverse forme di trasporto pubblici”?

Peggio che andar di notte, quando, nel capitolo sulla sanità, leggiamo che: “Due fatti però stanno minando alle basi l’universalità e l’omogeneità del Servizio Sanitario Nazionale: la devolution, che affida alle Regioni l’assistenza sanitaria e il suo finanziamento e accentua le differenze territoriali, e la sanità privata che sottrae risorse e talenti al pubblico”. No Grillo, no! La nostra disgrazia è proprio nell’assenza di devolution: è lo Stato che continua a coprire i buchi delle Regioni, spingendole ad un comportamento fiscalmente irresponsabile. Lasciamo che ogni Regione sia finanziariamente indipendente e vedremo ridurre tutti gli sperperi sanitari di cui ti lamenti. Compresi i rimborsi a pioggia su esami inutili e interventi chirurgici mortali. La sanità privata sottrarrebbe risorse e talenti al pubblico? Ma quando mai! E’ il pubblico che ci tassa per restituirci una sanità da Terzo Mondo. In Italia non c’è competizione fra cliniche. Senza competizione nessuno è incentivato a puntare all’eccellenza. Vuoi tutto nelle mani nel pubblico? Teniamoci, allora, dei medici-burocrati, disincentivati, demotivati, immorali, pronti a lasciar morire i pazienti perché l’unica cosa che interessa loro è arrivare a prendere lo stipendio. Questo è il pubblico, niente altro.

Si leggono meno assurdità nel capitolo sull’istruzione. “Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica”… ci mancherebbe altro! Quel che manca è il nocciolo del problema. Lo Stato educatore ha fallito. Prova ne è un Paese in crisi, con una classe politica e dirigenziale da rottamare: è il prodotto dell’istruzione pubblica. Solo una competizione fra istituti liberi e privati può sanare alla radice la nostra decadenza culturale. E liberarci da un’oppressione politica dalla culla alla tomba. Privatizzare e liberalizzare: questa è l’unica, vera e necessaria antipolitica.

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