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Senza la “Lega delle Leghe” l’autonomismo non ha futuro

di ROBERTO GREMMO

Gli autonomisti hanno fatto la differenza. La coalizione di Centro-Sinistra ha vinto alla Camera grazie ai 146.000 voti della “Sudtiroler Volkspartei”. Benché tradizionalista e conservatore, il partito di raccolta sudtirolese é stato costretto a collocarsi in questa compagine ‘progressista’ perché nel fronte opposto erano determinanti le presenze ingombranti della deputata pidielle Biancofiore che capeggia gli avversari dell’autonomia speciale e la Destra storaciana nostalgica del più estremo nazionalismo italico. Tuttavia, Berlusconi ed i suoi alleati potevano comunque conquistare quei 120.000 voti determinanti e che, grazie a una legge vergognosa e truffaldina, hanno dato la maggioranza a chi è arrivato in testa.

La ‘risalita’ berlusconiana é stata stupefacente e impressionante. Il “Popolo della libertà” ha recuperato una gran massa di voti, in barba alla pugnalata politica di Fini, all’attacco frontale dei centri di potere europei ‘tecnocratici’ ed all’offensiva dei magistrati contro il suo capo. Una formazione nata da pochi giorni come quella dei “Fratelli d’Italia” non è andata male; la presenza di tante mini-liste è stata un valore aggiunto. La conquista di quei 120.000 voti in più era a portata di mano. E, allora, cos’è mancato?

Lo sanno tutti: è crollata la “Lega”, già ‘potentissima’ e già ‘per l’indipendenza della Padania’, rivelatasi un partito regionale; di puro e semplice egoismo lombardo. Così è stata ridotta e, quel che è peggio, ritenuta dagli elettori, per decisione del suo congresso che ha deciso di sacrificare un vero ‘nordismo’ politico per ottenere una posizione di prestigio in una sola regione. E gli elettori autonomisti di Piemonte, Liguria e Veneto non hanno accettato di essere ridotti ad un umiliante gregariato. Carlo Pighini, sul quotidiano “il Nord-Ovest”, ha rilevato che nel Piemonte Nord-orientale la “Lega Nord” ha perduto almeno 220 mila voti rispetto alle precedenti consultazioni. Proprio i suffragi che avrebbero fatto la differenza. Ma che non potevano arrivare. Lo stesso Maroni ha sostenuto che il voto politico non serviva a niente e ovviamente gli elettori gli hanno dato retta; e non l’hanno votato.

In realtà, il voto per il Parlamento è fondamentale per ogni cambiamento istituzionale e solo con una decisione di Camera e Senato potrebbe nascere la stessa “macro-regione” auspicata da quella “Lega” che ha oggi a Roma un peso assolutamente insignificante ed un ruolo del tutto marginale. Una vittoria della sua coalizione avrebbe permesso di ottenere posizioni chiave nel governo ma ciò non è avvenuto. E’ mancato il voto autonomista fuori dalla Lombardia dove sono state compiute scelte completamente sbagliate. La “Lega Nord” si è presentata addirittura in val d’Aosta con le signore Cane e Spelgatti, prendendo una manciata di voti inutilizzabili per la coalizione ma rischiando di far perdere gli autonomisti dell’“Union Valdôtaine” messa sotto attacco dalla scissione di Lucien Caveri e dei suoi amici. In Veneto il nuovo vertice ha candidato solo i dirigenti vicini alla nuova maggioranza politica di partito. In Piemonte è stato inserito nelle prime posizioni di lista un ex ministro tassatore e vessatore come tutti gli altri ed il suo riverito nominativo é stato inserito addirittura nel simbolo elettorale. In Liguria non è stato fatto nulla per intercettare il dissenso manifestato dall’ex ministro Scajola che per la prima volta ha evocato il “Popolo Ligure”.

Un movimento che si dice ‘nordista’ ha speso tempo, soldi ed energie per presentarsi in un Meridione ostile e avversario, raccattando poco o niente ma appannando la propria immagine di difensore delle ricchezze ‘padane’. O si é con uno o con l’altro. Ultimo, ma forse primo errore, aver rinunciato a denunciare la tragedia dell’immigrazione selvaggia proprio ora che a fronte di quattro milioni di stranieri presenti sul mercato del lavoro ci sono ormai tre milioni di italiani che devono spartire con queste persone il poco lavoro, la sanità, le case e i sussidi. Isolato soldatino politico attento a questa realtà drammatica, l’onorevole Borghezio é stato zittito. Tutto questo (oltre agli scandali) ha convinto gli elettori non lombardi del Nord che il partito di Maroni non faceva i loro interessi.

Ovviamente, per quanto attiene al Piemonte, corresponsabili di questi disastri sono, a vario titolo, i dirigenti locali del partito con la loro consueta subalternità di pavidi gregari dalla bocca cucita. La “Lega” di Maroni è oggi arroccata per propria scelta nella difesa del fortino del sottogoverno lombardo in una regione dove è comunque minoritaria e quindi ostaggio in gran parte dei suoi alleati; a Roma è ininfluente e marginale ed in Europa potrebbe non avere più voce perché rischia seriamente di non poter superare lo sbarramento del 4% alle prossime elezioni. Può uscire dall’angolo?

All’ultimo congresso, lo stesso Maroni ha pronosticato che il futuro del suo partito sarebbe stato nell’implosione e nella trasformazione in una federazione di movimenti regionali. Era quel che voleva nel 1979 il compianto Bruno Salvadori e, se mi è permesso, la ragione della mia perduta battaglia contro Bossi ed i suoi nel 1989. Una “Lega delle Leghe” dove ogni realtà regionale abbia pari dignità e autonomia di decisione, rispettando e valorizzando le tante specificità di popoli simili ma non uguali. Ma il nuovo ceto politico di partito non sarà d’accordo. Eppure un po’ d’autocritica, almeno in Piemonte, dovrebbe farla. L’ultimo manifesto affisso a Torino prima delle elezioni conteneva il simbolo del partito e… gli auguri di buone feste. Come a dire: sotto la “Lega” niente.

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