Libera disquisizione su cosa è, e non è, la globalizzazione

di DIEGO GABUTTI

Contro la globalizzazione, il mostro che fa «buh» ai popoli e alle anime belle nella Notte di Halloween della sociologia chic, sono scesi ormai in campo tutti quanti: no global in tuta bianca e nera, pacifisti, vegetariani, disobbedienti, difensori delle «culture multiple» e delle «identità irriducibili», fieri oppositori della «cultura indifferenziata» e persino difensori delle «biodiversità», la madre di tutti i paroloni. Vedrete che tra poco, in nome della «biodiversità», dichiareranno guerra alla globalizzazione anche gli stitici, i filatelici e gli zampognari del presepe.

Ma contro che cosa precisamente si schierano i nemici del «globalismo»? Con globalizzazione, qui nelle società aperte, s’intende il progetto d’un mondo senza barriere, agile, grasso, dinamico, libero e possibilmente vantaggioso per tutti. Un mondo che per funzionare, come tutti si augurano, specie i paesi poveri, deve poter contare su governi legittimi e rappresentativi o almeno favorevoli alla libera circolazione degli uomini, delle idee, delle tecnologia e dei capitali. Anche il mercato globale è un’utopia, intendiamoci. Mica per niente Marx fu uno dei primi a evocarlo. Non è affatto detto, inoltre, che il  bacio fatato della globalizzazione riesca davvero a fondere tra loro tutte le differenze che rendono il mondo bello ma disagevole o a trasformare, secondo l’antica promessa, i mostri autocratici che governano i quattro quinti del pianeta in bellezze al bagno liberaldemocratiche. Però l’utopia del mercato globale è la nostra utopia.

Si fonda, da un lato, sull’idea che il sistema delle libere elezioni e dei diritti civili sia superiore ai sistemi che negano le une e gli altri e, dall’altro, sull’esperienza di due secoli di storia, durante i quali è stato dimostrato che il modo di produzione capitalistico produce risultati di gran lunga superiori a quelli mai raggiunti dal «modo di produzione asiatico», come lo chiamava sempre Marx (che con «modo di produzione asiatico» intendeva burocrazia, dispotismo, lavoro schiavistico e là in alto, come uno spadone di Damocle sospeso sulla testa dei popoli, un imperatore o un Commissario del Popolo d’investitura divina).

Questa, in soldoni, è lo scenario della globalizzazione secondo i globalisti. Che cosa intendono per «globalizzazione» i suoi nemici? Intendono, strano a dirsi, esattamente la stessa cosa, solo che storcono il naso e la bocca quando qualcuno, in loro presenza, osa pronunciare la parola capitalismo e se ne escono con una risatina sarcastica quando sentono parlare di diritti civili o di libere elezioni. Gli antiglobalisti, che hanno ereditato le superstizioni del vecchio mondo bipolare, crollato nel 1989 insieme al Soviet supremo, detestano il capitalismo in tutte le sue forme e continuano a pensare che la «democrazia formale» sia un imbroglio, una truffa per impillolare gl’ingenui. Ancora si capirebbe la loro furia ideologica se per globalizzazione  intendessero qualcos’altro. Per esempio polizie politiche onnipotenti e barriere di filo spinato. Oppure campi di lavoro, di rieducazione e di sterminio. Spietate dittature. Teocrazie svergognate. Invece no. Gli antiglobalisti odiano a colpo sicuro proprio le virtù della globalizzazione: l’economia senza vincoli, il benessere, il diritto al perseguimento della felicità. Per loro è la libertà e non la sua assenza che fa problema. Come si spiega? Si spiega con il fatto che gli antiglobalisti non sono affatto scesi in guerra contro la globalizzazione. Sono scesi in guerra contro le parole che la descrivono.

Non odiano il capitalismo. Odiano la parola «capitalismo». Non hanno niente contro l’Occidente. È che non gli piace la parola. Quando un signor progetto globalista, prima del 1989, si chiamava  socialismo reale, quella particolare forma di globalizzazione andava benissimo agli attuali no global. Eppure  il socialismo reale era un sistema politico chiavi in mano che esportava ai quattro angoli del mondo la «cultura indifferenziata» del comunismo schiacciando senza tante storie tutte le «culture multiple» e le «identità irriducibili» che trovava sul suo cammino. Ma aveva, ai loro occhi, un suo speciale fascino. Non perchè la «cosa» (il globalismo) fosse buona o desiderabile in sè ma perchè la «parola» che lo descriveva (socialismo) era bella e nobile.

Gli antiglobalisti sono prigionieri d’un vecchio vocabolario polveroso. Si sforzano di rinnovarne le voci  ricorrendo alle rime baciate del vernacolo politically correct. Ma ci vuol altro. Ciò che resta loro in mano, alla fine, è puro antiquariato sociologico: la difesa del provolone doc, di Saddam Hussein, delle canzoni da osteria e delle barbe dei talebani.

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