Gli Stati nazionali non esistono. Padani, meditate…

di SERGIO SALVI

Politici e giornalisti confondono spesso le nazioni con gli stati che pretendono di “incarnarle”. Questo equivoco è stato creato, in perfetta buona fede, da un manipolo (o una coorte?) di studiosi, anche di fama, i quali hanno diffuso, soprattutto in Italia, la nozione chiave degli “stati nazionali”: tali sarebbero apparsi, già alla fine del medio evo, la Francia, la Spagna, l’Inghilterra. Il destino storico di ogni nazione sarebbe così quello di trasformarsi in stato, appunto, nazionale, ispirandosi a questi esempi.
È seguendo questa strada obbligatoria che l’Italia e la Germania avrebbero avuto, in quanto nazioni (anche se soltanto supposte), il dovere di uniformare il loro percorso storico, che avrebbero disatteso per secoli, istituendo anche se appena nel XIX secolo, uno stato nazionale proprio. Per fortuna, altri (purtroppo pochi) studiosi di uguale fama, hanno provvidamente negato la qualifica di “nazionali” agli stati europei di più antica istituzione. Ma quasi nessuno ha posto loro ascolto. Sentiamone due, molto autorevoli.
Ha scritto in proposito Ruggiero Romeo, che ha insegnato alla Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali di Parigi: «Di quale storia “nazionale” di Francia si può parlare prima del 1789? Di una storia in cui v’è, sí, un regno di Francia, ma vi sono anche i ducati di Aquitania, di Borgogna e di Provenza, e in cui l’idea di frontiera “naturale” al Reno non si manifesta prima del secolo XVIII? Di quale storia “nazionale” della Spagna parliamo se i suoi sovrani mai si sono dichiarati “re di Spagna” ma sempre “re delle Spagne”? E quale mai sarebbe una storia “nazionale” della Gran Bretagna» (estensione dell’Inghilterra, che già conteneva il Galles, alla Scozia e all’Irlanda)?
Un altro studioso illustre, il medievista Giuseppe Sergi, dell’Università di Torino, ha dimostrato come, nell’alto medio evo, si sia delineato in Europa “il ritagliarsi di alcune aree linguistico-culturali (che sarebbero poi le nazioni) e insieme l’emergere di formazioni politiche, per lo più con quelle aeree poco coincidenti, di prevalente impianto dinastico” (che sarebbero invece gli stati) rilevando che, a proposito degli stati moderni, derivati in maggioranza da queste “formazioni” dinastiche, nel loro “disegno non c’era nulla di precostituito in presunte identità di lunga durata dei popoli che in prevalenza le abitavano”. Gli stati contro le nazioni, dunque.
Ecco perché la Francia ha inglobato nel proprio stato presunto nazionale nazioni sicuramente non francesi (occitani, bretoni, baschi….), la Spagna nazioni non spagnole (catalani, galeghi, ancora baschi…) e così via. È di qui che nascono le varie questioni nazionali che agitano gli stati medesimi e le rivendicazioni di autodeterminazione da parte di molti popoli europei.
L’Italia ha dunque seguito, per giunta tardivamente (cinque secoli dopo), esempi improponibili: esempi però ritenuti cogenti anche ai giorni nostri dalla scuola di stato, dalla cultura di stato, dalla politica di stato, dalla comunicazione di stato. Diciamocela, allora, tutta.
La repubblica italiana non è uno stato nazionale, così come non lo sono la Francia, la Spagna, la Gran Bretagna, perfino la ugualmente tardiva Germania.
L’Italia è uno stato che ha inglobato e incastrato nazioni vere come la Padania, la Toscana, l’Appenninia, la Sardegna, il Friuli impedendo loro l’istituzione di uno stato moderno, questa volta sí “nazionale”, al quale affidare la sovranità globale dei popoli che le abitano. Una cosa, che in Europa è accaduta soltanto all’Islanda, l’unico stato davvero nazionale esistente oggi nel nostro continente. Ci sarebbe anche il Portogallo, che ingloba però tre villaggi castigliani di confine, lasciando alla Spagna tre villaggi di lingua portoghese. Ma lascia alla Spagna molto di più: l’intera regione della Galizia che il movimento “reintegrazionista” vorrebbe raggiungesse la madre patria portoghese (meglio: si tratta di figlia patria perché furono proprio i galeghi, con la “reconquista”, a creare il Portogallo). Meditate, padani, meditate. E assaporate la storia, magari anche la geografia e la linguistica (ma non quelle offerte sul desco di stato), per capire finalmente chi siete, di là dai miti e dai luoghi comuni che vi attanagliano, gran parte dei quali sono stati inventati dallo stato medesimo per fregarvi.

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