Gli equilibri di Barcellona, le forze in campo partito per partito

Le elezioni catalane restituiscono un equilibrio delle forze sostanzialmente invariato – anzi, con rafforzamento dell’indipendentismo, che contando anche i voti dei movimenti extraparlamentari supera anche se di poco il 50% – ma che può dare origine a scenari potenzialmente molto diversi nel rapporto con Madrid. Va subito detto che l’affluenza ha superato di poco il 53% (oltre venti punti in meno), un effetto della pandemia che si è distribuito in modo trasversale: e tuttavia, riflette un livello di partecipazione del tutto normale fino agli anni Duemila e l’irruzione dell’indipendentismo e non inferiore alle reginali dello scorso anno nei Paesi Baschi e in Galizia.

Dalle urne è uscito il triplo pareggio pronosticato dai sondaggi: i socialisti del Psc e la sinistra indipendentista di Erc con 33 seggi ciascuno, gli indipendentisti conservatori di JXCat con 32. Quarta forza la destra estrema di Vox, con 11 seggi, che ha monopolizzato il voto della destra con Ciudadanos crollato a 6 seggi (da 25 nel 2017) e il Partido Popular a tre (ne aveva 11); con 9 la sinistra indipendentista radicale della CUP e con 8 la branca catalana di Podemos, En Comù Podem. Il Psc raddoppia il numero dei suoi seggi (quattro anni fa si era fermato a 16) ed è il primo partito, ma non ha praticamente alcuna possibilità di installarsi alla guida della Generalitat.

Con questi numeri, l’indipendentismo sommerebbe infatti 73 seggi su una maggioranza di 68, compresa la CUP, che potrebbe limitarsi ad un appoggio esterno visto che i due partiti principali ne hanno 65, molto vicini all’obbiettivo. E tuttavia, quella che sembra una maggioranza comoda passa per trovare un accordo strategico di lungo periodo tra una ERC che ha scommesso sul negoziato gradualista e un JXCat che invece vorrebbe dare un’altra spallata al governo di Madrid (senza contare la CUP, fautrice di un’indipendenza unilaterale). Con questi ingredienti, rischiano di ripetersi le divergenze e i dissapori che hanno di fatto paralizzato (anche prima della pandemia e complice l’offensiva giudiziaria di Madrid) le attività di governo del governo regionale degli ultimi quattro anni. ERC, in virtù della maggioranza relativa, dovrebbe poter imporre il proprio candidato alla presidenza della Generalitat, Pere Aragonés, ma da qui a un programma di governo la strada è ancora lunga.

Di fatto – e malgrado tutti i partiti indipendentisti abbiano firmato un patto anti-socialista – la tentazione possibile per ERC è una maggioranza progressista di sinistra con il Psc ed En Comù Podem che sommerebbe 74 seggi: una svolta che sarebbe difficile da spiegare all’elettorato ma che potrebbe diventare obbligata in mancanza di un compromesso all’interno del campo indipendentista (l’alternativa sarebbe un nuovo ricorso alle urne, ipotesi che probabilmente verrà usata come arma postelettorale). A renderla possibile è l’affermazione del Psc, che di fatto ha ottenuto il risultato auspicato da Pedro Sanchez con la candidatura del suo ministro della Sanità, Salvador Illa: riportare i socialisti a contare qualcosa in Catalogna, un possibile cuneo contro l’indipendentismo e un interlocutore necessario per il dialogo – ancora inesistente malgrado le promesse – con il governo centrale.

L’esito del voto dovrebbe di fatto convincere Sanchez dell’opportunità di concedere l’indulto ai leader indipendentisti, approfittando anche dell’estrema difficoltà del Pp e di Ciudadanos; quanto ad aprire il “tavolo di dialogo” fra i governi, la posizione di forza del Psc potrebbe facilitarne l’avvio – e a limitarne la portata politica. È probabile quindi che si apra adesso un periodo di intensi negoziati, in prima battuta dentro il campo indipendentista, che non può permettersi di buttare via un risultato numericamente molto favorevole ma il cui potenziale passa per ritrovare un’unità di intenti e di strategia che appare complicata. Sanchez da parte sua raggiunge i suoi obbiettivi ma non può ignorare che il voto indipendentista non solo non retrocede, ma aumenta: una soluzione politica rimane più urgente, necessaria e lontana che mai.

 

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