Gli egoisti della decrescita… che è ben poco felice

di ANTONIO PASCALE*

Mi capita di ascoltare svariate volte la parola decrescita. È di gran moda, la usano un po’ tutti. Di recente, l’ho sentita pronunciare da Serena Dandini, Luca Mercalli, Carlo Petrini e dal mio scrittore preferito, Sandro Veronesi. E con sfumature particolari anche dai piccoli e medi imprenditori, quelli cioè che dovrebbero crescere. Marco Cassini della minimum fax: «Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio». Il benestante italiano, più o meno di sinistra, si sta inscrivendo al club della decrescita e insiste su un punto: questo livello di consumi non è sostenibile per il pianeta. L’obiettivo è giusto, sono tuttavia incerto se rubricare questa posizione sotto la voce sensibilità verso il prossimo o sotto nuovo egoismo. Il fatto è che il concetto di decrescita non trova, in realtà, spazio nei dipartimenti di Economia, ma abbonda sulla bocca di quelli di noi che non hanno mai superato un esame di micro e macroeconomia, dunque tendono a coprire le lacune tecnico- scientifiche con un raffinato eloquio, grazie al quale i punti nevralgici vengono elusi e concetti tra loro distanti prendono, come dire, una buona e consolante nota, piacevole all’orecchio: l’abbondanza frugale (Serge Latouche). O ancora, e sempre sulla capacità oratoria, nella trasmissione Che tempo che fa del 29 gennaio 2012, Daniel Pennac tenta un raccordo tra l’amletica frase di Bartleby lo scrivano — «Preferirei di no» — e l’attuale crisi finanziaria: «La crisi viene da un eccesso di desiderio ». Di fronte a questo accumulo di inutili desideri, meglio una posizione di radicale ma gentile disappunto: «Preferirei di no». Una decrescita gentile.

Ma come si misura l’eccesso di desiderio? Il desiderio di Pennac di parlare delle sue idee si traduce in un consumo, culturale e non: deve prendere un aereo, venire a Milano, pernottare in albergo, tocca usare la carta di credito, credito e finanza sono intrecciati, e insomma consumi e Co2 anche per Pennac, e allora viene da dire: non è che il «Preferirei di no», si applica sempre al consumo degli altri o a quei consumi che non ci piacciono? C’è da dire che esistono vari modi di intendere la decrescita: a) decrescita come riduzione del Prodotto interno lordo; b) decrescita come riduzione dei consumi; c) decrescita come fuoriuscita «radicale» dall’economia di mercato.

C’è poi chi insiste sul cambiamento delle abitudini e della cultura (Latouche). Un’altra sfumatura — laDecrescita Felice di Maurizio Pallante — si basa sulla distinzione tra «merci» e «beni»: riduciamo le prime e aumentiamo i secondi (interessante online il forum sul tema http://urbiloquio.com/kkblog/archives/ 2009/02/seminario_sulla_decrescita_fe l.php). Sia come sia, i concetti suddetti sono intrecciati e il ragionamento si complica. Per esempio, la mattina quando butto la spazzatura nei bidoni della differenziata ho sempre una crisi ascetica, mi chiedo: ma perché tutta questa plastica? Perché tutti questi consumi? Per il resto della giornata sono un consumatore, se compro qualcosa non faccio sottili differenze tra merci e beni, e anzi tento di accrescere il mio personale Pil. Non è che questa parola sta diventando una classica parola ameba? Di quelle che significano tutto e niente. In realtà decrescere è facilissimo: basta autoridursi lo stipendio. Produzione e reddito sono infatti la stessa cosa. Meno reddito, minor produzione, consumi più bassi. Ci toccherà fare un gesto coraggioso: andare dal nostro editore e chiedere di meno. Purtroppo siamo soggetti a un’equazione matematica. L’ha scritta J. M. Keynes: Y (Pil) = C (consumi) + I (investimenti) + G (spesa pubblica) + X (differenza tra esportazioni e importazioni). Se vogliamo divertirci e scrivere un po’ di formule inverse, e se assumiamo che G e X rimangano costanti, il Pil finisce per essere determinato solo da consumi e investimenti: Y = C + I. Perciò, se si riducono i consumi, il reddito si ridurrà, a meno che non aumentino gli investimenti. Ma siccome gli investimenti attuali sono guidati dalle aspettative delle imprese sui futuri profitti, e quindi su quelli che saranno i consumi futuri, una riduzione generalizzata dei consumi finirà col produrre un ristagno degli investimenti. Risultato? Crisi economica e riduzione del reddito. La questione allora andrebbe formulata con un po’ di rigore matematico: quanto siamo disposti a perdere in termini di reddito per salvare il pianeta dall’eccesso di desiderio? C’è poi un’altra questione: consumare meno significa consumare meglio? Qualità e quantità vanno di solito di pari passo, perché la qualità costa e i poveri, sempre e dovunque, consumano non solo meno, ma anche peggio dei ricchi.

Ancora un dubbio: ma chi sono quelle persone che stabiliscono cosa possiamo e cosa non possiamo consumare? Cos’è il lusso? Ci sarà un comitato? Insomma oltre al quanto vogliamo decrescere, con quali strumenti intendiamo farlo? Se diamo uno sguardo globale (www.gapeminder.org), notiamo che benessere e reddito sono in crescita, aumenta la vita media e decresce la mortalità infantile. A questi cittadini del mondo, chi gli dice: dovete fermarvi? Oppure: «Preferirei di no»? Purtroppo, è vero, le risorse disponibili sono in diminuzione, è necessario produrre con meno input energetici—il segreto si chiama innovazione. Si può fare. L’abbiamo già fatto. Nel 1880 i nostri avi dovevano lavorare sei ore per avere un’ora di luce. Ora basta mezzo secondo. Non siamo i primi a vedere nero. Il reverendo Thomas Malthus, aveva previsto una pessima fine per il nostro pianeta: più risorse, più popolazione, più lotta per dividersi la torta. All’epoca non eravamo nemmeno un miliardo. Negli Anni 60 il club di Roma segnalò un problema analogo. Per mantenere un buon livello di reddito, è necessario gestire le scorie. Per farlo abbiamo solo una strada: ricerca e innovazione tecnologica. In fondo, e per esempio, una bottiglia di plastica meno spessa e più degradabile si può produrre se e solo se cresceranno (e non decresceranno) i contribuiti e la cultura dei chimici, dei fisici, deimatematici, deimicrobiologici. Se crescerà la cultura e la competenza e di contro decresceranno le dichiarazioni facili e le parole amebe.

Tratto da: http://lettura.corriere.it

Print Friendly, PDF & Email

5 Comments

  1. Fosse un movimento culturale, ossia una rete di associazioni e imprese che hanno una propria visione di economia che intendono perseguire senza imporla agli altri allora andrebbe bene.
    Il problema è che questi vogliono usare lo stato per imporre queste idee a tutti.

  2. Durante il luminoso esperimento della Kampuchea Democratica (c’ho un LP di all stars intitolato Concert For Kamupuchea, c’era pure Sting), Pol Pot faceva le cose per bene.

    Un colpo alla nuca a chi portava gli occhiali, perchè era un borghese. Il vero lavoratore coi piedi ammollo nelle risaie non aveva bisogno di occhiali, lusso inutile.

    Così si fa. Capito Fazio?
    E ti consiglio di levarti gli occhiali …

    • L’autore non è un libertario e nemmeno un seguace della scuola austriaca. E’ solo una persona di buon senso. Meglio uno di questi che cento decrescenti!!!!

      • sono perfettamente d’accordo con lei Fidenato, l’articolo è eccellente solo che secondo me se qualche sprovveduto legge le equazioni di Keynes c’è il rischio che creda siano vere 😉

        Scherzi a parte, volevo dirle che seguo sempre le sue battaglie contro lo statalismo italiano e le faccio il mio in bocca al lupo per le sue varie cause.

        FS

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Letta ci tiene alla poltrona: "Crisi di governo sarebbe una follia"

Articolo successivo

Ora tutti scoprono che il problema della Lombardia è l'Italia