Gli economisti danno i numeri

di PAOLO BRERAVANG

Nel mondo c’è un’ideologia di cui in pratica quasi nessuno si accorge: è quella che traveste l’economia da scienza esatta. In questi articoli con cui ormai da anni abbasso il livello qualitativo di Eos ho toccato l’argomento più volte, senza mai metterlo propriamente al centro dell’attenzione. Continuerò così, ma cercherò di spiegare almeno alcune conseguenze di questa impostazione ideologica.

Premetterò una piccola considerazione. La scienza economica di oggi ha avuto le sue origini nell’Ottocento, dopo secoli in cui gli argomenti di indole economica venivano trattati in scritti di natura diversa come l’Arthaśāstra di Cāṇakya (IV secolo avanti Cristo, impero Maurya in India), ἜργακαὶἩμέραι (Le opere e i giorni) di Esiodo, o il Liber de agri cultura, di Marco Porcio Catone detto il Censore. Sino ai fisiocratici, manca una vera impostazione quantitativa, mentre proprio l’impostazione quantitativa è tipica della scienza economica moderna.

Il ragionamento quantitativo è spesso assente nel pensare comune. Quando ci poniamo problemi come «L’immigrazione è un bene oppure un male?» e «Le tasse sono un bene oppure un male?», molti di noi scivolano nel generale, se pure non partono da esso senza poi mai staccarsene. L’errore è semplice da mostrare: se ci chiediamo «Il sale è un bene o un male?» oppure «L’acqua è un bene o un male?» la vera risposta non può prescindere dalle quantità di acqua e di sale di cui si sta parlando. Un chilo e mezzo di sale e quindici litri di acqua uccidono. Una presina di sale e circa due litri di acqua al giorno sono dosi che rendono possibile e/o migliore la vita. Allo stesso modo un po’ di immigrazione facilita il progresso e l’ampliamento delle vedute, un’immigrazione che raddoppia la popolazione in dieci anni crea enormi problemi sociali e politici. Un 33% di pil che va a coprire le spese generali della collettività è un’ottima cosa, un 45% (come in Italia oggi) schiaccia l’economia e la società. Est modus in rebus. Per capire i fenomeni, misùrali. E poi ragiona sulle quantità misurate e sui loro rapporti reciproci.

L’ambizione della scienza economica dell’Ottocento è appunto arrivare a scoprire le connessioni quantitative tra i fenomeni economici. Il modello seguito è però dettato dal positivismo, che in quegli anni domina l’approccio metodologico degli scienziati della natura e quasi tutto il pensiero filosofico. Gli economisti di quel periodo ritengono che le corrispondenze fra le quantità misurabili dell’economia siano dello stesso tipo delle corrispondenze tra i fenomeni fisici studiate dalla meccanica, dunque che nei fenomeni economici e sociali vi siano rapporti meccanici fra le quantità in gioco. Viene costruito il modello dell’Homo Oeconomicus, il quale prende le sue decisioni sulla base di una contabilità dei costi e dei risultati, misurati in via generale dalla soddisfazione psicologica associata alle cose di cui ci si priva e a quelle che si ricevono – e in maniera approssimata, dal denaro e dai valori esprimibili in termini monetari. Per un economista, la “perfetta letizia” che San Francesco ricava da una vita di santità e rinunce è sicuramente maggiore del costo materiale della santità e delle rinunce, in termini di soddisfazione dell’individuo coinvolto. San Francesco non è “economicamente irrazionale”, è semplicemente fatto in modo diverso dalla maggior parte di noi. Sui quali nonfranceschi, inevitabilmente, si concentra peraltro l’attenzione pressoché esclusiva della ricerca economica.

L’Homo Oeconomicus contribuisce a far sorgere il concetto di “impresa”. La psicologia scompare del tutto dal campo visuale e viene sostituita dai costi e dai ricavi, unica cosa di cui si preoccupa l’impresa (e, con un ulteriore twist, l’unica cosa di cui deve preoccuparsi). Alla diversità delle preferenze individuali viene sostituita l’uniformità della contabilità aziendale. Più tardi il discorso viene ampliato: si creano i grandi concetti della macroeconomia quali prodotto interno lordo, domanda aggregata, investimenti e consumi; si misurano le grandezze statistiche e si cerca di metterle in rapporto. Il pregiudizio è sempre che in questo modo si possa arrivare a risultati meccanicistici, come nella fisica. Se metti in un determinato fucile una certa quantità x di polvere da sparo e una palla di piombo di peso y,se spari con un’inclinazione θ in certe condizioni di vento e pressione, la palla arriverà a una distanza z. Se aumenti la spesa pubblica di una somma Δ ne conseguirà un incremento del pil pari a kΔ.

In realtà la popolazione di un Paese non è composta di homines oeconomici il cui comportamento è facile da prevedere, ma di homines veri et proprii il cui comportamento è affatto impossibile predire. Non solo per mancanza di dati di base e di strumenti teorici per interpretarli, ma sopra tutto per l’“effetto Ferrer” di cui ho fatto cenno in un articolo precedente: l’“azione serializzata”, in termini sartriani, per cui il risultato di una serie di iniziative prese da esseri umani distinti è diverso da quello che ciascuno poteva razionalmente prevedere, come nel caso descritto da Manzoni – in cui una folla, che cerca di vedere meglio il governatore spagnolo Ferrer alzandosi in punta di piedi, finisce col vederlo esattamente come se fosse rimasta tranquilla a piante ben spalmate al suolo.

Gli strumenti tradizionali di politica economica funzionano solo a spanne, perché il risultato effettivo è influenzato da variabili che la politica economica non prende in esame o di cui è impossibile tenere conto, perché comportano un’azione serializzata.

Ma la logica dell’establishment economico e quella del governo richiede che le variabili su cui si agisce vengano invece presentate come scientificamente determinate. In tal modo i politici hanno meno probabilità di veder porre in discussione le loro misure e gli economisti tengono alto il loro prestigio ([1])

Quanto poco sia meritato tale prestigio è confermato dalla pagliaccesca vicenda di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhardt, due economisti di fama mondiale autori di un modello economico che ha avuto molto corso per anni e ha ispirato politiche ufficiali. Nell’articolo accademico in cui hanno presentato il modello, i due hanno sostenuto che quando il debito pubblico arriva al 90% del pil (quello italiano è al 130%) la crescita economica subisce un vero e proprio tracollo. Il 90%, insomma, per loro è una soglia spaventosa, superarla è un evento tragico da scongiurare con qualsiasi ammontare di austerità. Solo che poi si è scoperto che le loro conclusioni erano inficiate da una serie di errori marchiani, il più risibile dei quali è una somma sbagliata inserita dai due luminari nel foglio Excel. Un topicco da bambino delle elementari.

I due, inspiegabilmente, continuano a insegnare all’Università anziché assaggiare un po’ di mobilità del lavoro, cioè essere cacciati per manifesta incapacità come meritano e finire in una coda davanti all’agenzia per l’occupazione – una di quelle provocate dai governi che li hanno presi sul serio e hanno mandato in crisi l’economia con l’ultra-austerità.

Non contenta di essersela cavata così a buon mercato, la coppia ha attaccato rabbiosamente il più illustre dei suoi critici, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, colpevole di aver scritto che i due non hanno rinunciato alla loro tesi nemmeno dopo essere stati pubblicamente sbugiardati da uno studente del terzo anno che stava scrivendo una tesina. Krugman ha detto che se da una parte è vero che il debito pubblico deprime la crescita, dall’altra è falso che sopra un certo livello la crescita “crolli”, come hanno sostenuto e tuttora sostengono i due, quasi le due affermazioni fossero tutt’uno.

Rogoff e Reinhardt hanno replicato accusando il loro critico di “comportamento incivile” e di “crassa negligenza” per non aver controllato i fatti prima di attaccarli.

Bah. Più crassa negligenza di sbagliare una formuletta di Excel, più incivile comportamento di coonestare politiche di austerità da milioni di disoccupati in più, è difficile trovare in giro. Krugman ha ragione contro i due. Anche se a sua volta nel formulare i suoi consigli di politica economica si appoggia al prestigio “scientifico” dell’economia.

Intendiamoci, non è che lo studio dell’economia sia inutile. Al contrario, spesso dà indicazioni preziose, e può aiutare a sviluppare una forma mentis decisamente utile. Solo che questa scienza umana non attinge, e non può attingere, all’esattezza di una scienza fisica([2]).

 

[1] Wikipedia, alla voce “Economics”, scrive: Economics per se, as a social science, is independent of the political acts of any government or other decision-making organization, however, many policymakers or individuals holding highly ranked positions that can influence other people’s lives are known for arbitrarily using a plethora of economic concepts and rhetoric as vehicles to legitimize agendas and value systems, and do not limit their remarks to matters relevant to their responsibilities. The close relation of economic theory and practice with politics is a focus of contention that may shade or distort the most unpretentious original tenets of economics, and is often confused with specific social agendas and value systems.) Prelevata il 15.02.14.

2Ancora Wikipedia, prelevata il 15.02.14: A 2002 International Monetary Fund study looked at “consensus forecasts” (the forecasts of large groups of economists) that were made in advance of 60 different national recessions in the 1990s: in 97% of the cases the economists did not predict the contraction a year in advance. On those rare occasions when economists did successfully predict recessions, they significantly underestimated their severity

 

 

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2 Comments

  1. Ah gia’, gli economisti… grasn brave persone.

    Ma mi sono chiesto tanto tempo fa e anche in questo periodo: dove sono gli economisti perche’ nessuno veda il DISASTRO SOCIALE e cioe’ che il ricco diventa sempre piu’ ricco ed il povero sempre piu’ povero..?
    Sono della BANDA e quindi correi o ignoranti..?

    Si nota o no che il CARRELLO DELLA SPESA e’ sempre piu’ VUOTO a parita’ di denaro?

    Con 100.000 £ si faceva una visita specialistica; oggi sono 100€.

    Ma se pensiamo che da mille lire si e’ passati ad un euro… il potere d’acquisto di quanto e’ CALATO..??

    E CHI DOVEVA SEGNALARLO che con questo modo di fare cambio lira euro non e’ altro che una TRUFFA legalizzata..??

    Non i politici stolti fino all’osso, ma gli ECONOMISTI SI che dovevano accorgersene..!

    Gia’, l’art.18 manda a ramengo la societa’..!

    Il cambio lira euro e’ stata una GRAN TRUFFA in tutti i sensi..!

    E si continua imperterriti anche..!

    Ramengo sti economisti ignoranti, nel senso che hanno ignorato tutto..!!

    An salam

  2. Adamo Smith si occupò ai suoi tempi (quando ancora la società non trascendeva nirzchianamente l’alternativa etica tra il bene ed il male) della “Ricchezza delle Nazioni”. E la ricchezza si esprime in potere di acquisto cioè in danaro: dunque il passaggio ad una scienza quantitativa e matematica è rigorosamente conseguenziale. Se avesse trattato della “Felicità delle Nazioni” certo avrebbe preso un’altra strada, o per meglio dire non avrebbe potuto ignorare San Francesco, Se gli economisti ed i politici concentrassero allora la loro ricerca sui temi monetari, dai quali derivano le profonde diseguaglianze ed le ingiustizie che affliggono i poveri, forse potrebbero darci delle indicazioni più utili.

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