Giustizialismo “sanitario”. Difendersi dai professionisti del panico globalizzato

di Benedetta Baiocchi – Tra i tanti servizi che si leggono sull’epidemia, quello proposto da Il Foglio nell’intervista di Giulia Pompili alla virologa Ilari Capua, è quello che offre il miglior baricentro di lettura per capire cosa stia accadendo.
“Epidemia e cultura. Come governare i professionisti della paura” è il suo titolo, e già comprendiamo come il taglio proponga strumenti di difesa utili per arginare il fenomeno del giustizialismo sanitario, una forma di smania globalizzante che scatena masse irrefrenabili pronte a tutto pur di sopravvivere all’untore.
di Giulia Pompili

La virologa Ilaria Capua, direttore negli Usa dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida,

Scrive Il Foglio: “Nonostante tutto quello che il circo mediatico-giustizialista ha fatto a una delle sue eccellenze – una delle pagine più vergognose della storia giudiziaria del nostro paese – da giorni Ilaria Capua si sottopone a intense, lunghissime sessioni di interviste con i media italiani per spiegare una cosa semplice: bisogna cercare di rallentare il contagio senza fare allarmismo, “perché ogni parola usata in maniera allarmistica senza essere giustificata brucia milioni, che potrebbero essere usati per la ricerca”.

Ma il punto dolente è che “I costi di questa pandemia saranno molto alti, perché viviamo in un sistema talmente interconnesso, globalizzato, che le conseguenze le avvertiremo tutti (…) abbiamo costruito una società che ha invaso gli ecosistemi, li abbiamo squilibrati. Un virus che circola nei pipistrelli della foresta cinese dovrebbe rimanere lì. E invece abbiamo invaso alcuni ecosistemi con le megalopoli, trasportando anche abitudini alimentari poco compatibili con lo sviluppo – non è un caso se i mattatoi in occidente sono sempre stati fuori dalla città. Esistono oggi situazioni di ‘interazione’ tra uomo e ambiente completamente squilibrati. Prima nuovi virus emergevano più raramente, adesso la frequenza è uno ogni tre, quattro anni”.

E, ancora: “Se guardiamo a quello che sta succedendo in Italia, questa ossessione per la ricerca del paziente zero, per esempio, in questo momento è totalmente inutile. Forse ci sono stati più pazienti zero in Italia, provenienti da paesi diversi. Che in Italia siano entrate diverse persone con il virus è verosimile, solo che magari hanno sviluppato una forma asintomatica o lieve. Quello stesso virus può però infettare una persona anziana, magari già malata, e farle sviluppare una sindrome più aggressiva”.

Insomma, non basta comunicare bene, serve riequlibrare la gestione delle “contaminazioni” culturali, sociali, perchè in un mondo globale nessuno è un’isola, neppure uno starnuto nella lontana foresta. La colpa delle istituzioni è aver vissuto come nulla fosse cambiato, e infatti, spiega Capua, alle pandemie ci si prepara in tempo di pace. In tempo di guerra, con il virus già in azione, ha costi insopportabili.
“Bisogna capire che è un fenomeno globale, e come tale va trattato”. ” height=”1″ />

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