GIUSTIZIA ITALIANA, TUTTE LE VERITA’ NASCOSTE

di JAMES CONDOR

E’ passato alla Camera, a scrutinio segreto, un emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati. Proposto dal leghista Gianluca Pini (nella foto), ha avuto 264 voti favorevoli e 211 contrari: una maggioranza larghissima. Il testo recita: «Chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto».

Dunque se il cittadino ha subito un danno da un magistrato, può rifarsi direttamente su di lui. Naturalmente deve ancora passare al Senato. Ma subito gli strali sono partiti. Antonio Di Pietro, riporta Corriere.it, afferma: «Dietro il voto segreto una maggioranza oscura ha compiuto un atto da P2 parlamentare».

Ilfattoquotidiano.it addirittura titola: “Casta, intimidazione ai magistrati” e riporta le dichiarazioni di Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm. «E’ una norma incostituzionale in contrasto con i principi piu’ volte affermati dalla Corte di Giustizia europea». Cascini che con Repubblica va oltre: «evidentemente il peso di alcune vicende giudiziare è ancora forte nelle aule della politica». E il procuratore aggiunto di Roma già leader di Md, Nello Rossi, ancora da Corriere.it, chiede «formalmente alla giunta dell’Anm di proclamare lo stato di agitazione e di procedere ad una convocazione straordinari del comitato direttivo centrale per sabato o domenica. Non ci si può limitare a sperare che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma oggi approvata dalla Camera. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative – inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato – faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco».

IL DOCUMENTO

L’Indipendenza vi mostra però un documento, come molti altri sconosciuti dai media quando si tratta di giustizia, che fa riflettere molto. Si tratta di una sentenza del 24 novembre 2011 della Corte di Giustizia del Lussemburgo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Un piccolo riassunto: nel 2009 la Commissione Europea aveva inviato una lettera in cui faceva presente all’Italia la violazione del diritto comunitario, già segnalata nel lontanissimo 2006. La violazione consisteva proprio nella nostra struttura della legge 117/88 sulla responsabilità dei magistrati. Ma l’Italia, che se non si tratta di anatemi della Bce sul debito pubblico se ne frega altamente, non aveva mai risposto. Sicchè la Commissione Europea ci ha portato davanti alla Corte. Ed è in questa sede che l’Italia si è difesa sostenendo che l’art. 2 della legge 117/88 non escludeva la responsabilità dei magistrati, ma la limitava soltanto nell’interpretazione di norme, fatti e prove. Mentre per dolo e colpa grave, questa responsabilità veniva riconosciuta. Già, e quando? Secondo la Corte «lo Stato membro convenuto (l’Italia ndr) non ha fornito alcun elemento in grado di dimostrare validamente che, nell’ipotesi di violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado, tale disposizione venga interpretata dalla giurisprudenza quale semplice limite posto alla sua responsabilità qualora la violazione risulti dall’interpretazione delle norme di diritto o dalla valutazione dei fatti e delle prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo, e non quale esclusione di responsabilità». Mentre quanto alle ipotesi di responsabilità per dolo o colpa grave: «la Repubblica italiana non ha confutato in termini sufficientemente sostanziali e dettagliati l’addebito contestatole dalla Commissione, secondo cui la normativa italiana limita, in casi diversi dall’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione dei fatti e delle prove, la responsabilità dello Stato italiano per violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado in modo non conforme ai principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte».

E infatti, ecco la sentenza della Corte di Giustizia (corte di giustizia responsabilità dei magistrati):

1)      La Repubblica italiana,

–        escludendo qualsiasi responsabilità dello Stato italiano per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione imputabile a un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo, e

–        limitando tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave,

ai sensi dell’art. 2, commi 1 e 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117, sul risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del principio generale di responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado.

2)     La Repubblica italiana è condannata alle spese.

L’emendamento Pini non fa dunque che adeguarsi alla sentenza europea. E oltre ad eliminare il riferimento “all’interpretazione” e ad aggiungere la “violazione manifesta del diritto vigente”, aggiunge la possibilità di un’azione diretta nei confronti del magistrato.

Detto questo, c’è molto altro che in Italia si ignora. Già nel 2005 un’altra Corte, quella per i diritti dell’Uomo di Strasburgo, che va oltre l’Ue e si allarga al Consiglio d’Europa, nel giudicare il caso di un uomo ingiustamente detenuto dall’Italia e per cui l’Italia era stata condannata, e cioè il caso di Bartolomeo Picaro, se la prendeva con la nostra legge 117/88. Per Strasburgo, Picaro avrebbe anche eventualmente potuto fare un’azione contro i magistrati che lo avevano incarcerato solo se fosse riuscito a dimostrarne il dolo o la colpa grave, ma il Governo italiano « non ha prodotto alcun esempio che dimostri che una tale azione sia stata tentata con successo in circostanze simili» a quelle del suo caso (AFFAIRE PICARO contro ITALIE).

I DATI REALI DELLA GIUSTIZIA

Il senso dell’emendamento risponde dunque ad un dato di fatto: che i magistrati non pagano quasi mai, qualsiasi sia il motivo del loro operare errato. O almeno lo Stato non è stato in grado di dimostrarlo alla Corte Europea. In ogni caso per gli errori ha finora sempre pagato lo Stato – e cioè il cittadino -, che poi, eventualmente, in linea molto ma molto teorica, si poteva rifare sul magistrato.

Ma i magistrati non pagano mai nemmeno in sede disciplinare, che dovrebbe regolare al Csm quantomeno le infrazioni deontologiche. In “La legge siamo noi” (Piemme, 2009), Stefano Zurlo analizzava infatti storie di toghe finite sotto procedimento disciplinare e trattate coi guanti o addirittura assolte per le vicende più disparate (o mai espulse nemmeno quando avevano chiesto nientemeno che l’aiuto di un boss). Riprendendo poi i dati emersi in Ordinamento Giudiziario (Cedam) di Daniela Cavallini, rivelava che tra il 1999 e il 2006, su ben 1010 procedimenti disciplinari, addirittura 812 erano finiti con l’assoluzione o il proscioglimento. E 126 con l’ammonimento, poco più di un buffetto. Trentotto erano le censure. E soltanto 22 volte c’era invece stato un vero provvedimento minimo come il rallentamento di carriera. E appena 6 volte l’espulsione. Un totale di ventotto provvedimenti concreti su 1010. Percentuali non esattamente incoraggianti.

Eppure gli “errori” nel giudizio formulato dai magistrati che hanno causato danni al cittadino sono tantissimi, e hanno causato enormi risarcimenti da versare da parte dello Stato, così tanti che lo scorso anno l’Italia non riusciva a pagare ancora 36,5 milioni di euro di indennizzi già esecutivi.

Nell’articolo “Italia, culla del diritto negato” vi avevamo già dimostrato come l’Italia non risultasse soltanto di gran lunga la più condannata a Strasburgo per le lentezze processuali (vedi foto a lato, clicca per ingrandire) dal 1959 al 2010, e questo nonostante l’Italia vanti il maggior numero di magistrati dell’Ue (1,39 contro una media di 0,91 ogni diecimila abitanti, più ulteriori 966 rincalzi previsti dal 2009!), ma che vantasse ben altri record. Come l’intrusione nella vita privata delle famiglie, 131 condanne, l’unico Paese con numeri a tre cifre, numeri spaventosi anche se confrontati con Turchia, Russia, Romania, Polonia, con plurime sentenze per sottrazione di minori da parte dello Stato, giudicata illecita da Strasburgo.

Chi ha mai pagato per questo? Dei responsabili nessuno, proprio perché la legge li tutela. Eppure un referendum radicale del 1987, dopo lo scandaloso caso di Enzo Tortora, aveva di fatto introdotto la responsabilità civile dei giudici, ma è rimasto, come molti altri referendum, inascoltato. (QUI LA TABLEU DE VIOLATION COMPLETA)

E le cose sono andate via via peggiorando. Basti pensare allo storico Rapporto Italia del 1996 dell’Eurispes, che raccontava come, fra il 1980 e il 1994, le percentuale di persone prosciolte da un processo era del 43,94%, e fra il 1989 e il 1995 ben 1671 persone furono vittime di ingiusta detenzione. Sette anni più tardi, nel “Rapporto Italia 2003”, l’Eurispes sostenne che dalla Costituzione della Repubblica ad allora oltre di quattro milioni di italiani risultavano essere state vittime senza colpa di azioni giudiziarie.

Non si tratta esattamente di bazzecole, si tratta del tema più importante in uno Stato civile.

E non tanto perchè secondo il ministro della giustizia Paola Severino l’inefficienza della giustizia ci costi l’1% del Pil o perché secondo la relazione del precedente Governo il rimedio della legge Pinto  «non si è dimostrato neppure idoneo a fronteggiare efficacemente eventuali condotte negligenti di singoli magistrati, causative dell’irragionevole ritardo processuale, ovvero a vigilare sull’obbligo dei dirigenti degli uffici giudiziari di realizzare un’efficiente organizzazione del lavoro giudiziario». Ma perché assai prima del denaro la giustizia riguarda una questione di princìpi, riguarda la libertà della gente. E non è ammissibile che si possa indagare e poi giudicare con la certezza di operare senza farsi carico di questa responsabilità. Perché altrimenti il rischio di errori anche per la superficialità nell’interpretare norme, nazionali e comunitarie, diventa molto alto.

E infatti quale è oggi la condizione della nostra giustizia? I soliti dati ignorati dai media, seguitano ad aggravarsi. Nel precedente articolo vi avevamo rivelato che al 30 novembre 2011 le cause pendenti all Corte di Strasburgo contro l’Italia erano 13400, l’8,8% della torta delle cause, ben 3200 in più rispetto alle 10200 del 31 dicembre 2010, quando ne avevamo il 7,5%. Oggi, è bastato un solo mese di rilevazioni in più, e al 31 dicembre 2011 le cause sono diventate 13750, il 9,1%, 350 ricorsi in più! (vedi foto a lato, clicca per ingrandire)

Una corsa al massacro. Del diritto.

SOLUZIONI

Ora naturalmente, con il passaggio dell’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati alla Camera, c’è il solito sbandierare di vessilli che inneggiano all’indipendenza della magistratura. E al timore che, condizionata, non operi più nella serenità con la spada di Damocle del risarcimento sulla testa. Ma ovviamente si tratta di un falso problema. Non può esistere una categoria di lavoratori che non è civilmente responsabile di ciò che fa. Ed è assurdo sentire, come è capitato, che quando un magistrato sbaglia, questi risponda al giornalista che bisognerebbe sottolineare anche le volte che le sue indagini si sono rivelate giuste. Sarebbe come dire che un medico sbaglia un’operazione e si difenda dicendo che gli altri pazienti però li ha guariti. O che un giornalista che ha diffamato qualcuno protesti dicendo che in altri articoli non lo aveva fatto.

La vera indipendenza della magistratura può essere difesa solo se chi giudica i magistrati, in sede almeno disciplinare, sia un organismo terzo (da politica e magistratura) e non un collega.

Quanto al risarcimento civile, lo Stato può sempre andar loro incontro istituendo l’obbligo di un’assicurazione, come per i medici. Si può star tranquilli che, a quel punto le cose migliorerebbero sensibilmente. Perché, come capita agli automobilisti e agli stessi medici, l’assicurazione risponde. All’errore corrisponde l’aumento del premio da pagare. Ma quando gli errori diventano troppi, l’assicurazione non risponde più. La scrematura tra le toghe in gamba e quelle che non lo sono avverrebbe così come per qualsiasi altra categoria: in base al merito. Chi non sbaglia va avanti, chi sbaglia cambia lavoro. In fondo, sostiene Monti, il posto fisso è monotono.

 

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

GOCCIOLINE CREATIVE PER L'INDIPENDENZA DEL VENETO

Articolo successivo

LE AZIENDE LOMBARDE SCAPPANO DALL'ITALIA DELLE TASSE