Giuseppe Reguzzoni: dai postbossiani all’indipendenza. Italia, stato transitorio

di STEFANIA PIAZZO

“Qui non è questione di essere antibossiani o bossiani. Siamo tutti post bossiani”.

Giuseppe Reguzzoni, editorialista, docente a contratto all’Università Cattolica, non gira attorno alle parole.  Tutto attorno alla politica, come nella vita, è un percorso di indizi per ricostruire la verità.  “La storia non cammina all’indietro – racconta in esclusiva a l’Indipendenza – si tratta di essere preparati alla storia nuova”.

Professore, perché  chi arriva dall’esperienza del Carroccio può essere definito un postbossiano?

“Bossi ha il merito indiscusso di aver sollevato la questione settentrionale in termini che nessuno aveva mai fatto prima. E di aver dato a questa questione una forma politico-partitica. Però in questo momento la Lega si sta sgretolando e nasce l’esigenza di guardare oltre, senza dimenticare il prima”.

Ci sono altre realtà in Europa che hanno avuto una evoluzione simile alla Lega, alla sua storia, alla sua evoluzione?

“Sono tante…  si va dai bavaresi alla Catalogna, alle Fiandre, alla stessa Scozia, all’Irlanda, però lì in generale l’aspetto culturale ha sempre preceduto quello politico. C’era un aspetto etnico, culturale linguistico molto forte,  accompagnato anche alle istanze economiche, che ad un certo punto come se trabordasse, imponeva l’emergere di figure politiche di riferimento”.

L’esatto contrario della genesi della Lega?

“Esatto, qui è stata la figura politica a fare da miccia, da catalizzatore per quella culturale senza però, dobbiamo ammetterlo, riuscirci fino in fondo”.

E’ mancata la forza per fare crescere la cultura della consapevolezza di pari passo alle battaglie politiche?

“Direi proprio di sì. Penso alla Catalogna. Viene sempre citata come modello, ma in Catalogna l’autonomismo è di centro, è di destra, è di sinistra, esistono più partiti  autonomisti, mentre esiste una sola questione catalana, che poi trova espressione politica, come deve essere, in orientamenti diversi”.

E nel nostro Paese questo non si può replicare?

“Veramente è già accaduto, con la resistenza contro il fascismo. Era chiaro che bisognasse resistere però c’erano modalità diverse  di farlo”.

Al Nord invece  la nuova resistenza non era chiara per tutti ma solo per qualcuno?

“Sì, anche perché se si mette davanti la politica alla cultura, la politica è inevitabilmente anche gioco di potere, dunque di poltrone, dunque di cadreghe, dunque di denaro e abbiamo visto come è andata a finire. I casi sono davanti a tutti, abbiamo ben presente le figure che hanno usato la Lega per la loro carriera personale”.

C’è un futuro per questa Lega?

“C’è un futuro per la questione settentrionale. Assolutamente sì, che troverà modo di esprimersi. Sicuramente l’esperienza della Lega, le persone  che ad essa hanno fatto riferimento a tutti i livelli, dalla politica  alla comunicazione, quando hanno agito sinceramente,  sono tutte persone ed esperienze che troveranno modo di riemergere, anzi, dovranno riemergere”.

Non si andrà verso quel volgo disperso del Manzoni ma c’è la possibilità di coagulare queste molecole?

“E’ bellissima l’immagine delle molecole.  Le molecole si stanno già organizzando singolarmente, ognuna per conto suo. E’ da sperare, anche se nessuno ha la sfera di cristallo, che questo movimento molecolare dal basso riesca a coordinarsi, a darsi un ordine, a cambiare in qualche modo la nostra storia,  però è da sperare.  Significa che non è nelle nostre mani del tutto, che non è immediata, non è nell’orizzonte breve”.

E’ questo quindi il destino, il futuro dei postbossiani?

“I  postbossiani hanno molto da fare in tutto questo. Innanzitutto non sono contro qualcuno ma sono per dare una risposta alla questione settentrionale e sono gli unici ad essere in pace con la loro storia. Sanno di dover essere grati alla figura di Bossi dovendo però andare oltre”.

Nel presente cosa si vede?

“Dall’altra parte c’è una contrapposizione pro o contro qualcuno o qualcosa, c’è una dialettica come tra fascismo e antifascismo, insomma, non se ne esce. Un vortice polemico in cui la contrapposizione alle persone o a certe  idee viene prima della risposta alla questione settentrionale, che invece è l’unica cosa che conta”.

Insomma, prof, è una guerra uomo contro uomo che va a distruggere quel poco che è rimasto?

“Assolutamente sì, tanto più che spesso si mescola con la lotta per il potere, per il mantenimento delle posizioni di potere. Chi ha assaggiato il potere e ha provato a sedersi su una poltrona poi fa fatica a staccarsene”.

E il ruolo della comunicazione, dell’informazione, in questa fase di ricostruzione, qual è?

“Decisivo, tanto che è uno degli elementi che è mancato alla vecchia Lega. La comunicazione è ciò che collega il retroterra culturale con l’azione politica. Il retroterra culturale è stato carente, la comunicazione  ancor di più, morale… la politica si è trovata isolata di fronte a se stessa. Per dirla con Togliatti, da questo c’è molto da imparare, l’uomo ha avuto due braccia, una per la politica e una per la cultura. Insieme devono comunicare e agire ma serve un cervello per muoverli, serve una mente, un’idea.  Chiaro, no?”.

L’indipendenza del Nord: è uno specchio per le allodole per catturare voti, è un’opportunità, è un cammino faticoso, che cos’è?

“Nessuno di noi può serenamente dire che una realtà politica è assoluta. Nel senso che quella realtà politica auspicata non sia possibile o che non ne esista  un’alternativa. Ma la dico meglio: l’affermazione secondo cui uno stato è uno  e indivisibile e non potrà mai cambiare è stata smentita dalla storia più di una volta. Lo dico anche da cattolico: sant’Agostino c’ha ricordato che gli stati sono realtà transitorie. Tutti. L’Unione Sovietica è finita, è finita la Prussia un pochino prima, sono finite  entità statali di ogni genere e si sono modificate, sono cambiate nel corso della storia. Non vedo perché la stessa cosa non debba valere anche per la Repubblica italiana, che è una forma statale transitoria. Sfido chiunque a dirmi che questa forma di Stato sia assoluta, perenne, eterna”.

Sarebbe un dogma religioso!

“Appunto. Sarebbe un dogma religioso, non politico”.

Si può cambiare perché la storia va avanti, la storia non va indietro. Vale per i partiti e per la forma di Stato, è così prof. Reguzzoni?

“La storia va avanti e le realtà statali e politiche sono l’esito di un gioco complesso di  fattori: umani, storici, economici, culturali che riservano sorprese impressionanti. Nel 1989 nessuno avrebbe pensato alla fine dell’impero sovietico e alla riunificazione della Germania. Ci ricordiamo di Andreotti quando diceva della Germania: “Sono contento che ce ne siano  due” o di Mitterand  che diceva che non si sarebbe mai riunificata? Furono smentiti clamorosamente. Anche la Teatcher sbagliò. I politici devono gestire dei progetti ma poi la storia percorre altre strade che non dipendono solo dalla politica”.

In questo momento la crisi economica, il pane che manca, l’assenza di statisti capaci di proporre soluzioni può accelerare questo passaggio verso la disgregazione della nostra forma di Stato?

“Lo credo, la crisi economica renderà evidente che la realtà statale italiana vive di interessi differenti, che gli interessi del Nord sono divergenti rispetto a quelli del Sud più ancora di Roma. E allora la soluzione potrà essere “violenta”,  anche semplicemente attraverso la violenza fiscale,  o potrebbe esserci come accaduto anche per altre realtà, pensiamo alla Repubblica Ceca,  alla Repubblica Slovacca, un divorzio consensuale”.

Si può ipotizzare una tempistica?

“E’ dettata dalla crisi e dagli sviluppi del tutto imprevedibili anche negli elementi più vicini a noi, come le prossime elezioni tedesche, che potrebbero riservare delle sorprese sul fronte dell’euro. E poi sicuramente da fattori umani. Il primo tra tutti la dimensione culturale che è quella più carente. Un Nord consapevole di se stesso accelererebbe la propria autonomia, la propria indipendenza”.

Gli esiti sul voto tedesco.. Il profilarsi di un doppio binario monetario, potrebbe spingere gli eventi di casa nostra nella direzione che hai indicato?

“Sì, perché l’idea del doppio binario monetario non è sostenuta da una frangia estremista, ma da un partito che si candida alle elezioni, “Alternativa per la Germania”, che ha al suo interno economisti, industriali, uomini di spicco della cultura, di rilievo in Germania, e soprattutto a quanto pare, è fatta da uomini politici che si oppongono alla linea Merkel. Lo stesso Berlusconi nei giorni scorsi ha auspicato  l’uscita della Germania dall’euro. Ciò significa lo sdoppiamento dell’euro, la Germania si “tirerebbe dietro” tutta l’area forte, Austria, Lussemburgo, Finlandia, Danimarca, che non è nell’euro ma che c’entrerebbe…”.

Insomma, siamo tutti un po’ “post e non ancora”.

 

 

 

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