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GIOCHI ANCORA APERTI IN CATALUNYA?

epa06214881 People demonstrate outside the regional Economy Ministry in Catalonia during a police search for documents connected with the organization of the Catalan independence referendum, in Barcelona, Spain, on 20 September 2017. EPA/ALEJANDRO GARCIA EDITORIAL NOTE: POLICEMEN'S FACES BLURED DUE TO SPANISH LAW

di ENZO TRENTIN – In questi giorni la situazione politica in Catalunya è incerta ed effervescente allo stesso tempo. È assai difficile avanzare previsioni che abbiano una qualche attendibilità. La repressione del governo di Mariano Rajoy, con l’appoggio dell’Europa, è ottusa, soprattutto se vista dalla parte degli europei. Gli indipendentisti catalani vogliono separarsi dalla Spagna non dall’Europa. E questa, nell’attuale situazione storica, è una possibilità per un indipendentismo europeo, e non costituisce alcun pericolo per l’Europa. Ci limitiamo quindi a raccogliere e riportare i rumors attraverso i nostri corrispondenti in loco.

 

Innanzi tutto guardiamo alle pacifiche manifestazioni popolari, in parte spontanee e in parte ben coordinate dalle organizzazioni indipendentiste. Ci sono le caceroladas, una forma di protesta tipicamente ispanica per manifestare lo scontento. Ed ecco accendersi ogni sera alternativamente il fracasso delle pentole percosse dalle posate, in decine e decine dei circa 900 Comuni catalani. A questo si aggiunge il pacifico e temporaneo blocco di strade e autostrade principalmente ad opera di gruppi di giovani.

 

Ci sono poi coloro che si confrontano con i numeri:

 

  • La repressione del governo Rajoy, secondo recenti sondaggi ha fatto aumentare la platea degli indipendentisti del 7,6%; e considerando che in precedenza erano a circa il 48,7%, sembrerebbe che in questo momento siano la maggioranza.
  • Gli unionisti dal canto loro hanno calcolato che per imporre la loro “democratica” supremazia, alle elezioni indette per il 21 dicembre dovrebbero accaparrarsi ulteriori 200.000 voti di preferenza.
  • Il 21 dicembre, tuttavia, è un giovedì. Un giorno che non offre sufficienti garanzie di massiccio afflusso di votanti, che all’ultima chiamata elettorale fu di circa il 78%.
  • Ci saranno più o meno 200.000 nuovi elettori; ma poiché l’indipendentismo ha fatto molti proseliti nelle scuole, si pronostica che circa 120.000 giovani non esprimeranno il favore per gli unionisti.
  • L’infelice dichiarazione, dei giorni scorsi, di Candidatura d’Unitat Popular (CUP) partito politico catalano indipendentista e di estrema sinistra, di voler disertare le urne alle elezioni del 21 dicembre, è rientrata.
  • Le voci che volevano Candidatura d’Unitat Popular (CUP) fuori dall’agone elettorale per mano del governo di Madrid, sono state ufficialmente smentite da funzionari del ministero competente. Non ci sarà alcuna esclusione, da parte del governo Rajoy, di partiti indipendentisti.
  • C’è chi ha paventato brogli elettorali, ma le organizzazioni indipendentiste contano d’essere molto presenti e attente. E in fondo l’organizzazione delle manifestazioni di protesta sopra descritte è il banco di prova per verificare la loro efficienza. Si aggiunga che non è consigliabile il verificarsi di brogli in maniera decisiva, perché il rischio di rivolta popolare è assai elevato.
  • Il giornalista Pere Cardussulle pagine di VilaWeb https://www.vilaweb.cat/noticies/el-programa-electoral-que-estaria-disposat-a-votar-el-21-d-opinio-pere-cardus/ propone: «Il Parlamento risultante dalle elezioni “illegali” del 21 dicembre sia sciolto dopo aver assicurato il riconoscimento della Repubblica. Dopo di che le elezioni costituenti abbiano luogo. La maggioranza risultante dalle predette elezioni  riconoscerà il governo, in parte imprigionato e in parte in esilio come l’unico governo legittimo, e il presidente Puigdemont verrà riconosciuto come il solo legittimo presidente. L’accettazione di un nuovo governo o la modifica del presidente sarebbe un modo indegno e sgradevole di accettare le regole e la protezione dello Stato spagnolo sui catalani.»
  • L’8 novembre lo sciopero generale ha tagliato le principali arterie della Catalunya. I più attivi sono arrivati quando è ancora notte. Ignorando se l’azione sarebbe durata minuti, ore o anche giorni. Sono equipaggiati come raccomandato: vestiti pesanti, torce elettriche, gilet antiriflesso, calzature comode, cibo e bevande. E sacchetti per lasciare la spazzatura. Come sempre, è una mobilitazione pacifica. Alle sei del mattino del 9 novembre, la sezione dell’AP-7 a Borrassà (Alt Empordà) è già stata tagliata, ma non è la sola. Le ore trascorrono tranquille. Persone sedute o sdraiate sul fondo stradale, altri con tavoli, sedie, frigoriferi da campeggio, zaini sparsi. C’è chi distribuisce acqua e fogli informativi in diverse lingue che indicano le ragioni dello sciopero. I Mossos chiedono di aprire almeno una corsia per far passare alcune auto e un autobus pieno di persone anziane. Alcuni hanno il diabete, dicono. È negoziato il passaggio per alcuni minuti. A mezzogiorno, quando l’area è stata occupata per sette ore, altra gente sta ancora arrivando. È grande il desiderio di materializzare una delle tante azioni di protesta per fermare il paese e chiedere il rilascio di prigionieri politici. Le richieste di rinforzo sono diffuse tramite WhatsApp e Telegram: chiunque aderisce, porta cibo, acqua, coperte, bevande calde e altro ancora. A Girona circa 300 persone sono prelevate di peso dai Mossos, mentre la Guardia Civil, che ha già circondato l’intera area, sta a guardare. Chi è seduto sull’asfalto viene prelevato singolarmente. Le immagini sono trasmesse in diretta sulla televisione catalana. È resistenza pacifica. Tutti sono consapevoli di ciò che significa aver bloccato una sezione dell’AP-7 vicino a Jonquera per più di dodici ore. L’ultima strada bloccata è quella per Puigcerdà e La Seu d’Urgell. I manifestanti hanno trascorso la notte nonostante il freddo. La manifestazione può essere ripetuta tutte le volte che sarà necessario.

 

Sul piano della lotta politica abbiamo già costatato come l’incarceramento di buona parte dei ministri e altri funzionari catalans non abbia giovato all’immagine internazionale degli unionisti. La “fuga” di Carles Puigdemont sembra meno sciocca di quanto parrebbe, e il mandato d’arresto europeo per lui e i quattro ministri ora a Bruxelles non fa che esacerbare la questione. Puigdemont (che ha annunciato la strutturazione di un governo in esilio), al contrario, sembra spingere per una maggiore “internazionalizzazione” della questione catalana.

 

L’UE, si sa, non è disponibile verso l’indipendentismo in genere. Ne va della sua stessa esistenza, perché potrebbe innestare un effetto domino. Tuttavia cominciano ad alzarsi le voci di alcuni intellettuali. L’esperto indipendente delle Nazioni Unite sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, Alfred de Zayas, invita le autorità spagnole ad avviare negoziati in buona fede con i dirigenti della Catalogna dopo l’annuncio che il governo spagnolo ha commissariato l’autonomia della regione. E sempre in UE c’è chi – ufficiosamente – comincia a riflettere sui risultati del referendum consultivo per l’autonomia del Veneto. Sanno tutti che la questione è ultra decennale, come hanno coscienza del fatto che si è votato per l’autonomia pensando all’indipendenza.

 

Ci sono, infine, tutta una serie di scherzi, battute spiritose, canzonature; provocate dalle recenti affermazioni del ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis, in cui egli ha suggerito che un modo per risolvere la crisi in Catalogna potrebbe essere quella di “darle più autonomia”.

 

L’offerta di Dastis in un’intervista con l’agenzia di stampa Associated Press è stata invariabilmente paragonata all’esperienza storica cubana, dove per mezzo di un suo avo (rappresentante dall’allora ministro degli esteri

Segismundo Moret) il governo del Regno spagnolo, ottuso e criminale durante quel conflitto, va ad offrire una Lettera dove concede un’ampia autonomia (1897) quando gli insorti indipendentisti già controllano gran parte del territorio, e pochi mesi prima di sbarazzarsi del giogo spagnolo.

 

Poco dopo, agli inizi del 1898, nonostante la propria superiorità materiale, la Spagna si trovava sull’orlo di un abisso, poiché sconfitta sul campo di battaglia dagli indipendentisti cubani. La mano pesante spagnola a Cuba fu realizzata in modo criminale dal generale Valerià Weyler [vedi https://www.loc.gov/rr/hispanic/1898/weyler.html]

 

Il governo spagnolo non aveva né le risorse finanziarie né quelle militari per gestire queste rivolte a Cuba e Puerto Rico, decise quindi di spingere con la forza la popolazione ad allontanarsi dalle campagne e a riversarsi nelle città e in apposite aree urbane fortificate, cercando di isolare i ribelli dalle loro fonti di sostegno logistico, situate proprio fra la popolazione contadina. In tali aree di “concentramento e controllo” della popolazione le condizioni di vita erano terribili, e si stima vi abbiano avuto luogo in pochi mesi molte decine di migliaia di decessi, a causa delle precarie condizioni igieniche, sanitarie e alimentari. Così che, quando Alfonso Dastis o altri parlano di “più autonomia” alla Catalunya la gente si lascia andare ai più sarcastici motteggi.

 

La lezione che gli indipendentisti italici possono acquisire da queste esperienze, è che un diritto (quello all’autodeterminazione, nella fattispecie) non è efficace di per sé. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto. Non ha senso dire che gli uomini abbiano dei diritti e dei doveri a quelli corrispondenti. Queste parole esprimono solo differenti punti di vista. Un uomo ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe solo degli obblighi. Di conseguenza gli indipendentisti – quelli veneti più ancora degli altri – dovrebbero smetterla di richiamarsi a questo o a quel diritto derivante dai Trattati internazionali, per concentrarsi su un progetto istituzionale innovativo in grado di ottenere lo stesso seguito popolare dei catalans.

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