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La Libia ha già invaso l’Italia: a Cremona la discarica Tamoil. Gheddafi sapeva

floradi ZANEN DE LA BALA

Da parte degli ex vertici della Tamoil di Cremona, condannati a Cremona nei mesi scorsi per disastro doloso ambientale (due per disastro colposo) per aver inquinato i terreni vicino all’argine del Po – in cui si trovano circoli creativi con piscine e attrezzature sportive – vi è stata “l’indifferenza per il bene protetto” e “il calcolo anche ‘aziendale'”. Hanno infatti ottenuto una “utilità economica” derivata “dallo spalmare su oltre 13 anni lavori che avrebbero dovuto essere svolti con urgenza”. A scriverlo è il gup di Cremona, Guido Salvini che, tra le altre cose, ha disposto la trasmissione degli atti al pm per valutare l’esercizio dell’azione nei confronti della Tamoil come persona giuridica in base alla Legge 231 del 2001 che impone alle aziende l’adozione di modelli comportamentali per prevenire gli illeciti. Per il giudice “Tamoil ha volutamente depositato nel 2001 dei documenti fumosi, privi di effettivi dettagli e irrispettosi anche delle prescrizioni legislative dettate in ordine alla loro stessa formazione. In definitiva ha reso impossibile ogni intervento degli assolutamente inadeguati soggetti, l’Arpa in particolare, che dovevano controllarne l’operato, ha volutamente tenuto lontano dalla gravità della situazione gli Enti che, impreparati, hanno prima di tutto dovuto capire di che cosa si stava parlando”.

Il calcolo e la lesione della comunità

Il comportamento dei vertici dell’azienda cremonese, fino al 2011 di proprietà del governo libico e ora dismessa, hanno dato origine per il giudice, anche a “quel particolare danno che viene chiamato da ‘sviamento di funzione’ in quanto il Comune è stato costretto a dirottare risorse umane, di tempo e patrimoniali sul ‘caso Tamoil’, sottraendole alla cura degli interessi dei cittadini” (Il Comune non si è costituito parte civile). Per Salvini “è ben ravvisabile un grave danno patrimoniale cui si aggiunge quello non patrimoniale”. “Infatti l’allarme e il turbamento psichico derivante dal pericolo per la salute – annota il gup – in relazione al ‘vissuto’ dei soci dei circoli, ha provocato una lesione del diritto dell’intera comunità a vivere tranquillamente nel proprio territorio, in particolare nei luoghi dedicati allo svago”.

 

Assecondato l’illecito

Esiste quindi “il dolo eventuale” in quanto gli imputati condannati “pur non avendo agito con lo scopo di realizzare il disastro ambientale hanno sicuramente previsto tale evento concreto e, pur in presenza di un rischio obiettivamente grave in presenza di una probabilità elevata che il danno si verificasse, hanno comunque deciso di accettare e di ‘assecondare’ l’evento illecito che si è poi realizzato sul territorio cremonese. Nel corso delle indagini era emerso che la società aveva informato in modo incompleto gli Enti comunicando che si trattava di “inquinamento storico”, quindi non imputabile a Tamoil, risalente ai primi anni ’50 e comunque precedente al 1983 quando, secondo Tamoil, la società aveva cominciato a gestire l’azienda cremonese. Da una perizia disposta dal gup nel corso del giudizio abbreviato è invece emerso che l’inquinamento non poteva essere così antico in quanto vi è una forte presenza di Mtbe, l’additivo usato per la benzina verde.

Le canottieri

I soci dei circoli ricreativi di Cremona costretti a chiudere nel 2007 a causa dell’inquinamento provocato dalla Tamoil hanno subito un danno anche non patrimoniale per la “lesione immediata del loro diritto allo svago”; e per “il timore di essere stati contaminati”; e di “poter contrarre per conseguenza delle malattie”. Lo scrive il gup di Cremona Guido Salvini nelle motivazioni alla sentenza con cui ha condannato il 18 luglio scorso due manager della Tamoil, Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi, rispettivamente a 6 anni e 3 anni per disastro ambientale doloso. Altri due, Mohamed Salen Abulaiha, e Pierluigi Colombo, sono stati condannati a 1 anno e 8 mesi per disastro ambientale colposo.

Il danno diretto

Nelle 409 pagine di motivazione al verdetto, il gup spiega che dirigenti e soci delle società ricreative “collocate vicinissime” al sito della Tamoil “hanno subito un danno diretto dovuto alla chiusura delle piscine nel 2007 in pieno periodo estivo con la sospensione anche delle attività correlate e il venir meno dei circoli come collettori degli incontri e delle attività dei soci”.

 

La contaminazione

“Gli improvvisi accertamenti sulle condizioni delle acque – sottolinea il gup – e la loro probabile contaminazione in grado elevato hanno certamente stravolto per alcune settimane la vita sociale dei circoli e l’assenso alla riapertura a seguito dell’ordinanza sindacale non ha fatto cessare interamente i disagi”. I circoli che si sono costituiti parti civili, tra cui il Dopolavoro ferroviario, hanno dovuto sostenere “costi significativi” per la sostituzione delle acque e la loro analisi e “l’allarme ha ridotto certamente in maniera sensibile (…) l’affluenza dei soci con la contrazione del numero delle iscrizioni quantomeno sino al 2009”. I soci, prosegue il gup, “hanno subito una lesione immediata al diritto allo svago in un periodo importante che si colloca proprio prima della partenza per le ferie estive e una lesione dell’estrinsecazione dei rapporti sociali tenuto conto che per la città di Cremona, che si trova in pianura, la frequentazione dei circoli sul Po è storicamente uno dei più importanti momenti di aggregazione e tempo libero”.

La paura di ammalarsi

Un danno che secondo il gup non si è tuttavia esaurito con la riapertura dei circoli per “l’ansia e la preoccupazione” derivanti dal timore di essersi ammalati usando le strutture delle società. La “paura di ammalarsi”, scrive Salvini, è meritevole di tutela risarcitoria “a prescindere dall’effettiva esistenza di un danno biologico”. Per queste ragioni, il gup stabilisce delle provvisionali e un risarcimento da quantificarsi in separato giudizio civile a favore del Dopolavoro Ferroviario e dei soci della canottieri Bissolati e Flora.

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