Euro: nessuno può obbligare la Germania a salvare la moneta unica

di GOFFREY WOOD*

La Germania continua a sentirsi dire che deve pagare per salvare l’euro. Ma quanto deve pagare la Germania? Nessuno sembra averci pensato, ma c’è già preoccupazione per la possibile dimensione del conto – i rendimenti dei titoli tedeschi sono subito saliti dopo la notizia del salvataggio spagnolo, prima ancora che fosse annunciato da dove sarebbe arrivato il denaro. (Ed era naturalmente un salvataggio per la Spagna, indipendentemente da ciò che dice il primo ministro in Spagna. Se prendo in prestito denaro e poi lo presto a qualcun altro l’ho ancora preso in prestito). Vi è però una questione più fondamentale. Quanto ha senso per la Germania pagare? Che tipo di conto sarebbe ragionevole presentarle? In realtà, la migliore approssimazione a cui si può arrivare è pari a zero.

Perchè zero? Che dire di tutte quelle esportazioni che sono state prodotte perché la Germania ha una valuta il cui valore è determinato non solo dalla Germania, ma anche da economie meno produttive e con costi più elevati? Tale legame ha artificialmente depresso i prezzi delle esportazioni tedesche. Queste esportazioni nette derivanti dall’appartenenza della Germania all’Eurozona sono in realtà il problema. La Germania ha esportato più beni e servizi di quanto non ne abbia importati. Quindi i residenti non-tedeschi hanno operato trasferimenti netti di fondi verso la Germania. Se non riescono a guadagnare questi fondi, e non ci sono riusciti altrimenti la Germania non avrebbe un surplus commerciale, devono prenderli in prestito. Un avanzo commerciale di un paese significa, in altre parole, che è un creditore netto nei confronti del resto del mondo.

Questo non è certamente sempre un male. Spesso è un bene sia per il debitore che per il creditore. Il classico esempio di ciò, ed uno dei più longevi in rapporto al reddito nazionale, è il prestito dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti che andò avanti dal 1870 fino a poco prima della Prima Guerra Mondiale. Tale prestito era benefico per entrambe le parti. Negli Stati Uniti veniva investito in modo produttivo, sviluppando e coltivando delle praterie. Queste erano, e sono tuttora, tra le terre più fertili del mondo. L’investimento contribuì a rendere gli Stati Uniti uno dei maggiori e molto prosperi produttori agricoli. E intanto la Gran Bretagna non solo guadagnava un maggiore ritorno sul capitale di quello che avrebbe potuto guadagnare investendo in patria (la Gran Bretagna era già allora un’economia matura e sviluppata), ma registrò un calo costante nel costo della vita poiché calò il costo del cibo a causa delle importazioni che iniziarono a fluire dagli Stati Uniti.

I recenti investimenti tedeschi non sono stati tutti così. Alcuni sono stati produttivi – fabbriche di autoveicoli in Brasile, Repubblica Ceca e Messico, per esempio. Ma gran parte di essi era denaro prestato per consentire ai governi ed agli individui di spendere più di quanto guadagnavano. Come è ormai chiaro, molti dei beneficiari di questi prestiti non sono in grado di ripagarli. Quindi, in contrasto con la precedente esperienza Inghilterra/Stati Uniti, dove entrambe le parti ci guadagnavano, entrambe le parti ci hanno perso.

Un altro aspetto di tutto ciò viene evidenziato se si pensa a cosa sarebbe successo in Germania se le esportazioni nette fossero state minori. I lavoratori e le fabbriche non sarebbero rimasti con le mani in mano. Sarebbero stati prodotti altri beni e servizi per gli investimenti e per il consumo all’interno della Germania. Con l’aumento degli investimenti la Germania sarebbe diventata più produttiva, e poiché gli individui in Germania avrebbero potuto consumare di più avrebbero potuto avere un tenore di vita più elevato. Le grandi esportazioni sono state in effetti una sovvenzione tedesca a molti dei loro partner commerciali. Ma la storia non finisce qui, come non finiscono qui le cattive notizie per la Germania.

Quello che produce un’economia può essere approssimativamente suddiviso in due categorie: beni che vengono o non vengono scambiati a livello internazionale. Queste categorie – beni commerciabili e non commerciabili – naturalmente non sono categorie ben definite, ma alcuni beni sono più facilmente oggetto di scambi internazionali rispetto ad altri. Il tasso di cambio tedesco depresso ha spostato le risorse produttive, del lavoro in particolare, dal settore non commerciabile al settore commerciabile. Queste risorse sono più produttive fintanto che il tasso di cambio rimane al livello attuale artificiale. Quando cambierà, dovranno essere sostenuti tutti i costi dello spostamento inverso. E, naturalmente, sono stati impiegate per produrre beni per cui in molti casi la Germania non potrà mai essere pagata. Questo in realtà è l’esatto contrario di ciò che ora affronta l’Australia. Il suo tasso di cambio è stato guidato da un boom minerale. I responsabili politici e gli elettori stanno pensando a due questioni. Qual è una distribuzione ragionevole dei benefici della valuta forte? E che pianificazione deve esserci per far fronte all’inevitabile fine del boom?

In conclusione, quindi, è chiaro che è sbagliato dire che la Germania ha tratto beneficio dalla spinta delle sue esportazioni fornita da un euro depresso. Ci sono stati alcuni benefici, poiché alcuni degli investimenti oltremare sono stati più produttivi di quanto non sarebbero stati in patria; ma ci sono stati anche alcuni costi. L’effetto netto è immensamente difficile da calcolare, ma non ci può essere alcun dubbio che sostenere che “la Germania ha guadagnato, di conseguenza la Germania deve pagare” è sbagliato. Qualsiasi tentativo di porre l’onere del salvataggio dell’euro sulla Germania deve essere supportato da altri argomenti. Devo ancora vederli.

*Traduzione  di Francesco Simoncelli – Tratto da Johnny Cloaca’s Freedonia

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