IO STO CON LA GERMANIA VIRTUOSA, CONTRO GLI INDEBITATI

di PAOLO MARINI

La crisi finanziaria ed economica internazionale, se non erro, è una crisi da debito, ovvero da debiti, una montagna di debiti. E, pensando in particolare ai Paesi europei oggi nel cuore della tempesta, per debito non si intenda soltanto quello in denaro. C’è un debito forse anche più pesante, che è di fiducia, una crisi profonda dell’affidamento – pericolosa poiché contagiosa – che interi sistemi-Paese sono riusciti a sollevare intorno a sé. Il debito, in entrambe le sue declinazioni, ha origini lontane: è il frutto di decenni di gestione insana, irresponsabile della cosa pubblica e delle finanze statali ovvero di interi comparti assistiti dalla cure della mano pubblica; una cosa per cui, se scendessero i marziani sulla Terra, dovrebbero immediatamente arrestare (nel senso fisico, si) e rendere inoffensivi tutti coloro che hanno avuto in un lungo arco temporale responsabilità di primo livello e ruolo di classi dirigenti.

In realtà, visto che i marziani non scenderanno, vi sono soltanto milioni di cittadini – spagnoli, greci, italici e non solo – che politicamente e civilmente, nella diversità delle situazioni, spiace ammetterlo ma portano una quota di responsabilità della attuale congiuntura, insieme alle rispettive classi dirigenti, per il fatto di averle direttamente o indirettamente elette, suffragate, mantenute. Il dissesto finanziario dell’Italia, ad esempio, con gli ormai 1.949 miliardi di debito pubblico, è il frutto della prolungata spartizione della torta con intere categorie e gruppi della società, secondo il ben noto meccanismo della cessione di spesa pubblica in cambio di consenso e pace sociale. L’Italia ha, malgrado questo, la forza relativa di un’economia di assoluto rispetto, è un Paese dove ceti parassitari e troppi scansafatiche convivono accanto a milioni di uomini e donne di grandi abilità e volontà. Ed è, quello dell’Italia, un caso eminentemente diverso da quello della Spagna (dove, in particolare, è emersa la rilevante criticità del sistema bancario) e da quello della Grecia, dove invece pare siano scoppiati tutti i mali e i deficit possibili.

Davanti a questi Paesi c’è la Germania, in una posizione di crescente accerchiamento da parte  ormai non solo europea, affinché muova passi decisivi nella soluzione della crisi e, in particolare, per arrivare ad una ‘socializzazione’ europea del debito, dove il nuovo debito (quegli eurobonds che per primo se non ricordo male ha proposto Giulio Tremonti) sia sostenuto da nuove e più ampie garanzie e si faccia forte della presenza di Paesi ‘virtuosi’, cioè con i conti sostanzialmente in regola e un elevato livello di affidabilità dei sistemi finanziari, economici e amministrativi.

In questi giorni ho letto fior di analisi focalizzate sugli errori compiuti al momento della creazione della moneta unica. Sul favore goduto da quelli che anche allora erano i Paesi ‘deboli’, che non avrebbero saputo approfittare dell’occasione data dall’euro per rimettere in sesto i propri conti, le proprie pubbliche amministrazioni, con riforme tempestive e a lunga gittata. Ebbene, non sembra anche a voi che si stiano per ripetere gli stessi errori di dieci e passa anni fa, se l’insieme dei Paesi europei, complice una Germania addomesticata ai voleri dei più, si accingerà a concedere ciò che le viene chiesto senza la fissazione di misure adeguate con finalità preventive e senza l’offerta, da parte di chi deve, di una credibile inversione di rotta ? Non si vede, come a me pare di vedere, il rischio che un’operazione in grande stile serva a quel punto unicamente a procrastinare negli anni lo scoppio della tempesta perfetta, che un giorno potrebbe travolgere buoni e cattivi, viziosi e virtuosi, in un’unica ferale esplosione? Come si fa a costruire un’Europa solida?

E’ vero, anche la virtuosa Germania (che pure qualche problema ce l’ha, certamente) è già a rischio oggi, perché l’area euro è il mercato in cui ha trovato e trova sbocco parte rilevante delle proprie merci, godendo del vantaggio di un’economia robusta, capace di innovazione e di slancio competitivo, al punto che recentemente si è permessa il lusso di varare generosi rinnovi contrattuali (mi riferisco al contratto dei metalmeccanici, con il suo ruolo di apripista di accordi negoziali negli altri settori) impensabili in  contesti economici di altri Paesi europei.

E’ veramente miope ed egoista, questa Germania? Ha dunque torto a non voler cedere ai prolungati e sempre più insistenti strattonamenti? Siamo certi che sia la Germania a dover fare il primo passo? O sono i Paesi ‘viziosi’ a dover compiere un deciso avanzamento nel senso di una credibilità che oggi, malgrado tutto, oggettivamente non c’è?

Vogliamo tornare all’Italia: possiamo pretendere di suscitare fiducia solo perché il Governo Monti ha varato alcune manovre di presumibile (ma sempre impercettibilmente precario) aggiustamento dei conti pubblici, al prezzo di un ulteriore dissanguamento e sfilacciamento del tessuto connettivo, civile e sociale del Paese? Possiamo dire che la politica, in Italia, abbia ben appreso la lezione del passato e si sia data una mossa? Possiamo sostenere che con questa breve stagione di ‘rigore’ si sia lasciato alle spalle il tempo dell’allegra e crimininale politica della spesa, dell’ossequio a categorie proterve, dell’inchino alle ragioni della pace sociale, a tutto discapito della correttezza, della pulizia, della responsabilità della gestione, dunque del buon governo? La credibilità, afferma il Presidente Napolitano, è ritrovata. Ma lo dice lui, mentre la maggioranza degli italiani pensa l’esatto opposto. E’ sufficiente ascoltare in che modo parlano tanti concittadini, in questi giorni, del proprio presente e del proprio futuro. E all’estero, che cosa pensano veramente dell’Italia, dietro certe diplomatiche rassicurazioni?

Ho letto con certo disappunto l’articolo di Roberto Napoletano di qualche giorno fa su Il Sole 24 Ore (dal titolo “Schnell, Frau Merkel”), che invitava la Cancelliera a non frapporre più tempo in mezzo. E ho anche letto, il giorno dopo, le reazioni dei lettori dell’Handelsblatt, ovvero di contribuenti e cittadini tedeschi di fronte a tale esortazione. Se non vi è capitato, cercatele su internet. E’ un po’ sconcertante ma istruttivo.

A me è successo di rispondere, silenziosamente e parafrasando l’infelice esortazione del giornalista: “schnell Italia”, “schnell Spagna” e – con quasi nessuna speranza, dato ciò che sta accadendo nella culla della civiltà occidentale – “schnell Grecia”! Datevi, diamoci un nuovo corso per davvero! Non si tratta di fare i compiti per non essere bocciati, né di trovare una momentanea boccata di ossigeno. In palio c’è di più, molto di più: è la dignità, la volontà di riscatto di interi popoli dalle cattive abitudini e da politici, boiardi e burocrati da gettare dalla finestra. D’altronde, qualcosa occorre pur fare anche per vincere le apprensioni e lo scetticismo, comprensibili, di milioni di cittadini mitteleuropei, dando il segnale incontrovertibile che l’epoca delle ‘vacanze rovinose’ è finita per sempre e che c’è la volontà di ricominciare daccapo, non senza pagare l’inevitabile prezzo dei fallimenti. Non è forse questo, o qualcosa del genere, ciò che potrebbe davvero sbloccare l’impasse e a cui la fermezza tedesca potrebbe rispondere con la disponibilità a muovere decisioni inedite verso la soluzione di questa crisi infinita?

Non è la fiducia il motore profondo e autentico dell’economia, della finanza, di intere società?

Una volta di più si conferma che in una grande, così come in una piccola comunità, non è al potere salvifico di uno che bisogna guardare, pretendendo da costui la soluzione dei problemi. Perché ad essa si giunge facendo ciascuno, fino in fondo, la propria parte, con sforzi e sacrifici, pagando il dazio dell’abbandono delle cattive abitudini, senza scorciatoie, senza furbizie, senza riserve. Solo dopo di questo la Germania potrà essere credibilmente messa in mora.

In carenza di ciò, sento di affermare (stavolta parafrasando John Kennedy): “Ich bin ein Berliner”. Nel senso che sono solidale, semplicemente, con quelli che, magari non senza limiti e non senza errori, manifestano di intendere lo stare insieme come una tendenziale gara di virtù, piuttosto che come un esercizio di malintesa solidarietà.

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