GARIBALDI E L’ITALIA, UNA STORIELLA DA RACCONTARE AL TELEFONO

di TONTOLO

Ogni tanto, quando sto al bar della Teresa per guardarmi la partita di fusbal insieme a Pieri e Pino, mi tocca sorbirmi la pubblicità in cui un’improbabile Garibaldi, con tanto di telefonino in mano, mostra al “poppolo italiano della tv” come è stata fatta l’Italia. Sono sketch divertenti, diversi uno dall’altro, che messi tutti insieme dovrebbero riscrivere la storia dell’unità.

Io che son Tontolo, ma non tontolon, non ho potuto non notare, che anche se la mettono sul ridere, quelle scenette danno perfettamente l’idea di quel che è questo scalcinato stivale, nato contro la volontà dellle sue genti.

Esempio 1: Garibaldi ha la mamma che parla in romanesco: l’immagine che ne esce è quella di una caciarona (interpretata giustappunto da un uomo), che non solo capisce una sega di quel che fa il figlio, ma che parlando con le sue amiche se la tira coma una comare qualsiasi.

Esempio 2: C’è una delle pubblicità in cui si gioca una partita di pallone e un’altra in cui si tirano i rigori. Garibaldi, in entrambi i casi, riesce a fare gol solo “scamando”, che nelle valli in cui abito io significa truffando, fregando, raggirando gli altri, in perfetto stile plebiscito all’italiana insomma.

Esempio 3: L’eroe degli immondi fa scrivere un messaggio ad un suo sottoposto in cui appare il suo nome con due b: “Garibbaldi”. Il generalissimo lo ammonisce: “Dopo aver fatto l’Italia, bisogna cominciare ad imparare l’italiano”. La battuta suona molto attuale, dato che dopo decadi di scuola pubblica di Stato (molte delle quali dedicate al conductor nizzardo), l’analfabetismo di ritorno è la triste realtà.

Per restare in tema di pubblicità, chiuderei parafrasando una frase famosa di un altrettanto famoso prodotto: la morale è sempre quella, quest’Italia è solo una storiella…

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