FRANCIA E GRECIA, SOFFIA IL VENTO DI RIVOLTA CONTRO LA UE

di STEFANO MAGNI

E’ in corso una sollevazione generale contro l’Unione Europea. E’ ormai evidente visti i risultati delle elezioni in Francia e in Grecia. Ma gli esiti di questa sollevazione sono ancora più oscuri del male che l’hanno generata. Merito della mancanza di alternative credibili e per il ritorno sulla scena di vecchie utopie.

E’ inutile concentrarci sui singoli casi e sui singoli partiti che, con minore o maggiore sorpresa, hanno trionfato nell’Ovest come nell’Est. Perché si perderebbe il quadro di insieme. Lo scenario di base, comune a tutti i Paesi membri dell’eurozona, è la crisi del debito pubblico. Non è il capitalismo ad essere entrato in una fase terminale, ma gli Stati. Che hanno speso più di quanto potessero permettersi con i soldi dei contribuenti. In alcuni casi hanno compensato con la crescita economica, come la Francia. Ma adesso la crescita sfiora lo 0 e anche in Francia si avvicina la resa dei conti di un debito pubblico superiore al 100% del Pil. Stati più inaffidabili, come la Grecia, hanno invece deciso di nascondere il rosso dei loro conti. Hanno letteralmente truccato i dati, finché non sono stati scoperti da un mercato internazionale sempre più occhiuto. L’Unione Europea fissa dei parametri, dal Trattato di Maastricht (1992) in poi, che dovrebbero impedire un indebitamento troppo alto rispetto al Pil e dovrebbero servire a contenere il deficit annuale. Il condizionale è d’obbligo, però. Perché Maastricht, allo scoppio della crisi, si è rivelato una foglia di fico. I parametri sono diventati più flessibili, permettendo agli Stati di indebitarsi di più. Paesi fragili, come la Grecia, con il suo debito al 160% del Pil, sono entrati inevitabilmente in crisi e hanno rischiato il default. Non solo la Grecia, ma anche l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, hanno sfiorato la bancarotta. E allora l’Unione Europea, per correre ai ripari, ha attivato altri meccanismi, come l’Esm (European Stability Mechanism) che entrerà in vigore il prossimo luglio, salvo ulteriori imprevisti. L’Esm stravolge la natura dei parametri di Maastricht, perché è un fondo permanente (pagato dai contribuenti di tutta l’eurozona) costituito proprio per salvare gli Stati che li hanno sempre violati. Parlando fuor di metafora, con l’Esm i Paesi membri che sono riusciti a mantenere un bilancio in sostanziale pareggio, saranno costretti a pagare per gli Stati che hanno speso troppo. Un meccanismo che può innescare un circolo vizioso di spesa pubblica: le classi politiche europee, per comprare consensi, saranno indotte a spendere (e sprecare) di più, avendo la garanzia di essere salvate in caso di bancarotta.

Proprio per evitare di innescare questo circolo vizioso, i contribuenti degli Stati più “virtuosi” (come Germania, Finlandia, Olanda, Austria) hanno fatto capire alla loro classe dirigente di non volerne sapere di pagare per gli errori degli altri. E così, Angela Merkel, per evitare il linciaggio politico, ha chiesto e ottenuto un nuovo patto di stabilità, un “fiscal compact”, con cui gli Stati dell’eurozona si impegnano a non indebitarsi troppo, a scapito, però, di farsi controllare da istituzioni europee. Perdendo, dunque, parte della loro sovranità. Per il caso specifico della Grecia, la troika costituita da Banca Centrale Europea, Ue e Fondo Monetario Internazionale, ha chiesto, in cambio del prestito necessario a evitare un default, misure draconiane di tagli sulla spesa pubblica e aumenti di tasse. E la popolazione greca, già in ginocchio per la crisi, è stata ulteriormente vessata e immiserita.

Queste misure (prestiti in cambio di austerità) sono state adottate con procedure tutt’altro che democratiche. E all’interno di una struttura, quella dell’Ue, che di per sé non è mai stata democratica. E’ bene ricordare, infatti, che la Francia (assieme all’Olanda), nel 2005, indisse un referendum per accettare la nuova Costituzione europea e la popolazione la bocciò a larga maggioranza. Fu ascoltato il parere dei francesi? No: la Costituzione è stata reintrodotta cambiandole qualche dettaglio e spacciandola come Trattato (di Lisbona), così da renderla immune ai referendum: sui trattati internazionali non si può chiedere il parere del popolo, sono appannaggio dei governi. I francesi, però, ricordano di essere stati raggirati. E, adesso che stanno iniziando a conoscere la crisi economica, lo hanno fatto capire con il voto di queste settimane. Per quanto riguarda la Grecia, l’ex premier socialista George Papandreou aveva chiesto almeno di sottoporre a referendum la scelta di aderire o meno al nuovo piano di aiuti europeo, con tutte le gravi misure di austerity che comportava. Ma è stata la pressione dell’Ue a farlo desistere. I greci, sinora, hanno subito scelte prese a Bruxelles.

Questo è lo scenario al 6 maggio 2012, quando si è votato in Francia e Grecia. Stanchi di essere trattati da sudditi di governi stranieri, dopo aver subito gli effetti di politiche che non hanno mai chiesto e senza che nessuno chiedesse il loro parere, i francesi e i greci hanno bocciato le attuali classi dirigenti. E hanno scelto alternative “impossibili”. In Francia, Nicolas Sarkozy era stato votato nel 2007 perché era il più euroscettico fra i candidati. Ieri è stato visto come l’agente dell’Ue ed è stato punito. Il 18% ha votato per Marine Le Pen, che si fa portavoce di una politica contro la finanza e il capitalismo, contro l’Ue e l’immigrazione. Buona parte di questo voto, operaio ed emarginato, è confluito, nel secondo turno a sostegno di François Hollande, assieme all’11% di francesi che avevano optato per l’alternativa comunista di Jean Luc Mélenchon. Ha vinto Hollande, con un programma che promette espropri (tasse del 75% sui redditi da 1 milione di euro) e il rigetto del “fiscal compact” per pompare più spesa pubblica. In Grecia sono stati bocciati entrambi i partiti filo-europei (Partito Socialista e Nuova Democrazia) e hanno vinto le utopie: una coalizione di forze post-comuniste (Syriza) ha preso il 17% dei voti, piazzandosi come secondo partito. Volano i comunisti (non “post”) con quasi il 9% dei consensi. E sono entrati in parlamento persino i neonazisti, che si ripromettono di seppellire marxismo e liberalismo assieme, considerati come il “veicolo del giudeo-cristianesimo”. Messi assieme, questi piccoli partiti fanno maggioranza. Ma è probabile che Nuova Democrazia riesca a formare ugualmente un governo, ricorrendo all’artificio di una “grande coalizione”, con il Partito Socialista (con cui non aveva mai voluto dialogare).

Ma scelte di questo genere dove porteranno? Sia Hollande che i nuovi partiti greci vogliono aumentare la spesa pubblica e indebitarsi, aggravando l’origine del problema europeo. Vogliono sfuggire agli effetti dei conti in rosso, isolandosi dal mercato internazionale. Ma non si rendono conto che, in un mondo sempre più interdipendente, non possono tornare all’autarchia. A meno di non voler finire a patire la fame, come la Corea del Nord.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

FRUNTI: INTITOLATE IL LICEO DI PATTI A BENIAMINO JOPPOLO

Articolo successivo

ELEZIONI. LEGA: DEBACLE IN BRIANZA E NEL VARESOTTO