Forse il futuro è fare l’operaio. Ma proprio forse….

impotenza operaia

di RICCARDO POZZI – L’avvenire dei figli è argomento che provoca interesse e preoccupazione in ogni genitore. E’ del tutto normale desiderare che i propri figli siano più istruiti, abbiano più opportunità e lavori migliori. La realtà, tuttavia, si incarica purtroppo di disattendere molte delle legittime aspirazioni dei genitori, riconducendo al duro realismo i comprensibili desideri dei nostri giovani.
Quando questo paese ha conosciuto l’esplosione economica più prodigiosa del secolo scorso, la sua struttura demografico-produttiva era costituita da una possente piramide, con una larga base fatta di lavoratori manuali molto motivati ad uscire dalla povertà, strati intermedi medio qualificati e un piccolo vertice di estrazione dirigenziale, il cui esiguo numero consentiva alte remunerazioni proprio perché sorrette da una larghissima base a modesta redditività.
Oggi ci troviamo di fronte a una società frettolosa di collocarsi nel post-industriale, che ha illuso i propri giovani di poter ambire in massa a lavori dirigenziali, creativi, ad alto valore professionale, mentre la base della piramide continua a venire occupata da maestranze immigrate che non sono mosse dalle stesse motivazioni personali, non hanno gli stessi progetti di vita che avevano i nostri padri nel dopoguerra. Intere città che pretendono di occuparsi solo di eccellenze e di comprare nemmeno nelle aziende nazionali ma dove più conviene in giro per il mondo, beni a basso valore aggiunto costruiti in regimi di semi-schiavitù.
Stiamo raccontando ai nostri figli che potranno occupare gli strati più alti di una piramide inversa, con una base piccola, composta da persone che, presto, aspireranno anche loro ad entrare nell’ascensore sociale e si rifiuteranno di reggere il peso economico di una classe dirigente e improduttiva troppo affollata.
Certo, è doloroso, straziante, molto difficile per le prossime generazioni di genitori, ma la realtà è che moltissimi dei nostri ragazzi dovranno ingoiare il rospo della retrocessione sociale e accettare l’idea di tornare a lavori manuali, oggi poco popolari.
Ovviamente le mansioni sono comunque più qualificate di 60 anni fa ma collocate alla base della piramide e non in un irreale, instabile, enorme vertice.
Purtroppo, l’ingrato compito di convincere le nuove generazioni a riporre il tablet e indossare i guanti, non è ancora iniziato, come si evince dal fatto che pochissimi giovani italiani si scorgono fuori dalle fabbriche e dalle stalle dei territori più produttivi del paese.
Occorrerà l’onestà di guardare in faccia al futuro vero, non quello che si racconta nella tv, e servirà il coraggio che dimostrarono i giovani degli anni cinquanta, quelli che i ponti li costruivano e non ne raccoglievano le macerie.

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