Fipe: goccia che fa traboccare il vaso è chiudere ristoranti e bar a Natale e Santo Stefano

“La goccia che ha fatto traboccare il vaso è sentire che bisognerebbe chiudere i ristoranti a pranzo il giorno di Natale e di Santo Stefano. Non ha nessuna logica”. E’ lo sfogo del direttore generale di FIPE-Confcommercio Roberto Calugi all’Adnkronos in merito alle indiscrezioni di stampa sulle restrizioni che dovrebbero essere contenute nel nuovo Dpcm. Proprio ieri la FIPE ha pubblicato una lettera aperta a tutta la politica italiana sul ‘Corriere della Sera’ per esprimere “la disperazione di un settore al collasso” e lanciare il “grido dei pubblici esercizi italiani”. “Non si comprende per qual motivo si può andare in un centro commerciale il 24 dicembre che, non me ne vogliano gli altri esercenti, temo sarà abbastanza affollato e non si può stare magari in quattro a tavola al ristorante il giorno di Natale” prosegue il direttore di FIPE. “Mentre saremo tutti in famiglia a Natale nelle case, magari in dieci persone. Almeno in un ristorante ci potrebbe essere un presidio maggiore. Ci devono spiegare il motivo di questa misura. – insiste Calugi – A me sembra un accanimento terapeutico perché quando abbiamo riaperto il 18 maggio, dopo il lockdown, non mi sembra che ci sia stato un picco pandemico a giugno e a luglio”. “Noi siamo pronti a fare la nostra parte per carità, – conclude il rappresentante di bar e ristoranti – non viviamo su Marte e vediamo che ci sono 500-600 decessi al giorno ma i problemi sono riconducibili a diversi fattori, come al trasporto pubblico. Se è così allora bisogna chiudere tutto”.

Di seguito la lettera della Fipe indirizzata al governo.

 

La politica in questi nove mesi ha sempre sostenuto, ad ogni livello, che fosse necessario il massimo dell’equilibrio tra la tutela della salute e la salvaguardia dell’economia.

A dispetto di questo principio, il settore della ristorazione, che occupa oltre un milione e trecentomila persone, è stato il primo ad essere chiuso e l’ultimo ad essere aperto durante il primo lockdown di marzo.

Settantotto giorni di chiusura in cui le nostre imprese hanno tenuto giù le serrande, impedite a servire anche un solo cliente, mentre questo stesso cliente poteva stare in fila in un supermercato. Un fatto difficile da comprendere sotto il profilo scientifico, economico, sociale e persino umano.

Con senso di responsabilità, ci siamo preparati a riaprire adottando i rigorosi adempimenti previsti dai Protocolli Sanitari messi a punto dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico) e dall’INAIL: distanziamento dei tavoli, registrazione delle prenotazioni, mascherine, gel igienizzanti, menu digitali, plastificati o monouso, cartelli informativi in ogni angolo dei locali, prodotti monodose. Abbiamo anche investito sui dehors esterni, consapevoli del fatto che all’aria aperta i clienti si sentivano più sicuri e tranquilli.

Per quattro mesi abbiamo lavorato in sicurezza. Lo testimoniano i dati dell’Istituto superiore di Sanità sull’andamento dei contagi e quelli del Ministero dell’Interno sui controlli, secondo cui dall’inizio della pandemia, su oltre 6,5 milioni di controlli effettuati nel complesso delle attività commerciali, ristorazione compresa, solo lo 0,18% ha subito una sanzione.

Dopo tutto questo, a quasi otto mesi dal primo lockdown, arriva un nuovo fermo, stavolta a tempo indeterminato.
Ci sfibra l’incertezza e ci demotiva l’instabilità, in un’insensata gara all’untore, e allora vogliamo dire con forza che noi non siamo il problema. Lo diciamo con il dispiacere che va agli amici e colleghi che hanno chiuso definitivamente e a quelli che si sono tolti addirittura la vita o hanno perso la voglia di viverla.

Fa rabbia la pretestuosa distinzione tra attività economiche essenziali e non essenziali: tutte le attività economiche sono essenziali quando producono ricchezza, occupazione, servizi. E tutte le attività sono sicure se garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari loro assegnati.

Ogni giorno si è disposti ad accettare i rischi sanitari connessi ai milioni di persone che si muovono sui mezzi pubblici, nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi, ma viene ritenuto pericoloso e improponibile frequentare i nostri esercizi, anche se applicano tutte le misure per il contenimento del contagio.

Da ottobre siamo sottoposti ad uno stillicidio di provvedimenti nazionali, regionali ed in alcuni casi locali: chiusura alle 24, anzi no alle 23, ancora no alle 22 e poi alle 18 e infine chiusura totale, ma solo nelle zone rosse e arancioni, dove opera tuttavia l’80% delle nostre imprese con circa 900 mila addetti.

Come se non bastasse, ora arrivano le indiscrezioni sulle chiusure nei giorni di Natale e di S. Stefano. Un fatto che ha più un valore simbolico che reale per l’economia disastrata delle nostre imprese, ma sul quale non rinunciamo a dire che sarebbe una misura illogica. 

Noi crediamo nel confronto e nel dialogo con le Istituzioni. Ma non vogliamo, ne possiamo assistere inermi a scelte che sono incomprensibili nei riguardi di un settore letteralmente al collasso.

Vogliamo trasferire il disagio, la preoccupazione, l’amarezza, spesso anche la disperazione che gli operatori di questo settore stanno vivendo, perché vedono a rischio il futuro loro, delle loro aziende, delle loro famiglie, del loro progetto di vita, che spesso coincide con il loro ristorante, bar, pub, pizzeria, pasticceria, gelateria, azienda di catering, locale di intrattenimento.

Siamo imprese anche noi, con i nostri bilanci e i conti da far tornare e nessuno con queste perdite può stare in piedi.
Stare chiusi a dicembre costa al settore ulteriori 6 miliardi di euro, che si aggiungono ai 27 miliardi già persi. I ristori erogati sono purtroppo inadeguati e insufficienti a compensare danni così rilevanti ed è, quindi, urgente e vitale intervenire rafforzandoli, se si vuole evitare la chiusura di oltre 60.000 imprese e la perdita di 300.000 posti di lavoro, oltre che la dispersione di professionalità, fondamentali per due filiere strategiche per il Paese: Agroalimentare e Turismo.

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