Per fermare il declino c’è un solo modo: l’indipendenza

di STEFANO GAMBERONI

Comincio questa serie di sette interventi circa le prospettive per la nostra libertà, il nostro futuro e la nostra indipendenza con una metafora che riflette l’Italia in ogni suo aspetto. E’ la favola del pollo del poeta romano Trilussa.  Mi spiego: dai conti che si fanno, secondo le statistiche d’adesso, risulta che ti tocca un pollo all’anno. E se non entra nelle spese tue, entra nella statistica lo stesso, perché ce ne un altro che ne mangia due! L’immagine di un  paese dove qualcuno può permettersi di banchettare con due polli al giorno, mentre qualcun altro deve digiunare non traspare dai conti del paese che ci dicono che in media tutti hanno avuto la soddisfazione di gustare un pollo a testa. Questa metafora, oltre a metterci in guardia da certi tipi di statistiche è anche il fedele specchio della situazione italiana.

In quasi tutti gli aspetti della società italiana nel suo insieme, quando il dato complessivo appare se non buono almeno soddisfacente, la realtà sottostante è molto polarizzata. In pratica qualsiasi indicatore si metta sotto esame troviamo due realtà agli estremi, l’Italia è già nei fatti divisa in due: nel nord, legate alla Mitteleuropa, ci sono le regioni tosco-padano-venete evidenziano valori sensibilmente diversi dalle regioni mediterranee le quali sono per certi versi più simili alla Grecia. Basare qualsiasi decisione su una rappresentazione approssimativa della realtà, funziona solo in tempi tranquilli, quando invece bisogna reagire a una crisi si possono prendere decisioni efficaci solo avendo conoscenza dei fatti che permettono di identificare le criticità e i decidere in merito ai potenziali di miglioramento.

Fermarsi ad accettare il dato medio senza impegnarsi a comprendere la realtà nel dettaglio è un comportamento che avvantaggia solo chi vuole mantenere lo “status quo”. Un comportamento che non vuol comprendere le condizioni reali del paese, giova solo a chi ha interesse a mantenere le disparità poiché da esse evidentemente trae un beneficio. Questo giochetto può durare a lungo ma non all’infinito. In particolare non può durare per l’Italia perché la crisi colpisce duro e mette davanti agli occhi di ognuno di noi una realtà che non è come ce la vogliono raccontare il governo, la politica, Monti e Napolitano.

Preso atto della necessità di capire come si può uscire dal declino sul quale siamo avviati, ho ricercato quelle analisi e quei dati, che permettono di comprendere la realtà regione per regione. Le analisi sono disponibili per quasi tutti gli indicatori e forse i dati più utili a questa analisi li pubblica proprio il Ministero dello Sviluppo Economico. In esso è attivo un dipartimento che da oltre un decennio elabora i conti pubblici regionalizzati del paese al fine di valutare gli effetti della politica economica statale nelle singole regioni. Originariamente il suo compito era di misurare gli effetti dell’intervento statale nelle regioni meridionali, in seguito ha esteso la sua metodologia a tutto il paese. Grazie a queste statistiche, consente di capire da quali territori lo stato centrale attinge le risorse necessarie a sostenere i redditi di altre parti del paese.

Non diciamo nulla di particolarmente nuovo se dichiariamo che la disoccupazione è molto più alta nell’Italia mediterranea che non nelle regioni tosco-padano-venete. Similmente non è particolarmente originale ripetere che l’economia italiana è sostenuta dalle regioni tosco-padano-venete, mentre i territori dell’Italia mediterranea sono sussidiati. I ricercatori della Libera Compagnia Padana, che da anni pubblicano la “Rubrica Silenziosa” hanno raccolto un vasto campionario di queste disparità territoriali. Non è l’obiettivo di questa analisi quello di proporre politiche che cerchino di appianare queste disparità. Sono 150 anni che l’Italia unita ci prova con metodi convenzionali ed i divari invece che colmarsi sono aumentati. Occorre invece una proposta politica ed istituzionale che faccia leva proprio su queste disparità per costruire le basi di  un futuro di speranza e di crescita, tanto nel nord quanto nel sud.

Questa proposta istituzionale e politica, quindi fissa l’attenzione sullo stato italiano e sulle sue politiche di entrata e di spesa che sono ben diverse nelle regioni mediterranee rispetto ai territori tosco-padano-veneti. La fonte dei calcoli necessari all’analisi sono i dati ufficiali pubblicati dal Ministero che riflettono i conti di cassa dello stato. (Ministero dello Sviluppo Economico – Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica – Conti Pubblici Regionalizzati). Cosa ci dicono queste statistiche? Sul lato delle entrate dello stato le regioni tosco-padano-venete rispetto alle regioni mediterranee pagano di molto di più. In pratica ogni abitante delle regioni tosco-padano-veneta deve versare allo stato 3 mentre nelle regioni mediterranee (Roma inclusa) lo stato raccoglie solo 2.

Tre quinti delle entrate li pagano le imprese e le famiglie delle regioni tosco-padano-venete.

Con lo stesso criterio il Ministero pubblica la distribuzione regionale dal lato delle spese e risulta che la spesa per abitante nelle varie regioni è approssimativamente uguale in tutte le regioni. Questo dato a prima vista può sorprendere, poiché normalmente si crede che la spesa sia ben più alta nelle regioni meridionali. Questo è vero, non in relazione alla popolazione, bensì rapportando la spesa pubblica con il  prodotto interno lordo regionalizzato. Chi produce di più, riceve di meno; le regioni Tosco-Padano-Venete che generano la gran parte del prodotto interno lordo italiano, beneficiano in proporzione di minore spesa pubblica. Infatti queste regioni altamente produttive, con le loro imposte raccolte dal governo centrale, sussidiano la spesa pubblica del resto d’Italia,.

Dai dati di cassa regionalizzati dalla Ragioneria Generale e rielaborati dal Ministero, emerge però anche un altro dato molto interessante: una quota di spese dell’ordine dei 75 miliardi di euro non torna sui territori ma si perde nella gestione dell’apparato istituzionale italiano. Si tratta di circa il 5% del Prodotto Interno Lordo italiano. Questo dato è indicativo perché scaturisce dal confronto dei conti di cassa del Ministero dello Sviluppo Economico con i conti di competenza elaborati dall’Istat nel redigere la contabilità nazionale. Peraltro, dato che lo stato controlla la sua gestione secondo un criterio di cassa, è utile continuare l’analisi tenendo conto dei saldi di cassa, quelli del Ministero e della Ragioneria Generale dello Stato, piuttosto che con in numeri dell’Istat.

Nelle regioni tosco-padano-venete tra tutte le tasse pagate e la spesa pubblica che ritorna a questi territori (ai comuni, sotto forma di pensioni, sanità, polizia, eccetera) restano nelle casse centrali un avanzo di 125 Miliardi di euro, come media annuale del periodo 2006-2009. Detto in un altro modo: Roma spoglia le regioni tosco-padano-venete come se fossero una colonia africana. Questa è la ricchezza che lo stato centrale sottrae dal sistema economico tosco-padano-veneto, ogni anno. Per rendere l’idea, prendiamo come termine di paragone il valore dell’industria dei diamanti: ebbene il valore totale annuo dei diamanti estratti in tutto il mondo, raffinati e venduti nel settore della gioielleria, è appena la metà di quanto le regioni tosco-padano-venete lasciano nelle casse di Roma. L’industria mondiale dei diamanti vale circa 60 miliardi all’anno; Roma rapina le regioni produttive dello stato italiano per circa 125 miliardi l’anno. Prendendo atto di queste proporzioni le regioni tosco-padano-venete sono sfruttare peggio che i minatori del Botswana!

Le risorse nette lasciate a disposizione di Roma, ai danni del territorio tosco-padano-veneto, ripagano tutti gli interessi sul gigantesco debito pubblico (circa 75 miliardi all’anno) che l’Italia ha accumulato negli anni, e ne avanzano ancora parecchie. Pur pagati tutti gli interessi sul debito, nelle casse romane di cui Befera è il custode, ce n’è ancora abbastanza da sussidiare i redditi delle regioni dell’Italia mediterranea. (circa 25 miliardi all’anno) Ed anche dopo questa solidarietà ne avanza ancora. Quello che resta, ed è ancora parecchio,  viene dilapidato dalla gestione centrale dello stato. In pratica siamo noi che paghiamo la casta perché possa mantenere il suo potere (circa 25 miliardi l’anno)

Quando Roma ha finito i soldi, si rivolge ai risparmiatori e chiede a prestito. Questa gestione allegra continua da decenni ed ha generato un debito dello stato nei confronti dei risparmiatori, pari a 2000 miliardi). Questo è il debito pubblico.

NELL’ALLEGATO, LO STUDIO COMPLETO

L’INDIPENDENZA, UNA NECESSITA’ PER SOPRAVVIVERE

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