Federalismo e autonomia al centro della politica. Rizzi: Libertà tradita, il Nord alza la testa

di Monica Rizzi – Dopo lo stop forzato della pandemia, si riapre la strada del dibattito programmatico con il secondo congresso di Grande Nord. Nel 2019 c’erano almeno 400 persone sedute a riempire il salone del Marriot a Milano e altre in piedi per cercare di capire: ora che succede?

Eh sì, perché la parola indipendenza, con il condimento di  autonomia, e federalismo e macroregione, ancora oggi rimbalza ovunque sotto forma di memoria e di speranza. E anche di utopia.

Un dato è certo: c’è voglia di politica. Adesso, quel treno dell’autonomia, dell’indipendenza,  quando passerà? E passerà? Tutti ad aspettare che qualcuno lo annunci il più prossimo possibile.

Scriveva tanto tempo fa Dario Di Vico sul Corriere che “la questione settentrionale è uscita dai radar politici da parecchio tempo e persino chi ne deteneva il copyright, la Lega Nord, nella versione lepenista di Matteo Salvini l’ha riposta nel cassetto”. C’aveva poi provato Carlo Bonomi, al debutto da presidente dell’Assolombarda, ad annunciare che  la sua organizzazione si sarebbe fatta “promotrice di una serie di iniziative volte a ridisegnare visione capacità di proposta, incisività nell’agenda pubblica, in modo più adeguato alle nuove specificità che la questione settentrionale pone come sfida alle nostre imprese”.

In realtà, il nulla.

Roberto Bernardelli, presidente di Grande Nord, non riesce a immaginare che il sogno del suo Nord libero possa finire lì. Nel 2015 Salvini al suo congresso affermava che se ci fosse stato qualcuno in sala che non credeva nell’indipendenza della Padania, se ne poteva andare.

Ma né lui né Di Maio non sanno cosa voglia dire andare in banca a chiedere un prestito, non sanno cosa voglia dire tirar giù la sera la saracinesca di un negozio, non sanno cosa voglia dire raccogliere la frutta alla fine del mercato. Dal governo non un provvedimento strutturale per la ripresa economica.

E Roma? Roma non interessa alla confederazione di Grande Nord. Meglio stare nei territori, iniziare a strutturarsi per  andare nei Comuni, nelle Regioni. Quando l’estate di due anni fa su Il Foglio, il direttore Claudio Cerasa titolava “C’è una nuova questione settentrionale”, a cosa avrà pensato se non a tutte le questioni aperte dal decreto dignità, al reddito di cittadinanza, alla guerra dello spread, alla guerra contro l’Europa?

La via d’uscita? Le macroregioni confederate di Gianfranco Miglio. Tutti padroni a casa propria. Tutti diversi ma uniti nelle rispettive diversità sullo stile elvetico. L’autonomia non è roba vecchia, un concetto superato. E’ solo stato  tradito.  Quello del 22 ottobre 2017 è stato il secondo referendum truffa, nella storia del Veneto. E della Lombardia.

“Siamo un partito territoriale che difende la cultura, i lavoratori, i pensionati, le imprese del Nord”, chiudeva Bernardelli scaldando la sala gremita. Altro che nazionalismi. “Concorrenza fiscale tra le regioni come nei lander tedeschi, come negli Usa. Perché reclamare l’Iva è legittima difesa. Perché neanche a Cuba il governo decide che i negozi devono chiudere la domenica…”.

E a proposito di campagne social che pompavano i sondaggi di qualcuno…. “Il parere di 10mila uomini (e oggi potremmo dire i like di milioni di navigatori, ndr), non ha valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento”. Marco Aurelio (121-180 dc). Insomma, la politica non si improvvisa. Altrimenti se a governare è la rete, il disastro apocalittico è già davanti agli occhi. Milano torna sui radar della politica, domenica 3 aprile.

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