Fassina, Vendola e lo strano “neoliberismo” che regala privilegi e vitalizi

di CLAUDIO ROMITI

Paradossalmente, sebbene siano l’eccesso di Stato, di spesa pubblica e di indebitamento le cause principali dell’attuale crisi, una crescente parte del corpo sociale invoca  un maggior intervento della politica e della burocrazia in campo economico. Auspicio ovviamente raccolto ed incentivato dai principali esponenti di una sinistra che sembra ben lungi dal riporre negli scantinati della storia fiaccole, falci e martelli. Anzi, a sentire i ragionamenti dei vari Vendola e Fassina, teorici dell’ennesima via democratica al comunismo, occorrerebbe invertire la rotta fin qui seguita dall’Italia, basata su un presunto “neo-liberismo” che esiste solo nella loro rivoluzionaria fantasia. E passi che a sostenere questo delirio sia il segretario di un partito come Sel, da sempre aggrappato ai logori retaggi di un antagonismo sociale di stampo ottocentesco. Ma quando a farlo è il responsabile economico del Partito democratico Stefano Fassina, braccio destro di Bersani, le cose assumono contorni ancor più preoccupanti per il futuro e per le tasche dei già massacrati produttori privati di questo disgraziatissimo Paese. Proprio nel corso di una recente puntata di Porta a porta, lo stesso Fassina ha dichiarato la sua verità rivelata: “Le politiche neo-liberiste hanno ampiamente fallito, dimostrando di essere inadatte a portare l’Italia fuori della crisi.”

Ora, ci piacerebbe chiedere a costui quando e in che misura il bau-bau del “neo-liberismo” sarebbe stato applicato in Italia, visto che la mano pubblica è arrivata a controllare il 55% della ricchezza nazionale, la quale comprende oltre il 21% di evasione stimata. In particolare, ha senso parlare di “neo-liberismo” all’interno di un sistema nel quale la politica e le sue propaggini burocratiche entrano in ogni ambito, dai trasporti alle telecomunicazioni, dalla scuola all’università, dalla sanità alla previdenza, dalle banche ed a tanti altri settori formalmente privati? E che dire della inestricabile giungla di sovvenzionamenti con i quali la stessa politica alimenta una miriade di carrozzoni, pensiamo a quelli legati all’arte, alla cosiddetta cultura ed allo spettacolo, che se fossero lasciati in balia del mercato sarebbero costretti a chiudere rapidamente i battenti?

In un Paese come questo (in tutto eguale allo Stato immaginario dei burocrati sbadiglianti incontrati da Ciuffettino , celebre anti-Pinocchio uscito dalla penna di Yambo, alias Enrico Novelli), nel quale il diritto sovietico al lavoro viene da sempre declinato come uno stipendificio a vantaggio dei gruppi di consenso più organizzati, la platea di chi vive del proprio è sempre più ristretta. Da noi l’acme del “neo-liberismo” si è forse  raggiunto con i surreali  tagli alla spesa corrente di Giulio Tremonti -un ragioniere divenuto super-ministro all’Economia-. Tagli, contrastati col piglio di una guerra santa anche dai seguaci di Fassina e Vendola, che sono stati furbescamente calcolati sull’aumento tendenziale della spesa medesima. Cosicchè, fatto 100 il consuntivo di un certo settore pubblico, bastava gonfiare a 130 l’incremento previsto per l’anno successivo onde affondare il “bisturi” dei risparmi su una quota inesistente, continuando nei fatti a spendere e spandere. Si è quindi trattato di un “neo-liberismo” berlusconiano di cartapesta, così come di cartapesta è sempre stata la contrapposizione tra destra e sinistra. Una contrapposizione fasulla, al pari di ciò che accadeva nel corso della prima Repubblica, dominata da una sostanziale omogeneità tra i contendenti. Tutti appartenenti, nessuno escluso, al partito unico della spesa pubblica e delle tasse. E se altrove, seppur assai moderatamente, la differenza tra progressisti e conservatori è caratterizzata da una maggior o minore protezione sociale e da una maggior o minore attenzione alle ragioni della produzione, da noi il “neo-liberismo” bollato da Vendola e Fassina ha fatto a gara con i depositari del collettivismo ideologico ad aumentare i confini dello Stato leviatano.

Nel Paese di Pulcinella anche il “neo-liberismo” regala privilegi e vitalizi a richiesta, mentre i fautori della solidarietà col pugno chiuso continuano a scendere in piazza contro nemici inesistenti.

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