Fassina, il figlio di una cultura fallita, che parla di fallimenti

di MATTEO CORSINI

Stefano Fassina, dimissionario viceministro dell’Economia in quota PD (sottosezione “giovani turchi”), pare non avere (ancora) digerito il fatto che Matteo Renzi sia diventato segretario del suo partito: “Il lavoro si crea con politiche macroeconomiche di sostegno della domanda aggregata, favorendo investimenti e consumi interni. E’ deprimente il ritorno dell’ossessione sull’articolo 18 e sulle regole dopo i conclamati fallimenti della ricetta neoliberista. I rottamatori dovrebbero rottamare anche i falliti paradigmi culturali ancora cari agli interessi più forti.”

Le bambinesche diatribe di questi giorni tra lui e il segretario sono l’ennesima prova. Quello di Fassina è peraltro un sentimento piuttosto diffuso tra tutti coloro che prima che esistesse il PD erano nei DS (e, per i meno giovani, PDS e PCI). Fassina è fautore di ricette keynesian-sinistrorse, e la cosa non deve neppure stupire. Ecco, quindi, il richiamo al sostegno alla domanda aggregata, che è un must keynesiano. A prescindere da ciò che si pensa circa l’opportunità che lo Stato favorisca (se così si vuol dire) la crescita di consumi e investimenti (personalmente credo, per esempio, che sarebbe meglio che evitasse di interferire con la domanda e l’offerta di mercato e abbandonasse l’idea di dover redistribuire la ricchezza), per come è stato costruito il concetto di Pil il “sostegno” alla domanda può essere dato abbassando le tasse oppure aumentando la spesa pubblica. In Italia si è a lungo praticata la seconda via, anche perché generalmente favorisce la conquista del consenso politico molto di più della riduzione delle tasse.

E’ evidente, tuttavia, che la situazione disastrata della finanza pubblica non consente di aumentare la spesa; quanto meno non consente di farlo in modo massiccio, dato che di regalie a destra e a manca continuano a esserne fatte, generalmente mascherate in emendamenti a provvedimenti legislativi che nulla avrebbero a che fare con le voci di spesa istituite/incrementate. E’ altrettanto evidente che la riduzione delle tasse, di per sé sacrosanta, può essere effettuata in misura percepibile (la riduzione del cuneo fiscale posta in essere con la recente legge di stabilità lascerà ai più fortunati 17 euro al mese in più, ed è evidente che si tratta di una cosa ridicola) dai cosiddetti contribuenti solo se si taglia con il machete la spesa pubblica. Invece il governo, al di là dei proclami, resta appeso alla speranza che diminuisca il costo del debito pubblico, una variabile sulla quale sarebbe bene non fare troppo affidamento e che non dipende direttamente da ciò che fa o non fa l’esecutivo, tranne (temporaneamente) nel caso in cui venga dichiarato il default.

D’altra parte alcuni membri del governo e della maggioranza che lo sostiene, tra i quali Fassina (?), non sono molto ben disposti nei confronti dell’idea di tagliare la spesa con il machete. E dato che essere contrari in toto è ormai una posizione politicamente indifendibile, solitamente parlano di tagliare solo non meglio specificati “sprechi”. Lo ripeto: non ci si deve stupire, soprattutto constatando il linguaggio tardocomunista con il quale tirano in ballo una altrettanto non meglio specificata “ricetta neoliberista” che sarebbe stata applicata in Italia (quando?) e avrebbe fallito. Sentire parlare di “falliti paradigmi culturali” certi signori, come Fassina, che ancora non si vergognano (quanto meno quando vanno in Europa) a definirsi socialisti (e che probabilmente sentono battere forte il cuore quando vedono una falce e un martello) è abbastanza deprimente, a mio avviso.

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