La lotta all’evasione fiscale non è pratica da lasciare agli “sceriffi”

di STEFANO TADDEI

Occorre sfatare il facile assioma che se tutti pagassero le tasse, queste sarebbero minori. Le tasse non sono aumentate per via dell’evasione fiscale ma perché le esigenze di fabbisogno erano sempre maggiori e questo fabbisogno non era produttivo ma assistenziale se non addirittura corruttivo. Gli sprechi sono stati riversati sulle finanze pubbliche a debito fintanto che c’era assorbimento, ovvero il debito era equilibrato e facilmente finanziabile; quando l’assorbimento è rallentato si sono aumentate le tasse. Se valesse l’assioma anzidetto si potrebbe facilmente destinare il recupero dell’evasione fiscale alla riduzione delle aliquote: ipotesi ventilata dal Governo Monti, ma subito rientrata per la malafede con la quale le imposizioni erano state aumentate.

Non si poteva destinare specificatamente una entrata a certi capitoli di bilancio nel momento in cui si sarebbero verosimilmente verificati dei buchi su altri capitoli. Se i benefici della lotta all’evasione fiscale si potessero destinare specificatamente ad un fondo di bilancio da utilizzare per colmare, per esempio, la riduzione fino all’abolizione dell’IRAP, la trasparenza fiscale sarebbe assicurata ed anche i contribuenti sarebbero più incentivati a rispettare e far rispettare le norme. Nel momento, invece, in cui la tassazione è percepita come eccessiva e comunque indistinta nella sua destinazione, si alimenta l’evasione fiscale. Quando questa arriva ad intaccare il “minimo di sopravvivenza” l’obiezione fiscale arriva anche ad essere legittimata: in tal senso leggasi la “Non assoggettabilità a imposizione del reddito il minimo necessario al contribuente e alla sua famiglia per il fabbisogno vitale. Si potrebbe altrimenti verificare addirittura l’impossibilità dell’adempimento degli obblighi civilistici proprio a causa dell’imposizione fiscale” (Familienexistenzminimum – Sentenza 82/60 del 29 maggio 1990. Corte di Giustizia della Repubblica Federale tedesca).

L’elusione fiscale, ovvero l’interpretazione delle norme fiscali da parte dei contribuenti, è pratica più subdola e sofisticata che può portare all’abuso del diritto ovvero a cercare la normativa più favorevole per ridurre il carico fiscale individuale: una fattispecie non ancora ben definita e circoscritta, che su tale vulnus legislativo non sappiamo quanto influisca il tornaconto professionale di molti legislatori (l’Albo degli avvocati e dei commercialisti è molto rappresentato in Parlamento!). Eccessive tasse si traducono anche in minor incentivo a guadagnare il che comporta minori consumi e minori risparmi (ed i redditi più elevati mantengono le maggiori potenzialità di investimento), così come minor investimento di capitale umano proprio in quella fascia più produttiva e qualificata, rappresentata da over 50 under 65, che l’allungamento dell’età pensionabile vedrà sempre più infoltirsi.

Per questo la lotta all’evasione fiscale, da tutti propugnata a parole, non è pratica da sceriffi ma da sociologi: la repressione deve essere legittimata sulla base dei comportamenti di chi la esercita. Né l’Agenzia delle Entrate, con le sue circolari “lunari” come quella sull’IMU, né Equitalia, con ipoteche, pignoramenti e ganasce indiscriminate, né la Guardia di Finanza, con la spettacolarizzazione delle verifiche, danno prova di strategia fiscale di lungo periodo.

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