LOTTA ALL’EVASIONE, SCUSA DI REGIME PER PERSEGUIRE I DISSIDENTI

di STEFANO MAGNI

Lotta all’evasione? E’ l’arma preferita dai regimi per perseguitare i dissidenti. I più famosi oppositori di questi ultimi anni, Yulia Tymoshenko, Ai Weiwei, Ales Belyatski, Mikheil Khodorkovskij, sono stati privati della loro libertà e posti sotto processo per reati fiscali. La loro colpa è ancora tutta da dimostrare, i procedimenti giudiziari che li riguardano sono più simili a una farsa grottesca. Ma perché i tipi di reato di cui sono accusati sono molto vaghi e dunque manipolabili.

Il processo a Yulia Tymoshenko per evasione fiscale, proprio ieri, è stato rinviato alla fine del mese prossimo. L’ex premier ucraina, già in carcere per “abuso di potere”, è ora sotto inchiesta per un’evasione del fisco che avrebbe commesso negli Anni ’90. Dunque stiamo parlando del periodo in cui il fisco ucraino, subito dopo la secessione dall’Unione Sovietica, non aveva ancora completato la transizione da un sistema socialista reale (in cui la proprietà privata stessa è un reato) ad uno a economia mista (in cui lo Stato preleva una parte dei redditi individuali e degli utili aziendali). E’ molto facile accusare qualcuno di evasione fiscale quando la legge è così confusa. Non per pregiudizi, ma per una semplice constatazione, tutti gli osservatori del caso Tymoshenko sono convinti che si tratti di una mera persecuzione politica, di una vendetta dell’attuale presidente post-sovietico Yanukovich. Una persecuzione che, a tratti, diventa fisica e brutale: la Tymoshenko, già malata di ernia al disco, denuncia di essere stata aggredita nella sua cella, nella notte tra il 20 e il 21 aprile. Da allora, per protesta è in sciopero della fame. Il suo processo per evasione fiscale è stato rinviato perché l’imputata non è fisicamente in grado di presentarsi in aula.

Ai Weiwei è un’altra vittima eccellente del fisco totalitario. In Cina la proprietà privata non è ancora del tutto riconosciuta, benché sia stata introdotta nella legge cinese a partire dal 2005. Ai Weiwei, artista conosciuto in tutto il mondo, era stato arrestato nell’aprile del 2011 all’aeroporto di Pechino mentre si stava recando a Hong Kong. Il motivo del suo arresto era evidentemente politico. Si era nel pieno della Primavera Araba e il regime cinese temeva che scoppiasse qualcosa di simile anche in patria. Non fu fornita alcuna motivazione ufficiale del fermo di Ai Weiwei, voce critica del regime: semplicemente fu fatto sparire dalla circolazione per più di due mesi, assieme a tanti altri attivisti e intellettuali che avrebbero potuto costituire un “pericolo”. Solo successivamente fu rilasciato e la sua pena commutata agli arresti domiciliari. Ora è in libertà vigilata. All’inizio venne formulata una vaga accusa di “reati economici” e infine quella più dettagliata di “evasione fiscale”. Ai Weiwei è condannato a pagare una multa di 15 milioni di yuan, pari a 1 milione e 700mila euro. A novembre, trentamila suoi sostenitori hanno raccolto metà di questa somma, grazie ad una sottoscrizione online. Ai Weiwei è riuscito così a pagare solo la metà della sua multa. A fine marzo è stato respinto il suo ricorso e la multa è stata confermata. Questo mese, Ai Weiwei ha deciso coraggiosamente (perché rischia grosso) di denunciare l’ufficio delle imposte di Pechino. Perché la sua persecuzione è illegale anche secondo la legge cinese: l’artista e dissidente, così come il suo avvocato, non hanno potuto visionare le prove, né sapere quali siano le testimonianze, su cui sono basate le accuse.

Il caso di Ales Belyatski, attivista per i diritti umani bielorusso, ci riguarda da vicino, perché l’Unione Europea si è resa addirittura complice del suo arresto, avvenuto l’estate scorsa. Belyatski è il presidente dell’associazione Viasna (Primavera) che monitora e denuncia le attività del regime di Minsk (l’ultima dittatura comunista sovietica vecchio stampo rimasta in Europa) contro i gruppi di opposizione. Non potendo finanziarla in patria, perché è considerata sovversiva, i conti dell’associazione erano all’estero: in Polonia e in Lituania. Il regime di Minsk ha chiesto ai governi di Varsavia e Vilnius tutti i dati bancari dell’associazione. E i due governi, entrambi membri dell’Ue, li hanno forniti. Nel nome della lotta all’evasione. Solo dopo l’arresto dell’attivista dei diritti umani si sono resi conto del danno che avevano provocato e hanno chiesto pubblicamente scusa. Ora Belyatski è in galera, condannato a 4 anni e mezzo di carcere per evasione fiscale. Non potrà più monitorare, né denunciare i crimini del regime di Minsk.

L’evasione fiscale è anche uno dei tanti capi di accusa nel processo a Mikheil Khodorkovskij, il più famoso oppositore di Vladimir Putin in Russia, in carcere dal 2003. L’ex patron del colosso energetico Yukos, è stato accusato di qualsiasi reato fiscale, incluso un “furto” contro la sua stessa azienda. Anche in questo caso gli osservatori dei diritti umani sono assolutamente convinti che si tratti di persecuzione politica. Khodorkovskij era obiettivamente l’unico uomo che avesse i soldi, la determinazione e le idee giuste per costituire un’opposizione liberale al partito di Putin e Medvedev. Essendo agli arresti è stato neutralizzato sul nascere. Il dramma, però, è che i magistrati che lo hanno processato e condannato hanno seguito scrupolosamente la legge russa. Che tuttora non tutela la proprietà privata individuale e attribuisce molto più potere allo Stato che non ai cittadini.

In tutti questi casi di persecuzione, i governi europei sono scandalizzati e fanno almeno qualcosa per cercare di salvare le vittime. Angela Merkel, cancelliera tedesca, ha proposto all’Ucraina di trasferire Yulia Tymoshenko in Germania, dove potrebbe essere curata meglio (e poi, magari, ottenere asilo politico). La mobilitazione internazionale a favore di Ai Weiwei è costante e ha contribuito a salvarlo in parte, con il pagamento della prima rata della sua multa. Per il caso di Belyatski, come abbiamo visto, il governo di Vilnius e Varsavia hanno chiesto pubblicamente scusa per il loro ruolo e ora il dissidente bielorusso è uno dei candidati al premio Nobel per la pace nell’edizione del 2012. E su Khodorkovskij si sono mobilitati partiti nazionali ed europei, da anni.

Ora: gli stessi partiti e governi, in casa loro, stanno alimentando una vasta caccia alle streghe contro l’evasione. E non notano nemmeno la contraddizione. “Da noi è diverso, là sono dittature”, pensano tutti. E invece non siamo per niente diversi. Abbiamo esattamente gli stessi vizi sistemici. Anche in Italia viviamo in un sistema in cui la proprietà privata non è riconosciuta quale diritto fondamentale dell’uomo, nemmeno nella Costituzione. Siamo sottoposti a un regime fiscale farraginoso dove basta violare uno dei molteplici cavilli per finire sotto accusa per reati fiscali. Basta un pretesto qualsiasi per far scattare le indagini. E siamo considerati colpevoli fino a prova contraria. Fra noi e i regimi esplicitamente oppressivi di Ucraina, Cina, Bielorussia e Russia c’è solo una differenza di grado. Perché la sostanza è sempre più simile.

 

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