EUROPEI: ITALIA CONTRO IRLANDA. UNO STATO CONTRO UNA NAZIONE

di SERGIO SALVI

Le rappresentative “nazionali” di calcio europee non sono in realtà nazionali ma statali. Soltanto tre di esse, tra quelle ufficialmente riconosciute dai supremi consessi dell’organizzazione calcistica internazionale, non appartengono a stati ma a nazioni ancora senza stato: Scozia, Galles e Isole Faer. Nessuna di esse partecipa agli attuali campionati europei: non per cattiva volontà della FIFA ma perché sono state eliminate durante i tornei di ammissione a questa manifestazione.

Tra le partecipanti, poi, soltanto l’Ucraina e la Croazia, oggi stati indipendenti e sovrani, lo sono da un tempo piuttosto recente: precisamente dal 1991. Fino allora facevano parte, rispettivamente, dell’Unione Sovietica e della Iugoslavia e non avevano nazionali di calcio. Anche l’Irlanda era, fino al 1921, una nazione senza stato in quanto faceva parte del Regno Unito. La sua nazionale di calcio era tuttavia riconosciuta come tale, al pari di Scozia e Galles, nel permissivo calcio britannico. Tutte e tre queste rappresentative hanno mantenuto questo riconoscimento anche quando la FIFA, sorta nel 1904 su impulso francese (uno stato ferocemente centralista) non impose la regola della corrispondenza assoluta tra le nazionali di calcio e gli stati. Da allora, soltanto le Isole Faer, per democratica concessione della federazione calcistica danese, hanno ottenuto uno status negato, ad esempio, alla Catalogna e al Paese Basco, paesi senza stato proprio ma dotati di ottime squadre nazionali clandestine (sorvoliamo sulla nazionale padana del Trota).

La gloriosa lotta di liberazione nazionale degli irlandesi, che portò nel 1922 alla istituzione dello Stato libero d’Irlanda, portò anche a una scissione nel calcio dell’isola. Le ventisei contee, divenute largamente autonome in seno al Commonwealth, fondarono la loro nazionale di calcio e abbandonarono le sorti delle sei contee rimase britanniche, che mantennero la loro nazionale mutilata (di nome, almeno).

Nel 1937, lo Stato libero si proclamò sovrano e abbandonò il Commmonwealth. Nel 1919 si trasformò in Repubblica d’Irlanda e, nel 1953, la FIFA riconobbe, col nome di Irlanda, la sua nazionale, retrocedendo nominalmente a Irlanda del Nord la squadra delle sei contee settentrionali, che mantenne tuttavia il proprio status di rappresentativa nazionale, anche se non il nome dell’isola intera. Si può così dire che una parte almeno, la più cospicua, della nazione irlandese, ha ottenuto il proprio stato sovrano e la propria rappresentazione calcistica anche se un parte dell’isola è rimasta sotto la dominazione britannica ed è da considerarsi irredenta.

Come si sa, la nazionale che porta il nome di Irlanda tout court, sta per incontrare la nazionale che porta il nome d’Italia. In questo caso, si tratta di una Italia per eccesso, così come la sua prossima avversaria è una Irlanda per difetto (abbiamo visto che le manca il nord). L’Italia è uno stato ma non una nazione. Nemmeno nello sport. Il calcio si è sviluppato soltanto in Padania, dove nel 1898 nacque una federazione tra sei squadre, tre di Torino, una di Genova, una di Milano e una di Alessandria, destinata a diventare la famigerata FIGC, arbitra di tutto il calcio ufficiale che si gioca nello stato. Questa Federazione, che era soltanto padana, prese il nome abusivo di “italiana”. Il calcio del sud si organizzava intanto autonomamente seguendo proprie strade.

Nel 1910 si svolse la prima partita ufficiale di calcio tra questa Italia padana e la Francia. Tutti i giocatori “italiani” erano nati al disopra del Po. La FIFA notò questa discrepanza e impose alla FIGC di unificare anche calcisticamente l’Italia. Nel 1912 si compì il primo passo in questo senso. La FIGC, rimasta padana nell’animo, decise di affiancare, nel suo campionato maggiore, alle diciotto squadre padane, quattro squadre toscane, sei romane e due napoletane. Diciotto a dodici, dunque. Sicilia e Puglia, dove il calcio era assai sviluppato, furono poste arrogantemente in lista di attesa. Si creò così una “questione meridionale” anche nel calcio, dove l’unità nazionale procedette davvero a rilento. I meridionali protestavano, assai stizziti. Nel 1921 avvenne una scissione nella FIGC che portò a due campionati paralleli. Il fascismo riunificò la federazione ma istituzionalizzò al suo interno una divisione territoriale ed etnica organizzando due leghe: la Lega Nord (Bossi non era ancora nato) e la Lega Sud, le quali svolgevano propri campionati indipendenti. Il titolo di campione d’Italia veniva assegnato in una finale dove si affrontavano il campione del Nord e quello del Sud (ma la vinceva sempre il campione del Nord). L’attuale squilibrio del calcio italiano proviene da questa situazione, anche se venne formalmente sanata nel 1926 quando si tornò a un campionato unico e alla abolizione delle due leghe. Le squadre del Nord e del Sud vennero mescolate, col netto predominio del Nord. Non è un caso se la “triade” Juventus-Milan-Inter è diventata inamovibile: ci sono dietro decenni di storia, di politica e di economia. Al contrario che in politica, non è nata una “questione settentrionale” nel calcio italiano. Lo stato, che dirige il CONI da cui dipende la FIGC, non drena le risorse del Nord riservandole al Sud per alimentare lo spreco dell’assistenzialismo calcistico, ma le indirizza costantemente verso le già ricche società del Nord.

Ma lasciamo stare questa situazione tanto drammatica quanto ridicola e concentriamoci sulla partita Italia-Irlanda. Nell’Italia giocheranno anche alcuni meridionali (tra i quali manca però la punta Balotelli). Ma sono meridionali soltanto di nascita (o di adozione) e padani di professione.

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