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EUROPA, PROFEZIE INASCOLTATE E FURBERIE NASCOSTE

di ALBERTO LEMBO

Le ultime accelerazioni del processo di integrazione europea e il progressivo svuotamento di sovranità imposto agli Stati dal Moloch europeo mi portano a ripensare a quanto in tempi ormai lontani si era lucidamente e da più parti paventato.

Ricordo, fra i tanti, un intervento di Roberto de Mattei che scriveva: “Dal punto di vista economico… studiosi illustri e premi Nobel come Maurice Allais, James Tobin, Paul Samuelson, hanno messo in luce i rischi e i pesanti costi dell’unificazione europea. In Italia viene ripetuto senza mezzi termini che per entrare in Europa bisogna versare lagrime e sangue. L’ Unione europea non ci introduce, dunque, ad un maggiore benessere, ma a sacrifici e rinunzie. L’Europa di Maastricht [con riferimento al Trattato sull’Unione europea del 7 febbraio 1992] è un disegno politico che ha un alto prezzo da pagare […]. La cittadinanza europea è una finzione giuridica e politica che non certifica e non crea alcun popolo europeo. […]. L’ Unione europea prevista a Maastricht dissolve, peraltro, gli Stati europei senza crearne di nuovi. La sua méta è il non-Stato: nazioni senza Stato in un’ Europa senza Stato. […].. una sorta di confusa cooperativa, anticamera di un’ancora più confusa Repubblica universale, secondo le aspirazioni degli utopisti di tutti i secoli”. (“Lepanto”; n° 146, Marzo 1997).

Alla base del Trattato di Maastricht stava infatti l’obiettivo dichiarato di istituire una moneta unica al fine di ottenere stabilità dei prezzi e il risanamento finanziario degli Stati europei. L’altra faccia della medaglia, accuratamente sottaciuta, era la rinuncia da parte degli Stati ad una rilevante quota di sovranità. “L’unione monetaria europea comporta la cessione di un elemento essenziale della sovranità: quello costituito dal diritto di emettere moneta e di governarne il valore”. (Eugenio Peggio; “La Sinistra, l’Europa, l’Italia; Milano, 1989).

Difficile, almeno per me, non pensare ad un passo di Plinio Correa de Oliveira che lucidamente individuava l’obiettivo finale delle forze della mondializzazione: “Un mondo nel cui seno le patrie unificate in una Repubblica universale siano soltanto espressioni geografiche; un mondo senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia, teso alla realizzazione, senza il soprannaturale, della felicità definitiva dell’uomo; ecco l’utopia verso la quale la Rivoluzione ci sta avviando.

Se ci riferiamo alla realtà europea possiamo notare come in ogni trattato, qualunque affermazione etica, ogni particolarità culturale venga respinta come espressione di integralismo. Quello che lo “spirito di tolleranza” europeo non tollera nel suo relativismo “democratico” è l’esistenza di particolarità e nulla vi è di più particolare dell’esistenza dei popoli, ognuno con il suo patrimonio. A fronte di queste identità culturali non negoziabili l’Europa di Maastricht, sempre più identificabile nella sua arida e utopistica natura attraverso l’esame dei vari successivi trattati, viene presentata come un imperativo morale, come una scelta obbligata e irreversibile, in nome di una ferrea “ortodossia” economica e monetaria che non ammette voci di dissenso di alcun genere.

I soggetti che potrebbero opporsi sono i popoli ma, in proposito, il problema è che all’interno dei nostri popoli sono presenti e agiscono “quinte colonne” asservite ad un progetto che in parte viene da oltre oceano in parte è infezione utopistico-giacobina europea.

Ricordo di avere scritto su “La Padania” , e forse lo ricorderà anche il mio Direttore di allora…. tale Gianluca  Marchi…: “La tanto osannata Europa di Maastricht è l’Europa dei governi e degli stati nazionali, degli interessi del grande capitale internazionale, cioè delle astrazioni utopistico-rivoluzionarie e, insieme, del potere della grande finanza. E’ proprio l’esatto contrario dell’Europa dei popoli, soggetti vitali e organici… Noi riteniamo che ogni popolo…abbia il diritto di definire il grado di libertà e di partecipazione che desidera, la struttura politico-amministrativa che ritiene più utile, il peso fiscale che ritiene più equo, in poche parole il grado di flessibilità del suo sistema politico in funzione della realtà sociale di cui è espressione.

A suo tempo il presidente Lincoln aveva giustificato la sanguinosa guerra di annientamento delle libertà della Confederazione degli Stati del Sud con la necessità di salvaguardare la compattezza dell’Unione, di mantenere unite le forze per essere pronti, in un secondo tempo, all’”esportazione” della democrazia, la loro “democrazia” puritana, in tutto il mondo. Il progetto europeo, così come è stato impostato, che è la negazione di una libera  Confederazione dei popoli europei, è la palese dimostrazione della prosecuzione di questo progetto.

 

 

 

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