EURO APPESO ALLE BANCHE, CHE NEL SUD EUROPA TRABALLANO

di CLAUDIO PREVOSTI

Non esiste che la crescita economica possa uscire come un coniglio dal un cilindro. E tanto meno senza soldi per gli investimenti. È per questo che molti osservatori sono costernati da come i politici europei – e il nuovo presidente francese in testa – stiano ripetendo all’infinito una parola sola: crescita.

Secondo Daniel Gros, economista tedesco del think-tank di Bruxelles Ceps, quello su “austerità contro crescita” è un falso dibattito, che non fa compiere nemmeno un passo in più in direzione della soluzione alla crisi dell’euro. Il vero dibattito, dice, dovrebbe vertere sulle banche, in particolare quelle dell’Europa del Sud che stanno andando molto peggio di ciò che vuol far credere.

“Le banche greche e spagnole sono sedute su una montagna di debiti sempre più colossale”, spiega Gros. “Soltanto l’Europa potrà salvarle: il governo greco e quello spagnolo sono troppo deboli. Questo è un problema europeo di gravità enorme”.

L’anno scorso, dopo forti pressioni politiche, le banche europee hanno accettato gli  haircut, vale a dire la cessione del debito dello stato greco. Da allora quelle stesse banche si stanno ritirando dalle regioni meridionali d’Europa, prima che arrivino i prossimi haircut. Spagna, Italia e Portogallo sono stati abbandonati in massa dagli investitori stranieri. In Grecia è già iniziata la fase successiva: perfino i greci stanno depositando all’estero i propri soldi. Secondo dati non ufficiali la fuga dei capitali all’estero ha assunto proporzioni enormi: si parla fino a 6 miliardi al mese e senza alcuna interruzione.

Questo fenomeno va di pari passo con un altro processo altrettanto pericoloso: a causa dell’abbandono da parte delle banche dell’Europa del Nord, le banche dell’Europa del Sud precipitano sempre più in un mare di debiti. E questo perché i medesimi titoli di stato – dei quali  si sbarazzano gli investitori stranieri – sono comprati dalle banche dell’Europa del Sud. Lo fanno sotto le pressioni dei loro governi, ma anche perché ciò permette loro di guadagnare qualcosa in termini di interessa. In cambio di questo favore, infatti, i governi concordano a loro volta nuovi prestiti con le banche, a tassi di interesse vantaggiosi per queste ultime.

A proposito di tassi vantaggiosi, l’inverno scorso la Bce ha accordato crediti a buon mercato per mille miliardi di euro al fine di mantenere lo scambio di prestiti europeo. Le banche dell’Europa meridionale utilizzano assai volentieri questi crediti a un tasso dell’1 per cento per concedere prestiti ai governi che fruttano oltre il 6 per cento. Un atto di patriottismo che permette loro di accumulare bei quattrini. Questa parrebbe una soluzione ideale e invece innesca un meccanismo perverso, in virtù del quale le banche e i governi diventano a tal punto interdipendenti da indebolirsi a vicenda sempre di più.

Per Gros “le banche greche sono completamente rovinate”. Copnsiderare questo un problema greco è solo è un’illusione ottica. E infatti: che cosa accadrebbe qualora all’improvviso le banche del Sud non rimborsassero più (per meglio dire non potessero più rimborsare) i prestiti ricevuti dalla Bce? “A causa dell’euro siamo tutti nello stesso sistema”, spiega Thierry Philipponnat, del gruppo di pressione Finance Watch.

La Bce siamo tutti noi cittadini europei facenti parte della zona Euro. Se la situazione degenererà nell’Europa del Sud, altri paesi dovranno correre in suo aiuto, e soltanto per salvare l’unione monetaria europea. Per lo stesso motivo la Bce è esposta a forti pressioni da parte della Germania e dei Paesi Bassi che vogliono che essa smetta di erogare prestiti a bassi interessi. Il mercato finanziario interno costituisce il presupposto stesso dell’euro. Una fuga di capitali da sud verso nord nuoce gravemente a questo contesto. “L’integrazione finanziaria dell’Europa arretra per la prima volta dall’inizio degli anni Ottanta”, spiega Ignazio Angeloni, consigliere della Bce a Francoforte.
I francesi hanno una parola splendida per indicare ciò: détricotage (disfare un lavoro a maglia). Le banche si trincerano dietro le loro frontiere, come quando da un lavoro a maglia si fanno cadere alcune maglie: per essere più forti in un dato paese non accordano più molti prestiti a un altro. Le banche centrali sono più inflessibili al Nord che a Sud.

Molti sostengono che soltanto un’unione bancaria europea potrà  liberare le banche e i governi da questa morsa soffocante. Un’unione bancaria con un fondo di salvataggio in extremis rifornito dalle banche stesse, così che i governi non siano più obbligati a controbilanciare i fallimenti. Questo permetterebbe di risolvere l’attuale dilemma del “too big to fail” (banche troppo grandi per poter fallire), grazie al quale le grandi banche possono permettersi di tutto perché sono sicure che saranno salvate in ogni caso dal governo qualora le cose si mettessero male. Se invece anche loro soffriranno, valuteranno i rischi in modo diverso.

L’Europa sta girando su sé stessa. Dato che i governi non vogliono un sistema europeo forte di regolamentazione finanziaria, il rischio per il contribuente di vedersi rifilare i conti europei sotto forma di interventi di bailout che divorano miliardi, continua ad aumentare. E a quel punto restano pochi soldi per incentivare la crescita economica.

“Il pericolo più grande per la stabilità finanziaria dell’Europa è il fatto che alcuni paesi della zona euro sono finanziati da banche che, in caso di fallimento, dipendono esse stesse dai governi ai quali prestano capitali” ha spiegato di recente Philipponnat in occasione di una conferenza organizzata dalla Bce. “E noi tutti sappiamo che così le cose non potranno mai funzionare”.

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1 Comment

  1. Sono cose pressapoco si sapevano già, ma a leggerle con tanta schiettezza c’è da rimanere inorriditi, che abbiano consentito di arrivare a questo punto di aberrazione la dice lunga sul livello di competenze economiche e complicità cui i politici sono pervenuti rispetto ai banchieri

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