ELOGIO DEL SISTEMA ELETTORALE PROPORZIONALE

di FABIO MASSIMO NICOSIA*

Io sono stato bambino negli anni ’60 e adolescente nei ’70. Di solito le persone della mia generazione sono proclivi a un certo nostalgismo nei confronti dei bei tempi andati, benché molti vivano, soprattutto i ’70, come un’epoca buia della nazione, gli anni di piombo, caratterizzati dal terrorismo e dalla violenza politica.

Tuttavia c’è un aspetto che ricordo con piacere e rimpianto: le vie di Milano, in particolare via Dante, solcate da enormi striscioni con le scritte “Vota socialista”, “Vota socialdemocratico”, “Vota repubblicano”, e così via.

Le trasmissioni di “Tribuna politica” rispecchiavano questo pluralismo. Chi si ricorda di Covelli, il segretario del PDIUM, Partito democratico di unità monarchica, o di Tullio Vecchietti, segretario del PSIUP, Partito socialista italiano di unità proletaria, partito nel quale militò, tra l’altro, il giovane Bertinotti?

Pensate: avevamo un partito monarchico e uno proletario, più scelta di così… E poi De Martino segretario del PSI, Ugo La Malfa segretario del PRI, e così via.

Ma il mago delle tribune politiche era Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, sempre al centro di polemiche perché i comunisti non volevano interloquire con lui e altri gli davano dell’assassino e fucilatore di partigiani, nella sua qualità, se ricordo bene, di sottosegretario della RSI. Comunque era l’oratore migliore e più efficace.

Tutti questi partiti, Democrazia Cristiana e Partito Comunista in testa, si presentavano alle elezioni in ordine sparso, raccoglievano il proprio bottino di voti e poi formavano i governi.

Non è del tutto vero che la proporzionale non consentiva di sapere prima quale governo avremmo avuto. Di certo, fino al primo laico Spadolini (PRI), nominato dal presidente socialista ma non craxiano Pertini, avremmo avuto un premier democristiano, da scegliersi sulla base dell’equilibrio delle correnti, con governi che duravano al massimo otto mesi. Ma grosso modo sapevamo quali coalizioni ci avrebbero governato. E così abbiamo avuto il centrismo degli anni ’50, l’apertura al PSI del 1962, che portò a un movimentato quindicennio di centro-sinistra, fino alla politica degli “equilibri più avanzati” di De Martino, che voleva aprire al PCI, il quale nel frattempo, con Berlinguer, elaborava la dottrina e la prassi del compromesso storico, che si manifestò con i governi Andreotti del ’76-’79, inizialmente della “non sfiducia”, e poi della fiducia piena da parte del PCI.

Dopo di che abbiamo avuto il pentapartito del CAF di Craxi, Andreotti e Forlani, che durò sostanzialmente fino a “mani pulite” e all’avvento della seconda repubblica.

Una caratteristica della seconda repubblica, in ogni sua fase, è stata quella di aver coniugato un abbozzo di maggioritario con il pluralismo dei partiti, costringendo questi a coalizioni preventive in vista della designazione di una premiership comune. Sicchè oggi abbiamo tanti partiti quanti se ne avevano all’epoca della proporzionale, ma senza i vantaggi di questa.

Qual è il pregio che, infatti, riconosco alla proporzionale pura, senza sbarramenti? Quello di avvicinare il mercato elettorale e politico al mercato tout court, nel quale anche le minoranze sono libere di esprimere le proprie preferenze, benché il mercato politico sia inferiore al mercato economico da questo punto di vista, in quanto funzionante come un sistema d’asta escludente gli sconfitti dal governo e relegandoli all’opposizione; mentre nel mercato economico non vi sono “opposizioni”, dato che, nel mercato economico, ogni centesimo viene premiato con l’acquisto di un bene corrispondente. E in effetti, i radicali diedero il proprio meglio in piena proporzionale pura, quando, nel 1976, si presentarono per la prima volta (in realtà v’era stato un precedente, nel 1958, di presentazione fallimentare abbinata al Partito repubblicano) e ottennero quattro combattivi deputati. Per converso, un sistema elettorale proporzionale con sbarramento è oltremodo iniquo, in quanto escludente ad esempio chi sfiora la soglia di ingresso di un nulla, privando di rappresentatività un numero cospicuo di voti.

A chi invece sostiene la superiore democraticità del sistema maggioritario uninominale, legato al territorio del collegio e quindi ai cittadini, rispondo che, a parte l’odore di clientelismo che traspare da questa dizione, i pregi del sistema uninominale emergerebbero solo in caso di elezioni primarie, e ciò per un duplice ordine di motivi: a) in primo luogo, senza primarie come è stato da noi nel caso del Mattarellum, i candidati sono calati dall’alto collegio per collegio, e quindi non v’è alcun legame particolare con l’elettorato; b) in secondo luogo, in un simile meccanismo, ossia in assenza di vincolo territoriale, il candidato eletto non è affatto certo, la volta successiva, di essere candidato nello stesso collegio, e quindi non ha incentivi a occuparsi più di tanto di un collegio, che la volta successiva potrebbe benissimo non essere più il suo.

E allora facciamola grossa e torniamo al proporzionale: del resto, in questa fase, non c’è partito che abbia facilità di coalizione, una volta che si sia rotto il legame tra Lega e Pdl, tra PD e Idv, e che tutti immaginano accordi con un terzo polo sempre più ambizioso, per tacere dell’incognita Grillo. Orbene, allora che ognuno vada per conto proprio, senza però rinunciare, come detto, agli stimoli che potrebbero venire dai piccoli o micro-partiti, che una volta erano considerati il sale della democrazia.

*Istitutodipolitica.it

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