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Ecco il partito dell’Ultimismo. Altruismo e volontariato cura paliativa al fallimento dello Stato

VOLONTARIATO2di SERGIO BIANCHINI – Ultimismo, fase suprema dell’arricchimento e della mancanza di idee sociali e  politiche. L’Italia dal 1950 al 1973 fu uno dei paesi che ebbe la crescita più vigorosa in Europa, insieme alla Germania. L’Italia ha avuto la migliore performance partendo da una situazione negativa. Registrava un tasso di crescita del 5-6%.  Per valutare meglio si pensi che con una crescita del 7% annuo si raddoppia il PIL in 10 anni. Quella crescita, poi ineguagliata in Italia ma normale oggi in Asia, viene definita miracolo economico.
L’Italia divenne così un paese industrializzato, crebbe agli stessi livelli dei paesi che si erano industrializzati durante il 1800 portando ad una quasi scomparsa del vecchio mondo contadino ancora maggioritario da noi nell’immediato dopoguerra.

Questo miracolo portò in pochi anni un rapidissimo aumento del tenore di vita e la quasi scomparsa di quelle condizioni esistenziali ancora vive nei racconti dei nostri non lontani progenitori. Condizioni di frugalità, di lavoro duro, di ristrettezze economiche e logistiche, di addii forzati e di morti facili e di pazienti incrollabili volontà. Ma anche dell’antica consolazione esistenziale tradizionale fondata sulla solidarietà familiare e sulla armonia sociale perseguita sotto la guida religiosa. Socialità anche innervata dalla festosità (con un fondo malinconico) di cui le tarantelle e le musiche romagnole sono un notissimo emblema.

La psicologia di massa si concentrò, dopo la guerra, nella ricerca del progresso materiale e logistico. La fuga dalle campagne, la crescita delle industrie e dei consumi, l’auto, la TV, la bella casetta ecc. Tutte cose alle quali ogni famiglia dedicò senza sosta e senza dubbi il meglio dei propri anni  ed energie cercando, e molto spesso riuscendoci, di uscire dalle strettoie della tradizionale faticosa lotta per la vita.

Ma raggiunto un più che raddoppio del tenore di vita la vecchia morale che per secoli aveva sostenuto la faticosa lotta per la vita finì sotto attacco. L’esercizio delle antiche virtù venne visto male e quasi deriso. Il giovane volonteroso e diligente, la fanciulla pudica, il genitore tutto casa, lavoro e famiglia, la donna-madre fedele e tutta dedita alla famiglia, la capacità di sopportare dolori e tristezze. Tutto sembrava antiquato, superato, teatrale, inutile e perfino imposto crudelmente da volontà elitarie ostili al progresso della ” povera gente”. Poveri in senso relativo, perché il territorio della nostra penisola è da circa 2000 anni tra i più ricchi del mondo e forse proprio il primo negli anni a cavallo del rinascimento.

La “povera gente “ a cui si fa riferimento nei racconti tradizionali si riferisce alla grande maggioranza di una società dove il ceto medio- alto era circa il 20% della popolazione e il resto viveva, abbastanza uniformemente ad un livello sottostante.

Il miracolo economico porto quell’80% al livello tradizionale del ceto medio. I jeans costosi e stracciati portati oggi orgogliosamente da giovani benestanti sono l’esplicazione chiara di un ricordo recente dei neoricchi, ricordo di cui si va orgogliosi ma che non corrisponde più alla realtà. Il vero povero cerca di vestirsi bene e l’africano che lavora nei centri commerciali si veste sontuosamente, per sua scelta e non per obbligo di divisa come ho appurato parlando direttamente.

I nostri poveri di oggi non sono più la massa popolare ma sono per definizione una minoranza, crescente ma ancora esigua, intorno al 10% della società italiana. Invece la povertà nel mondo, definita come i portatori di un reddito inferiore a 2 dollari al giorno,  è pari a circa ¼ dell’umanità ma in calo grazie ai “demoniaci” cinesi che stanno scalzandola non con la carità bensì  con il lavoro duro e onesto.

Torniamo agli anni 60-70. La critica e la derisione della vecchia morale, in primo luogo sulle prescrizioni sessuali, diventarono (seppur ambiguamente) quasi uno sport di massa che, sostenuto all’inizio solo nei ceti più alti ma poi di massa, dalle giovani donne le cui madri tradizionalmente supportavano la chiesa, mise la chiesa in una posizione di assoluto stallo. Anche la lotta contro la gerarchia sociale crebbe esponenzialmente. Partendo strumentalmente da un discorso religioso “l’obbedienza non è più una virtù” del supermitizzato Don Milani, si rinforzò costantemente l’ostilità verso qualunque forma di organizzazione gerarchica. Il noto e dimenticato Casarini è oggi in parlamento dopo aver fondato il “movimento dei disubbidienti”.

La nuova ricchezza, mal digerita  generò anche inquietudine. Anziché produrre un cambiamento delle coordinate culturali e politiche necessario per adeguarsi alla nuova situazione prodotta dall’arricchimento di massa, molti posizionarono la propria inquietudine in una nostalgia irrealistica del passato o nell’esaltazione di figure periferiche, marginali o trqsgresive del presente o in ipotesi politiche assolutamente irrealistiche.

Proprio negli anni del miracolo economico cominciò a diffondersi, anche negli ambienti colti, una specie di nostalgia del pauperismo ed un amore carico di rimpianto per mitiche glorie del passato, dei suoi amori, delle sue fedi, dei suoi eroi e campioni.

Basta pensare a canzoni come “el purtaa i scarp de tenis”  o “ il ragazzo della via gluck” o  “Serafino”. Ma anche alla “dolce vita” di Fellini.

Gradualmente il dubbio esistenziale si afferma e a partire dagli anni ottanta la visione della crescente inadeguatezza dello stato, della politica sia di maggioranza che di opposizione, della gigantesca crisi della famiglia classica e con il sopraggiungere di un rallentamento sempre maggiore nella crescita economica, l’allarmismo esistenziale diventa maggioritario.

Pur continuando la ricerca di massa (e la promessa di vertice) di ulteriori strade, ormai impossibili, verso la prosperità e il benessere, aumenta la nostalgia per un presunto paradiso perduto. La cosa ancora più strana è la crescita dell’amore per i fuorilegge oltre che dei fuori-morale.

Nelle canzoni dell’amatissimo (anche negli oratori) De Andrè si piange sulle storie di prostitute, di assassini e si guarda con disprezzo l’arido comune sentire e il plumbeo rigore dello stato.

Solo il “diverso” appare ricco di umanità vera, il “normale” è squallido e, anche se devoto, pieno di invidie e rancori meschini. Perfino il termine “NORMALE” diventa insopportabile.

Al termine di questo trentennale percorso verso il disastro, in cui la sinistra ha goduto un ruolo particolare, ma forse minore dell’americanismo e del sexliberismo oggi impazzante, D’Alema dichiarerà, come niente fosse, di voler fare diventare l’Italia “un paese normale”.

Ma ormai il ramo su cui eravamo seduti è tagliato e non funziona più niente. Lo stato, e la nostra idea di stato, spina dorsale della vita comunitaria, è ridotto in macerie.

Il corto circuito non si risolve. La canzone di Guccini “La locomotiva” dove si esalta un ferroviere suicida- omicida-vendicatore dell’ingiustizia e famosa negli anni sessanta è stata purtroppo suonata recentemente come inno alla nascita della nuova sinistra di Speranza.

Anche la tradizionale bonarietà italica forgiata in millenni dalla chiesa cattolica, per merito della quale il numero di omicidi da noi è tra i più bassi del mondo (compresi i femminicidi) non sa bene come e dove misurarsi.

Incapace di rinnovarsi, la psicologia di massa e la cultura che la sostiene si rivolge contro se stessa. O meglio si misura con tutte le problematiche escluso quella centrale e cioè la ricostruzione della nostra casa comune, del nostro stato, in una forma moderna.

L’unico, umanissimo ma illusorio punto di convergenza è l’ultimismo.

Abbiamo milioni di volontari che si occupano di tutto, dalle ambulanze agli ospedali, agli orfani, ai disabili. Che vanno in tutto il mondo ad aiutare. Come una volta, più di una volta, anche perché il lavoro impegna meno.

Ma nessuno vuole cimentarsi a fondo con la ricostruzione di uno stato civile e moderno che funzioni secondo le necessità di oggi, dalla sicurezza esistenziale a quella economica, alla manutenzione del territorio, alla scuola, alla sanità, alla giustizia, alla povertà. Sembra non che si vogliano risolvere i problemi ma piuttosto di assistere ad esercitazioni simboliche di altruismo che riducono le ansie esistenziali irrisolte.

Incapaci di darci veri orizzonti di massa a medio lungo termine e scoraggiati dalla permanente litigiosità dell’arena politica tutti convergono sull’ultimismo, sull’aiuto agli ultimi di cui ormai molti anche di noi cominciano a fare parte. Ultimismo di massa e di media, ormai rituale e ridondante, figlio dell’impotenza e della rassegnazione, sfruttato abilmente oggi dal mondialismo per farci sottomettere all’africanizzazione forzata.

Per il buon governo del nostro paese nessuna idea vera. Si delega tutto. E anziché la concordia costruttiva tra le persone reali si sviluppa la lotta filosofica, la lotta per affermare l’ennesimo nuovo principio rigeneratore. Si cerca di affidarsi agli automatismi di miracolosi e inesorabili protocolli e algoritmi.

Ma non servono gli anatemi moralistici, gli automatismi giudiziari. Per governare bisogna imparare il rispetto, la ragionevolezza e la collaborazione sincera sia orizzontale che del basso verso l’alto e dell’alto verso il basso. Bisogna imparare la concordia tra le persone reali, quelle di oggi, e la capacità di produrre idee vere, non per andare meglio alla guerra ma che funzionino davvero e sulle quali una convergenza operativa maggioritaria sia davvero possibile.

Ammettiamolo: non si vedono ancora i segni della nascita di nuove coordinate e forze culturali per misurarci con questo impellente e vitale problema: IL GOVERNO A TUTTI I LIVELLI DELLA NOSTRA SOCIETA’.

Ma possiamo desiderarlo e vale la pena di perseguirlo! O per lo meno dà un orizzonte luminoso alle persone di buona volontà!

 

 

 

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